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Datura nel 2021, foto per concessione degli intervistati.

Destination Infinity: la storia dei Datura è la storia della musica dance in Italia

Abbiamo intervistato Ciro Pagano e Stefano Mazzavillani dei Datura a 30 anni dalla formazione della band di "Eternity", "Infinity" e "Yerba del Diablo".
1.4.21

Ai più appassionati di musica sicuramente non sarà passato inosservato un evento importantissimo: dopo la ristampa di Sick Soundtrack, il capolavoro dei Gaznevada, a gennaio è uscita la versione in vinile della loro prima, omonima, leggendaria cassetta. Probabilmente concentrati su questo fatto, molti si sono dimenticati che è l’anniversario di fondazione di una formazione che deriva direttamente dai Gaznevada e che ha fatto la storia della musica dance in Italia: stiamo parlando dei Datura.

Il mitico Robert Squibb, chitarrista dei Gaz, torna sulle scene nel 1991 con il suo nome di battesimo, Ciro Pagano. Insieme a un altro musicista, ovvero Stefano Mazzavillani (collaboratore di Righeira, Patty Pravo) e a due DJ, il compianto DJ Ricci e Cirillo, fonda i Datura. Proprio nella primavera del 1991, al Coco Studio, il gruppo registra il primo disco, Nu Style. Da lì, pionieri e sdoganatori alle masse di un certo tipo di techno “dilatata”, avranno un successo strepitoso. Se non sapete di cosa stiamo parlando, basterà ascoltare 15 secondi di “Infinity” per rendersi conto dell’impatto che hanno avuto sulla moderna cultura dance mondiale.

Logico quindi che noi di Italian Folgorati mettessimo i puntini sulle I e interrompessimo questa imperdonabile indifferenza generale della stampa. Li abbiamo intervistati via mail per un botta e risposta che fa luce su tantissimi misteri che circondano la formazione.

Datura intervista

I Datura nascono in un periodo di transizione particolare: il passaggio dalla new wave alla techno trance. Nel 1989, la new wave ha già tutto sommato tirato le cuoia e molti act internazionali del genere si sono già convertiti o si stanno convertendo—penso a Dave Ball con i suoi The Grid, ai KLF. Coi Gaznevada stavate già prendendo una strada del genere con la svolta dance? Siete stati i primi ad aver capito come funzionava? 
Ciro Pagano: In realtà con la conclusione dell’esperienza Gaznevada ero un po’ disorientato. Rock e new wave non mi stimolavano più a livello creativo. Ci fu però un episodio scatenante che mi diede nuovi stimoli. Ricordo verso la fine degli anni Ottanta, ero in discoteca e il DJ mise il brano “French Kiss” di Lil Louis,  fu in quell’occasione che compresi che stava succedendo qualcosa di importante che la musica stava cambiando.

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Ciro, tu sei uno dei miei guitar hero. E in un certo senso vederti abbandonare la chitarra all’epoca mi scioccò. Ma d’altronde anche l’Italian Records si stava dirigendo verso altri lidi come era giusto per svecchiare un po’ la situazione, giusto?
CP:
Ho sempre pensato alla musica come espressione creativa e in quel periodo la chitarra non era più uno strumento adatto alle mie necessità. Servivano synth, campionatori, batterie elettroniche e sequencer. Quello che stava succedendo era, come spesso accade, legato a nuove forme di tecnologia e non c’era altro modo se non usarle per produrre musica nuova. Le sonorità anni 80 lasciarono ben poca eredità alla nuova tendenza musicale che stava nascendo.

Molti dicono che sia stato il campionatore che vi ha fatto abbandonare gli strumenti tradizionali, ma credo ci sia dell’altro perché all’ epoca veniva integrato con dei set up standard senza problemi… qual’ è stata quindi la vera scintilla?
Stefano Mazzavillani:
La tecnologia c’entra, ma le cose succedono sempre all’interno di un contesto più articolato. Il pop e in generale le tendenze musicali degli anni 80 erano terminati, a livello creativo, con quel decennio. C’era bisogno di una rottura definitiva col modo precedente di pensare e produrre musica e quando si scoprì che con il campionatore era possibile esplorare nuovi territori sonori (ad esempio, con sample di voci a volte trafugati da sessions di registrazione negli studi). Fu una vera rivoluzione e ci fu un nuovo approccio alla produzione musicale, dove tra la l’altro la figura del DJ divenne centrale. Diciamo che in quel periodo la scena si spostò dai palchi ai club.

