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"Contro" Saverio Tommasi e un certo tipo di sinistra italiana

I post Facebook di Saverio Tommasi conquistano regolarmente migliaia di like e condivisioni. Ma la sua retorica, per quanto parta da presupposti onorevoli, può avere conseguenze estremamente dannose.

Per diverso tempo ho pensato di essere uno dei pochi a non sopportare Saverio Tommasi. Chiunque si sarà imbattuto in qualche suo post o in qualche video; per chi invece non lo conoscesse, Tommasi è un reporter toscano che si occupa di tematiche politiche e sociali da una prospettiva di sinistra.

I suoi status si concentrano soprattutto su Matteo Salvini, le idiozie dei razzisti, i diritti civili e delle minoranze, l'antifascismo (ma solo se si parla di vecchi partigiani o di meme alla Tess Asplund), Matteo Salvini (ho già detto Matteo Salvini?) e i migranti. Se ne sto parlando, è perché nel corso degli anni è riuscito a crearsi un seguito enorme (che conta oltre 260mila fan sulla propria pagina Facebook) e, almeno per me, ingiustificato.

Pur apprezzando qualche suo reportage—quello sul meeting di Comunione e Liberazione, e uno più recente sull'adunata della Lega Nord a Bologna—non riesco proprio a farmi andare giù l'informazione fatta di status banali e gonfi di iperboli a buon mercato. Certo, evidentemente la gente vuole queste cose, e questo è il tipo di opinionismo che va per la maggiore oggi; ma anche così trovo strano come Tommasi sia riuscito a prendersi così tanto spazio nell'opinione pubblica di sinistra.

Fino a poco fa, però, questa sensazione era rimasta tale, e fondamentalmente inespressa. Almeno fino alla vicenda del bambino caduto nella gabbia di un gorilla nello zoo di Cincinnati, finita con l'abbattimento dell'animale e una scia di polemiche su cosa fosse giusto (o meno) fare in quella situazione.

Nello status che Tommasi ha dedicato alla vicenda—e che mentre scrivo ha totalizzato oltre 60mila like—il giornalista arriva a dire che il gorilla aveva praticamente adottato quel bambino ("l'aveva accarezzato come nessun uomo aveva mai accarezzato quel gorilla") per poi concludere che gli esseri umani cattivi hanno "tradito" il povero animale che voleva solo amare.

Nella pratica, però, non è andata proprio così. Come si può vedere da un video, il gorilla strattona e trascina violentemente il bambino per la gabbia; e quest'ultimo, lungi dal sentirsi amorevolmente accudito, piange e grida perché è terrorizzato. I fatti, che non rientravano nel frame pseudo-animalista e sentimentale elaborato da Tommasi, sono stati dunque accantonati senza fare troppi complimenti. E questo ha fatto sì che le critiche ai suoi status abbiano ottenuto molta più risonanza del solito.

E direi finalmente, visto che si differenziano nettamente dalla maggior parte delle critiche a Tommasi—provenienti, queste, da ambienti di destra (quando non direttamente fascistoidi) che non ci mettono molto a tirare in ballo offese e dileggi personali, spesso e volentieri ripugnanti.

Da parte mia non ho nulla contro Tommasi in sè, né contro la sua ideologia. Anzi, alla fine uno potrebbe anche sostenere che Tommasi non abbia mai posizioni particolarmente sbagliate, e infatti non è quello il problema. Sono il metodo e la forma con cui si esprime sui social e in certi video a essere estremamente dannosi—e non solo perché utilizza gli aspetti più deleteri della prosa di un Massimo Gramellini.

Tommasi riesce ad appiattire ogni tematica e a spalmare quintali di melassa su qualsiasi argomento trattato. Uscire indenni da un'intera giornata sulla sua pagina non è per niente facile—è come essere intrappolati nel regno dei buoni sentimenti e delle frasi ispirazionali che possono funzionare alla grande sulla tua bacheca, ma che in concreto non vogliono dire un cazzo.

Quello sul gorilla è in un certo senso un ottimo condensato del post medio di Tommasi su Facebook. La struttura è più o meno la stessa: si parte con UN TITOLETTO DI RICHIAMO IN MAIUSCOLO CHE SI RIVOLGE PROPRIO A TE, CARO UTENTE DI FACEBOOK, CHE STAI SCROLLANDO LA TUA TIMELINE IN QUESTO ISTANTE, si procede con un testo generalmente infarcito di frasi fatte e si chiude ogni volta (cosa per me destabilizzante) con un autotag.

Anche lo stile è tendenzialmente omogeneo: moralista, pedagogico, e che mira ad innescare un'identificazione emotiva nel lettore. Non mi sto inventando nulla, è lo stesso Tommasi a rivendicarlo. "La stragrande maggioranza dei miei post esprime ciò che in quel momento mi viene," ha dichiarato in un'intervista. "Scrivo ciò che mi viene in quel momento alla lettura di una certa notizia e da questo punto di vista non punto all'emozione, ma partendo da un'emozione (la mia) vado a colpire altre emozioni (quelle dei lettori)."

