Il caso Magherini somiglia sempre di più a quello di Aldrovandi

Andrea Magherini (a sinistra dello striscione) e Guido Magherini (al centro) fuori dal Tribunale di Firenze. Via.

Dopo la sentenza d’appello sul caso Cucchi dello scorso ottobre, che ha visto assolvere tutti gli imputati, si era levato un moto d’indignazione senza precedenti. Quasi tutti—da Massimo Gramellini in giù, ad esclusione dei soliti “controversi” sindacati di polizia—si erano stracciati le vesti per un esito giudiziario che appariva palesemente iniquo.

Purtroppo, quello di Stefano Cucchi non è un incidente isolato nella storia degli abusi in divisa. Esiste un altro caso, di cui in questi mesi si è parlato molto meno, che sta faticosamente andando avanti nel suo iter giudiziario. Si tratta della vicenda del quarantenne Riccardo Magherini, morto a Firenze la notte tra il 2 e il 3 marzo del 2014 nel corso di un fermo operato da quattro carabinieri. Ieri, infatti, un gup del Tribunale di Firenze ha rinviato a giudizio i militari e tre volontari della Croce Rossa per omicidio colposo. Un carabiniere andrà a processo anche per il reato di percosse.

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Ho sentito al telefono Andrea Magherini, fratello di Riccardo, secondo il quale la decisione del gup è comunque una buona notizia: “Lo speravamo. È stato molto lungo e laborioso, ma alla fine ci siamo arrivati. Siamo soddisfatti, ecco.”

Per l’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta la famiglia, c’è ancora ” molta strada da fare” per capire cosa sia veramente successo quella notte—anche perché rimangono parecchi punti oscuri.

E che nell’intera vicenda qualcosa non quadrasse, del resto, lo si era capito sin dai primi lanci d’agenzia. Seguendo una specie di prassi consolidata, Magherini era stato subito dipinto come un tossico in preda a un delirio violento, che quella notte girovagava per il centro di Firenze con l’unico scopo di sfondare vetrine, rubare cellulari e “sferrare testate al volto” dei carabinieri intervenuti per sedarlo.

Il caso, insomma, sembrava già chiuso; e persino il pubblico ministero aveva dichiarato che dall’autopsia non erano “emersi segni che facciano pensare a un decesso dovuto ad atti di violenza.” Il colpevole della morte di Riccardo Magherini era da ricercare nella cocaina o, molto semplicemente, nella vittima stessa.

Il quadro cambia completamente il 24 aprile del 2014, quando il senatore Luigi Manconi, il legale Fabio Anselmo e la famiglia Magherini organizzano una conferenza stampa al Senato. È in quella giornata che sono mostrate per la prima volta le immagini del corpo martoriato di Riccardo, insieme a un video che registra il fermo dei carabinieri e—molto presumibilmente—gli ultimi attimi di vita dell’uomo.

Nei giorni successivi a quella conferenza, la famiglia presenta anche una denuncia in Procura in cui si chiede l’imputazione di omicidio preterintenzionale e si cerca di ricostruire la dinamica che ha portato alla morte Riccardo Magherini. Nell’esposto, infatti, sono contenute diverse testimonianze (in tutto saranno 29) che parlano apertamente di “calci” sferrati su Magherini e di atteggiamenti violenti da parte dei carabinieri—circostanza, tuttavia, da sempre negata dalla difesa dei militari, che ha individuato nell’”uso di stupefacente” la “causa principale” di morte.

Con il procedere delle indagini, inoltre, sono emersi documenti e dettagli che hanno permesso di ricostruire una parte di quello che è successo quella notte, oltre che i comportamenti dei carabinieri nei momenti immediatamente successivi alla morte di Magherini.

Anzitutto, ci sono le telecamere del ristorante in cui ha cenato Riccardo Magherini che lo riprendono mentre conversa tranquillamente con i proprietari del locale – un ritratto diametralmente opposto a quello del folle assetato di sangue che vagabonda per le strade di Firenze a “d’orso nudo” (come recita la relazione di servizio stilata dai carabinieri).

Le telecamere per le strade di Firenze percorse da Magherini, invece, sembra che non abbiano ripreso nulla in quelle ore. Nel dicembre dello scorso anno, la deputata del Partito Democratico Tea Albini aveva presentato un’interrogazione ai ministri di Difesa, Giustizia e Interno per capire se ci fosse “l’intenzione di acquisire le immagini di sicurezza registrate” e rendere “un servizio oggettivamente utile all’attività di indagine.”

Nel rispondere a un’altra interrogazione parlamentare del senatore Andrea Augello di Ncd sulle telecamere della DIA di Lungarno Vespucci (regolarmente in funzione), il Viminale aveva affermato che “né l’Autorità Giudiziaria procedente né alcuna della Forze di Polizia hanno richiesto copia delle immagini registrate dalle telecamere in questione.”

Se le immagini delle telecamere (per ora) nessuno le ha viste, agli atti dell’inchiesta ci sono numerose telefonate e testimonianze dei carabinieri in servizio quella notte. Un maresciallo, il militare più alto di grado presente il 3 marzo 2014, descrive Magherini come “fuori dalle orbite del Signore,” nonché “una fiera ferita” che sudava copiosamente e “aveva anche la bava alla bocca.”

Al centralino del 112, lo stesso dice che “abbiamo preso calci e pugni tutti quanti,” dato che “in quattro non si riusciva a tenere.” E a un ufficiale dei carabinieri, il maresciallo dice che bisogna fare “subito una perquisizione” in casa di Magherini per trovare “eventuali sostanze stupefacenti.”