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Senza dubbio siete stati tra i primi in Italia a fare un certo discorso. Anche DJ Ricci veniva dal post punk, Stefano Mazzavillani bazzicava Ivan Cattaneo, i Righeira e tutto il giro della new wave italiana di successo. Come vi è venuta l’idea di mettere su questa band con una tale sterzata verso questi nuovi suoni e quali erano i vostri punti di riferimento all’epoca?
SM:
Francamente il passato servì solo come bagaglio culturale da portarsi appresso. La molla fu capire in fretta che la musica stava radicalmente cambiando e ci buttammo a pesce. Avvertimmo una gran voglia di metterci in discussione e di cambiare la nostra percezione del fare musica. Essendo musicisti, le figure di Ricci, col quale avevamo iniziato a collaborare precedentemente, e Cirillo, furono cruciali nel team Datura, e ciò ci fu di grande aiuto per concentrarci sulle modalità richieste per scrivere e produrre musica per il dance floor. Capimmo subito che per comprendere i cambiamenti in atto la sensibilità del DJ doveva affiancarsi a quella del musicista, due figure che diventarono complementari.

Tornando alla new wave, non l’avete forse mai rinnegata: lo dimostra, più tardi, la vostra versione di “Fade To Grey” dei Visage. Quali sono le band che vi hanno influenzato di più di quel genere e che poi vi hanno naturalmente portato a pensare ai Datura?
CP:
Ecco, la scelta di “Fade To Grey”, la nostra prima esperienza di cover, è forse l’unico momento che ci ha accomunato alla new wave—anche se per la verità all’epoca il brano era più assimilabile all’onda new romantic. Così quando pensammo a quale cover inserire nell’album Eternity, la scelta di “Fade To Grey” ci trovò tutti d’accordo, per il semplice fatto che era una canzone amata da tutti noi. In generale, comunque, è più corretto non parlare di generi, ma di sonorità legate alla grande rivoluzione creativa che in quegli anni travolgeva tutto. Datura nasce dalla voglia di sperimentare scrollandosi di dosso ogni etichetta del passato, new wave inclusa.

Gli “appassionati” del tema sanno che la Datura è una pianta allucinogena: è chiaro che vi ponevate anche in zona psichedelica, aderenti alla new summer of love nascente in UK. Qual è pero’ la differenza tra quello che succedeva in Italia e quello che succedeva all’estero?
SM:
La scelta del nome Datura non fu dovuta ad un approccio militante, bensì letterario. Volevamo assemblare un microcosmo emotivo, che non fosse il solito, con cui la nostra musica potesse completarsi. Non volevamo, insomma, che i testi delle nostre canzoni fossero “get funky and get down”, o “put your hands in the air”, e allora prendemmo strade differenti. L’uso della pianta Datura trova riscontro nella psichedelia, nella religione, nella farmacia, nel suo uso ornamentale e viene citata in libri e fumetti da Carlos Castaneda fino a Tex Willer. All’epoca stavamo sicuramente attenti a ciò che succedeva in giro per il mondo, ma ricercammo fin da subito una strada indipendente ed autonoma al nuovo sound.

Datura poster

Credi che il vostro messaggio diciamo “misticheggiante” fosse compreso dal pubblico italiano o tra loro c’era solo voglia di sballo come riflusso dell’edonismo craxiano degli Ottanta?
CP: Non è cruciale che chi ascolti la tua musica riceva necessariamente le stesse emozioni che sono state “investite” per la sua creazione. Le canzoni, così come gran parte delle manifestazioni artistiche, vengono, in un secondo momento, arricchite da chi le fruisce. Spesso, significati ed emozioni sconosciute all’autore, emergono grazie all’ascoltatore. Possiamo dire che è un legame sottile, ma importante, quello che lega indissolubilmente all’opera le sensibilità di tutte le persone coinvolte: quelle di chi crea e quelle di chi contempla. Nel nostro caso specifico, quelle di chi ascolta.

