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Siamo stati ancora una volta al Family Day

A sei mesi di distanza dall'ultimo Family Day, siamo andati di nuovo in mezzo a chi si batte per la famiglia tradizionale e vuole bloccare le unioni civili.

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Federico Tribbioli

Manca poco meno di un'ora all'inizio del nuovo Family Day—convocato dagli stessi organizzatori di quello di giugno—e Leonid Breznev ed Erich Honecker si stanno baciando davanti a me. Sotto di loro campeggia una scritta che comunica il vero motivo del crollo del comunismo: "Non c'era 'Dio' / E' fallito." Il successivo salto logico, chiamiamolo così, è che anche le unioni civili faranno la stessa fine.

Questo è ciò che sostiene il primo cartellone in cui mi imbatto sabato pomeriggio nei paraggi del Circo Massimo, e che impiego qualche attimo per decifrare. Tra l'altro, sempre per rimanere al passo con i tempi, dal palco parte in loop uno spezzone di Don Camillo e l'onorevole Peppone, quello che in cui si dice: "Ricordate, nel segreto della cabina elettorale Dio vi vede e Stalin no."

Intorno a me, intanto, i manifestanti continuano a sciamare dentro la piazza sventolando le bandiere, cantando e portando i passeggini. Qualcuno alla guida di una comitiva invita a fare tutti dei "grandi sorrisi," perché la giornata si preannuncia storica—del resto, personaggi come Carlo Giovanardi hanno garantito che al Family Day ci sarebbe stata una "folla sterminata."

Esattamente com'era successo a giugno, anche questo Family Day è stato accompagnato dal solito turbinio di polemiche. Solo per citarne alcune, per giorni e giorni si è parlato dell'adesione (o meno) della CEI, delle spaccature in Comunione e Liberazione sull'evento, delle bislacche idee di Mario Adinolfi sul ruolo della donna nella società moderna, del Pirellone illuminato, degli sconti di Italo e di preti "pronti ad andare in galera" in caso di approvazione del ddl Cirinnà.

Non sono mancati nemmeno dei dissapori tra le varie componenti del Family Day—segnatamente tra Forza Nuova, CasaPound (che è intervenuta per la prima volta in una manifestazione del genere) e il comitato " Difendiamo i nostri figli" capeggiato dal neurochirurgo Massimo Gandolfini.

Quest'ultimo, appena saputo dell'adesione dei due movimenti di estrema destra, si era smarcato con queste parole: "Disapproviamo assolutamente le loro modalità di espressione e di azione, che sono totalmente fuori dal nostro modo di pensare e di agire. Vogliamo una piazza tranquilla, gioiosa, non siamo in guerra contro nessuno." Costanza Miriano ha però assicurato che "nessuno ma proprio nessuno verrà cacciato via dal Circo Massimo," mentre uno degli organizzatori—Filippo Savarese—ha ribadito che "la piazza è di tutti, chiunque è benvenuto, anche CasaPound."

Rispetto allo scorso giugno, in effetti, la piazza mi sembra decisamente più "tranquilla." Naturalmente non si tratta né della "marea umana" incontenibile descritta da articoli degni dell'Istituto Luce, né tantomeno dei due milioni di persone annunciati da Gandolfini; nonostante questo il Circo Massimo è gremito, e nel 2016 non so quanti altri gruppi riescano a mobilitare decine di migliaia di persone.

Se sei mesi fa era stato il Leviatano della "teoria del gender" a compattare il variegato mondo ultracattolico, questa volta gli sforzi sono tutti concentrati sull'obliterazione del travagliato ddl Cirinnà—norma che in piazza si tramuta in un monstrum che prevede nefandezze in serie come uteri in affitto e adozioni gay, nonché una specie di Endlösung occulta per la famiglia tradizionale.

Che la partita sia in un certo senso più "istituzionale" rispetto a quella del Family Day di giugno lo testimonia anche il fatto che sotto il palco—in uno spazio delimitato da giovani volontari in pettorina gialla—sia pieno di politici. Oltre allo scontato Giovanardi, tra gli altri scorgo Maurizio Gasparri, Roberto Maroni, Roberto Formigoni, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, l'ex ministro Altero Mattioli, Renato Schifani, Renato Brunetta e Rocco Buttiglione.

Rocco Buttiglione, a destra, con un manifestante.

Altri, invece, sono stati ripescati dalle pieghe di qualche universo temporale parallelo—come Clemente Mastella.