Insomma, come sostiene Andrea Magherini, “hanno cercato di ‘farlo morire’ di droga, dicendo che era un energumeno e inventando delle storie, delle bugie. Riccardo è stato denunciato da morto. È stato creato un castello.”I quattro carabinieri indagati, continua il fratello, “hanno anche fatto attività d’indagine, che a livello deontologico e professionale non dovrebbe essere permesso.”

Quello degli atti d’indagine portati avanti dai quattro carabinieri non è l’unica stranezza del caso. Il giornalista Matteo Calì ha ricostruito come i militari, pur avendo “preso calci e pugni” dalla “fiera ferita”, fossero andati a farsi refertare diverse ore dopo l’accaduto, e solo a seguito della verbalizzazione della nota di servizio. Stando a quanto ha dichiarato l’avvocato Anselmo, “più testimoni hanno sporto denuncia riferendo anomalie riguardo alla loro esclusione, in più sono state rilevate alcune lacune.” Una testimone ha riferito questa circostanza: “Mentre raccontavo dei calci che gli davano quando era a terra, il carabiniere che verbalizzava non scriveva: non sentivo il rumore dei tasti.”

Questo clima di tensione è stato descritto anche dal legale dei tre volontari della Croce Rossa finiti a processo. In una lunga intervista, Massimiliano Manzo ha accusato i carabinieri di non aver consentito “i soccorsi ai miei assistiti,” rappresentando “Riccardo Magherini come pericoloso e aggressivo” e usando “un tono autoritativo.”

L’avvocato ha anche parlato di “verbali scritti da due carabinieri poi indagati e da loro svolti in condizioni allucinanti, per non dire di peggio,” e ha riferito due episodi particolarmente inquietanti: il primo è che una volontaria è stata “interrogata accanto al cadavere di Riccardo Magherini, dove le fanno fare dichiarazioni che servono a scagionare loro stessi”; il secondo è che “il massaggio cardiaco inizia con Magherini ammanettato,” perché i carabinieri “non trovano le chiavi [delle manette] nonostante le richieste dei miei assistiti.”

Più in generale, la famiglia Magherini ha contestato più volte al pubblico ministero—nei cui confronti, tra l’altro, è stato avviato un procedimento disciplinare—un certo modo di condurre l’inchiesta. Nel marzo dell’anno scorso, ad esempio, il magistrato aveva incaricato il tossicologo Francesco Mari di “accertare eventuali presenza di sostanze stupefacenti, alcoliche o comunque farmacologicamente attive che possono aver causato o concausato il decesso.”

La perizia di Mari—coadiuvato dalla moglie Elisabetta Bertiol, professoressa all’Università di Firenze, membro del Dipartimento Politiche Antidroga e convinta sostenitrice della Fini-Giovanardi—scagiona completamente i carabinieri e sostiene che Magherini “è deceduto in preda ad episodio di intossicazione acuta da cocaina […] che ha scatenato una situazione comportamentale e patologica inquadrabile in quella che viene descritta come ‘excited delirium syndrome’.” Un simile risultato, per dire, è piaciuto così tanto al senatore Carlo Giovanardi che ha deciso di pubblicare la perizia sul suo sito.

La tesi dell’”Excited delirium syndrome”—utilizzata senza successo anche nel processo per l’omicidio di Federico Aldrovandi—viene riproposta nell’udienza preliminare dell’8 gennaio 2015, quando il pubblico ministero presenta le slide (in inglese) di un poliziotto americano proprio su questa fantomatica sindrome.

Questa mossa fa infuriare sia l’avvocato Anselmo che Andrea Magherini. “In Italia non c’è mai stato un caso di EDS,” mi spiega il fratello di Riccardo. “È una sindrome più che altro ‘politica’, nel senso che è stata creata per ‘dare una protezione’ ai fermi violenti delle forze dell’ordine, dicendo che la persona sarebbe morta anche nel proprio letto, e che la compressione toracica o i calci tirati non c’entrano nulla.”

Andrea Magherini, inoltre, lamenta il fatto che “la Procura non si è preoccupata di ricostruire” i circa 25 minuti di buco di quella notte—tra le 00:20 e le 00:45—che potrebbero spiegare la reazione scomposta e terrorizzata di Riccardo.

“Ci sono dei testimoni,” dice il fratello, “che riferiscono che Riccardo è in collutazione con una persona sul Ponte Vespucci. Riccardo quella sera chiede aiuto, dice di essere inseguito, che gli vogliono sparare. Fa quindi una serie di atti nel massimo terrore. Vorremo sapere chi o cosa glielo ha scaturito, questo terrore.”

A questo punto, solo il processo—oltre ad accertare la responsabilità delle persone coinvolte—potrà far luce su quanto sia realmente successo in quei minuti, e cosa abbia causato l’agitazione di Riccardo Magherini.

Nonostante siano passati quasi dieci anni dal caso Aldrovandi, è comunque preoccupante notare come nel caso Magherini si siano riprodotte dinamiche e meccanismi per certi versi molto simili—dinamiche che hanno spinto il fratello a dire che “ci siamo sentiti soli, in un certo senso abbandonati dallo Stato.”

Quello che rimane ancora inalterato è il comportamento di alcuni tutori dell’ordine. “La nostra battaglia è anche per questo: quello che è successo a Riccardo non deve succedere a nessun altro, perché non si può morire così nelle mani dello Stato,” conclude il fratello. “Perché Riccardo me lo dovevano far trovare in un letto d’ospedale o in commissariato; non massacrato in un letto d’obitorio, come purtroppo è stato.”

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