I bagnanti del “fiume dei miracoli” sotto l’Ilva di Taranto

Tutte le foto del Collettivo DAV.

Negli ultimi anni chi abbia sentito parlare di Taranto non l’ha di certo pensata da un punto di vista taumaturgico: il nome della città è spesso legato a quello dell’Ilva e dei rischi per la salute che questo complesso industriale pone per chi ci lavora e vive intorno. Eppure, proprio nei pressi di Taranto scorre un fiume delle cui qualità curative si vocifera da tempo: il Tara.

Le proprietà del fiume—che è anche al centro del mito della fondazione della città da parte di Taras—si tramandano in numerose leggende; la più nota riguarda un asino gettato nel Tara a morire, e che invece fu salvato proprio dal contatto con le acque e i fanghi del fiume. In effetti, il corso è sempre stato meta di un turismo “curativo”, tanto che fino agli anni Cinquanta proprio sulle sue sponde sorgevano anche impianti balneari e facility per consentire le abluzioni nell’acqua fredda e gli impacchi di fango. Oggi questi impianti non esistono più, ma è rimasta una vera e propria comunità di “affezionati” del fiume, che crede alle sue proprietà miracolose.

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Il Collettivo DAV, composto da Dalila Ditroilo, Antonio Maria Fantetti e Vito Bellino, ha cominciato a fotografare il Tara e la sua comunità di “credenti” nel 2014, all’interno di un progetto promosso dalla sezione locale dell’INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica.

“Da subito,” mi hanno spiegato i ragazzi del collettivo, “ci è apparsa un’immagine spiazzante: nel nulla che caratterizza i dintorni di Taranto, segnati dalla presenza dell’Ilva e da un paesaggio brullo, c’era una realtà verde acceso, con un corso d’acqua abbondante e un’umanità intenta a rilassarsi e godersi questo autentico angolo di benessere.” Questa “frattura visiva con il contesto circostante” li ha spinti a voler conoscere meglio il luogo, ed è alla base del progetto Tara, il fiume dei miracoli, che uscirà a settembre per Doll’s Eye Reflex Laboratory.

La comunità che si ritrova sulle rive del fiume è molto varia, e proprio la trasversalità—che “ha evidenziato come questo lembo di territorio sia una risorsa, un punto di aggregazione”—è stata motivo di sorpresa per i fotografi.

Un momento di particolare raccoglimento, che ha qualcosa del rito sacro (come rimando al ritrovamento nel fiume di un’icona raffigurante la Madonna) ma anche pagano, è l’alba del primo settembre: alla cinque del mattino uomini e donne si immergono nelle acque del fiume per recitare il rosario e affidare alla corrente dei lumini. Ovviamente il fine è la buona salute, che sarebbe assicurata così per tutto l’anno a venire.

Ma al di là dei presunti motivi curativi, c’è qualcosa di più concreto, secondo il collettivo DAV, alla base della comunità del fiume Tara: “[Il fiume] costituisce una rottura con la difficile realtà sociale e ambientale in cui queste persone vivono tutti i giorni. È un luogo di riappacificazione con il proprio territorio e con la propria identità.” E forse è per questo che, nonostante tutto, la leggenda non sembra destinata a perdere di vigore, “perché il Tara dà alle persone il ‘proprio’ posto, un posto dove raccogliersi, incontrarsi, rifugiarsi, riconoscersi.”

Tara, il fiume dei miracoli del Collettivo DAV, a cura di Doll’s Eye Reflex Laboratory, è in uscita a settembre. Il progetto del libro è di Irene Alison, la direzione artistica di Alessandra Pasquarelli, e la postfazione di Alessandro Leogrande.

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