Ad ogni modo il vostro primo singolo, “Nu Style”, è in realtà molto diverso da quello che arriverà dopo nella vostra produzione e si pone in zona acid house. È forse il primo esempio in Italia di questo tipo di musica? È vero che è stato Johnson Righeira a introdurvi a queste sonorità house?
SM:
Più che acid house, “Nu Style” è in qualche modo riconducibile alla prima techno di matrice nord-europea in alcune versioni e alla techno industriale inglese di quel periodo in altre.

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I Righeira hanno avuto un ruolo importante nella nascita dei Datura e non solo perché ci conoscemmo in occasione del loro tour ’88, dove fummo ingaggiati come chitarrista e tastierista. Con Johnson in particolare condividemmo l’interesse e l’innamoramento per le prime sonorità house e techno che arrivarono verso il finire degli anni Ottanta. L’entusiasmo era tale che Johnson, in occasione del tour ’89, decise di ri-arrangiare con la nostra complicità tutto il loro repertorio in chiave house.


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In effetti il grande successo arrivò con “Yerba Del Diablo”, che entrò direttamente nelle classifiche italiane di vendita. Vi aspettavate un risultato simile con un brano a tutti gli effetti trance e quindi non propriamente “pop”?
CP:
Fummo presto consapevoli di aver creato qualcosa che nel panorama musicale del momento non esisteva. Non ci aspettavamo di certo un successo così fulmineo e diffuso. “Yerba del Diablo”, riconosciuto come uno dei primissimi brani trance dell’epoca, piaceva a tutti e ci regalò un disco d’oro con oltre centomila copie vendute. Quel periodo, più o meno dal ‘92 al ‘95, era in ogni caso quello che ci piace definire il triennio magico, durante il quale, grazie alla spinta dirompente del nuovo sound che si stava affermando, si poteva finire facilmente nelle selling charts anche con brani che non fossero delle canzoni nel senso stretto del termine.

Il vostro successo è stato esportato anche negli USA con l’esperienza di “Voo-doo Believe?”, in cui è fondamentale il formato canzone che ricorda le vostre precedenti esperienze italo disco. Come avete fatto a irrompere in quel mercato?
SM:
“Voo-doo Believe” appartiene al secondo periodo dei Datura, quello delle canzoni strutturate in modo più tradizionale: strofa, ponte e ritornello per intenderci. In quel periodo cominciammo ad interessarci maggiormente all’aspetto compositivo e iniziammo a collaborare anche con altri DJ esterni al team nativo, per le versioni cosiddette da club. Le nostre versioni restavano comunque particolari negli arrangiamenti e forse fu proprio questa la chiave del successo all’estero di “Voo-doo Believe?”. Il brano, supportato anche da un video ”tematico”, ebbe particolare successo in Francia, dove per la prima volta ci posizionammo tra i primi posti nelle classifiche di quel paese.

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All’epoca la trance veniva vista in modo alieno: da una parte un grande consenso di pubblico dall’altra anche gli scettici che pensavano fosse roba prodotta in maniera dozzinale con quattro macchine in croce solo per far ballare degli scoppiati. Reazioni che ricordano le stesse che sorgevano quando i Gaznevada si esibivano live nel ‘77. Voi come reagivate alle critiche?
CP:
Riesce difficile paragonare due periodi così lontani e distinti, ma il concetto generale è che di fronte alle grandi innovazioni musicali c’è sempre stato un fronte critico resistente e che ama rapportarsi solo col passato. Inoltre, da sempre e soprattutto da noi, ci sono nella musica gli schieramenti che potremmo paragonare agli ultras delle tifoserie sportive. La musica spesso viene percepita come appartenenza quasi ideologica e questo, a volte, crea fraintendimenti tra la musica “buona” e quella “cattiva”, oppure tra quella “giusta” e quella “sbagliata”. Questa contrapposizione, ahinoi, è un atteggiamento molto italiano.

Sicuramente la vostra caratteristica è quella di avere un solido impianto melodico che si riallaccia alla tradizione italiana: se penso ad “Eternity” non posso non pensare che sia la vostra “Nel blu dipinto di blu”.  Lavoravate molto in quel senso? Cercavate una “via italiana” ad un certo tipo di sound?
SM:
Grazie per lo smisurato complimento, ma non avevamo mai pensato ad “Eternity” in questo modo. In realtà fu il riuscitissimo follow-up di “Yerba del Diablo” (con l’intermezzo di “Devotion”), con in aggiunta un riff dalle caratteristiche molto melodiche. Cercavamo di “daturare” sempre più il nostro sound e se questo ha contribuito ad arricchire e a far crescere la “via italiana” non possiamo che esserne lusingati. Dicono di noi, in ogni caso, che siamo stati i precursori della Trance latina.