Un meccanismo del genere è particolarmente visibile quando Tommasi va a toccare certi temi e topos ricorrenti, in particolar modo l'immigrazione. È proprio su quest'ultimo argomento che l'approccio semplificatorio di Saverio Tommasi raggiunge la vetta incontrastata, con un fenomeno immenso ed epocale come quello che sta vivendo l'Europa ridotto a una serie di cartoline strappalacrime di bambini che offrono biscotti ai poliziotti ungheresi, di paragoni tirati per i capelli o di foto avulse dal contesto, come questa di un cadavere che sembra stringere un cellulare.

In una versione precedentemente non modificata—come ha rilevato questo articolo—Tommasi aveva raccontato la storia di questa foto con un'imprecisione cruciale. Nell'sms che la vittima avrebbe inviato alla famiglia, la donna scrive: "Amore mio, fra poco arriveremo in Italia." L'impressione che si poteva ricavare dalla lettura di quello status, quindi, è che quella donna fosse morta nella traversata verso l'Italia.

Nella realtà, la donna era di Haiti e stava cercando di recarsi a Cuba—circostanza che cambia nettamente il significato del post, il cui intento primario era screditare i razzisti italiani e la loro stronzata del "se i 'clandestini' hanno l'iPhone allora non scappano dalla guerra." Nonostante gli abbiano fatto notare l'incongruenza, Tommasi ha ribadito di non aver sbagliato nulla, perché comunque l'importante era il messaggio generale che quella foto trasmetteva.

È evidente, quindi, che sull'immigrazione Tommasi cerchi di proporre una narrativa "positiva" e sentimentale—cosa che, in tempi come questi, è un'operazione tuttosommato nobile; nel farlo, però, utilizza una serie di generalizzazioni e forzature che sono esattamente speculari (non a livello ideologico, ma estetico) a quelle impiegate dagli xenofobi.

E a proposito di quest'ultimi, e del modo di contrastarli che adopera Tommasi, ho trovato particolarmente indicativo un altro post. Una sera del 15 luglio del 2015, a Quinto di Treviso un gruppo di residenti—spalleggiati da militanti di Forza Nuova— era entrato in degli appartamenti che la prefettura aveva destinato all'accoglienza dei profughi, poi aveva portato in strada i mobili e li aveva bruciati in segno di protesta.

Tommasi ci ha fatto un post apposito—suggestivamente intitolato "IERI HO VISTO HIMMLER"—che inizia con un (impreciso) riepilogo dei fatti e nell'arco di due paragrafi approda subito alla reductio ad Hitlerum. "Io qualche mese fa sono stato ad Auschwitz," scrive il giornalista, "e vi dico che le vostre idee non sono per niente originali, ci avevano già pensato i vostri nonni."

Per quanto terribile sia stata quella protesta—per cui, tra l'altro, non ha mai pagato nessuno —davvero un paragone così gratuito (nella frase successiva si parla persino di Anna Frank) aiuta a contestualizzare l'episodio?

Il rogo dei mobili era stato preceduto da giorni e giorni di tensioni, culminati anche in scontri tra residenti e migranti; e partiti politici ben precisi avevano fomentato e cavalcato quella protesta. Anche in questo caso, dunque, le informazioni che dà Tommasi sono incomplete e accuratamente selezionate per tenere un registro "alto" diretto a smuovere l'emotività più viscerale (il post si chiude con questa frase: "la mia sola razza è quella umana"), piuttosto che a spiegare effettivamente quello che è successo o inviduare responsabilità politiche concrete.

Del resto, la tendenza a tracciare parallelismi per arrivare ad attaccare politicamente qualcuno —e quel qualcuno è spesso e volentieri Matteo Salvini —è uno degli strumenti più utilizzati da Tommasi.

Proprio l'altro giorno, usando come pretesto l'omicidio di Sara Di Pietrantonio, il reporter ha attaccato il segretario della Lega Nord con questo post.

Ora, con tutte le critiche che si possono fare al leader leghista, arrivare a usare questi stratagemmi non mi pare la mossa più intelligente. Anzi: usare i crimini degli italiani in funzione anti-salviniana (o antirazzista) è una strumentalizzazione rozza, e soprattutto è ciò che fa Salvini ogni dannato giorno selezionando i reati commessi da stranieri. Ancora una volta, si generalizza in maniera opposta e speculare ai propri avversari politici; ma si generalizza sempre e comunque.

Se da un lato lo stile di Tommasi è perfetto per incassare migliaia e migliaia di like, insomma, dall'altro ha delle enormi controindicazioni: quelle cioè di non andare mai a fondo nelle questioni, di eliminare alla radice la complessità del reale, e di comprimere ogni cosa in una dicotomia tra noi—che siamo irrimediabilmente i buoni—e tutti gli altri.

Diciamo che se fossi un redattore di Libero (o del Populista) sognerei di avere un Saverio Tommaso dall'altra parte. E non è un caso, infatti, che la critica più ricorrente che gli si faccia è quella di essere una specie di macchietta della sinistra terzomondista e buonista.

Ho accuratamente evitato di nominare quest'ultima parola per tutto l'articolo, perché talmente abusata da non avere più alcun senso. E in effetti, come mi ha detto il senatore Luigi Manconi, il dilagare di questo termine e dell'accusa di "buonismo" è "uno dei pochi trionfi che ha avuto in Italia la cultura reazionaria."

Ho il timore che figure come quelle di Tommasi siano uno dei motivi per cui la sinistra italiana sia stata sconfitta sul punto—e continuerà a esserlo ancora a lungo.

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