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Il vostro unico album è Eternity: ci parlate della sua genesi e del perché poi non c’è stato un seguito riguardo a raccolte di inediti? Forse avevate già capito che il futuro sarebbe stato, come è oggi, dei singoli brani?
CP:
L’album Eternity venne scritto e prodotto senza interruzione di continuità nell’arco di pochi mesi e in quell’occasione decidemmo di fermare anche il tour live per poterci meglio concentrare sul lavoro in studio. Da quel LP vennero successivamente estratti otto singoli e tutti contenenti versioni differenti da quelle proposte nell’album. Venne pubblicato anche un inedito all’interno del singolo di “Fade To Grey”, “El Sueno”, che ebbe a sua volta successo ed è ancora oggi un inno nei raduni oldschool. Insomma un momento di grandi energie e successi. Con il passaggio alla Time Records iniziammo a lavorare sui singoli brani progettando un nuovo album, che per ignote strategie commerciali non vide mai la luce. Qualche anno e varie hits dopo, venne pubblicato un Greatest Hits, che includeva tra gli altri uno dei nostri maggiori successi: “Infinity”, del 1995. 

Come vi ponevate nella scena rave del periodo? Avevate rapporti con gli esponenti più “hardcore” del genere?
SM:
Ne eravamo in qualche modo protagonisti, per precisione della scena trance e poi hard-trance, verso la metà del decennio. Negli anni non disdegnammo, con alcuni side-project, di addentrarci nel profondo della techno. Il progetto Trashman - “Cosmotrash” vide una collaborazione con Lenny Dee. Esiste una versione in chiave gabber della nostra produzione “Masoko Solo - Pessa Pessa”, che diventò un’inno di quel genere musicale. In seguito ci addentrammo anche nel mondo happy hardcore e fu fatto uno scambio di remix con i tedeschi Scooter (come spesso accadeva all’epoca): noi remixammo la loro “Endless Summer” e loro fecero una versione della nostra “Angeli Domini”.

Il vostro stile ha sicuramente anticipato o comunque lavorato in parallelo con le intuizioni della Goa trance: adesso che c’è una specie di revival di “fricchettoni tecnologici” anche in ambienti underground che prima snobbavano la psy, cosa ne pensate? 
CP:
Che sono arrivati tardi! Scherzi a parte, come spesso succede dal genere di “nicchia” parte un fermento tale che lo traghetta alle classifiche o comunque allarga sensibilmente la platea di ascolto. Adesso è il momento della psy, nella sua second-life. Questo però non significa che sia inferiore o peggiore delle sue radici, semplicemente è diversa e il suo rinnovamento le ha aperto maggiore visibilità. 

Non è che alla fine oggi certi musicisti sono meno consapevoli rispetto al misticismo che divulgavate voi e sono quindi paladini di una certa ignoranza sia spirituale che musicale in materia, visto che tutto oramai è ridotto a consumo acritico?
SM:
Il rischio del consumo acritico c’è e i social network certo non aiutano. Oggi grazie ai post sulle bacheche il consenso e/o il disappunto dura l’arco di un click: mi piace/non mi piace e questo si riflette in modo negativo anche sul modus operandi di tante cose, musica inclusa. Di certo, mette molta tristezza che mai come in questi anni la “fuffa” prevalga in modo preponderante sui contenuti.

Per concludere: quali sono i vostri eredi oggi e come vedete lo sviluppo dell’industria musicale rispetto a certe musiche di confine? C’è ancora spazio per il vero misticismo e per una musica che pensi al dentro anziché all’apparenza del fuori?
CP:
Purtroppo la crisi dell’industria musicale è stata abbondantemente esplicitata dalla pandemia, e con il crollo delle esibizioni live è crollato quasi l’intero fatturato del settore. Prima di questo però la musica non godeva di buona salute, vedremo che succederà quando tutto questo, speriamo presto, sarà finito. Noi per il momento abbiamo scelto di continuare ad essere i divulgatori scientifici degli anni Novanta.

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