Mentre aspetto l'inizio degli interventi e ascolto rapito il testo dell'inno di questo Family Day ("Una sola è la famiglia / un sigillo nel Dna / giù le mani dalla fonte / che dà vita all'umanità "), la mia attenzione viene completamente catturata dal fatto che persino Batman è a favore della famiglia tradizionale.

Per il resto, l'iconografia e gli slogan di eventi del genere regalano sempre grandi soddisfazioni. Al di là del tautologico "sbagliato è sbagliato" che va per la maggiore, il movimento ultracattolico Militia Christi issa uno striscione in mezzo alla piazza con una citazione dello scrittore britannico G. K. Chesterton: "Accenderemo i fuochi per testimoniare che due più due fa quattro." Qualcun altro, restando sulla falsariga apocalittica, invoca l'ira della Natura sulle scellerate leggi umane.

L'offerta visiva, comunque, è talmente vasta che nessuno è scontentato. Il movimento Riva Destra, ad esempio, espone uno striscione che esprime un sonoro NO alla "Gaystapo"; e altri, ripiegando su parole d'ordine più tradizionali, intimano "Basta scandalo ai bambini" e descrivono i matrimoni gay in questa maniera.

Poco prima delle due, dal palco viene letto un messaggio del rabbino capo di Roma—Riccardo Di Segni—in cui si afferma che "la vostra manifestazione è importante" e "i bambini non sono animali di esperimento." Peccato che, come si verrà a sapere in seguito, Di Segni non abbia mai mandato alcun messaggio, né aderito al Family Day.

Il primo a parlare, sopra la scritta a caratteri cubitali che recita "vietato rottamare la famiglia," è Massimo Gandolfini. Il presidente del comitato organizzatore esordisce dicendo che "siamo davvero contentissimi di vedervi così numerosi," per poi ribadire che "questa piazza non vuole fare guerra a nessuno e non è una piazza contro nessun tipo di persona."

Il secondo a intervenire è Mario Adinolfi, accolto da un'ovazione dalla piazza. "Avete cambiato oggi la storia di questo paese," dice il direttore de La Croce, "perché una piazza così non si è mai vista." L'ex deputato si rivolge poi "al mio amico Matteo Renzi," invitandolo a fare "le scelte giuste." La breve orazione si conclude con lo scontato attacco al ddl Cirinnà, accusato di voler "attaccare un cartellino del prezzo al ventre della madri e al nome dei nostri figli."

Dopo di lui tocca al presidente di Giuristi per la Vita Gianfranco Amato—che al Family Day di giugno era decisamente più carico—e a Toni Brandi, presidente di ProVita onlus, con cui finalmente si fanno strada i Grandi Complotti Della Lobby LGBTQ.

Per Brandi, infatti, i matrimoni e le adozioni gay sono la "priorità del mondo occidentale" perché "dietro alle industrie della procreazione artificiale, dell'utero in affitto, della compravendita di ovociti e del cambiamento di sesso vi sono decine di miliardi di dollari!" E non solo: la "sessualizzazione precoce dei nostri bambini" è dovuta al fatto che "le industrie farmaceutiche, l'industria del porno e quella del condom" vogliono lucrare "sulla pelle e sul sangue delle donne e dei bambini."

La risposta più efficace a questi poteri forti, dunque, non può che essere una: quella di incenerire una delle più pavide leggi sui diritti civili dell'intera Europa occidentale.

I numerosi relatori—tra cui spicca anche Costanza Miriano, che invita le donne a liberarsi di questa fastidioso fardello chiamato "emancipazione"—si susseguono a ritmo molto serrato, e i discorsi che si fanno, tutto sommato, sono riassumibili in pochi punti:

- La nostra Famiglia è sotto attacco;

- Noi, la maggioranza silenziosa, siamo assediati dai Poteri Forti;

- Rispettiamo tutti, ci mancherebbe, ma non possiamo proprio accettare un'estensione dei diritti;

- Il ddl Cirinnà è Il Male, se non lo si fosse capito;

- Dio è grande.

Ma non è ancora finita. Dopo più di un'ora e mezza di sermoni, il colpo di grazia arriva con l'intervento conclusivo di Massimo Gandolfini. Si tratta di una lunga orazione in cui si arriva a dire che "il sesso non il è piacere sessuale" ma è "la procreazione, la trasmissione della vita, una creatura nuova, un dono di Dio;" e che l'Italia non è il fanalino di coda, bensì "il faro che sta indicando la civiltà dell'Europa."

Il Family Day si conclude così verso le cinque, in perfetto orario, con Gasparri e Quagliarello che si improvvisano tenori e il comitato promotore che incassa il sostegno del ministro dell'interno Angelino Alfano—l'ennesima riprova che la strada per le unioni civili è ancora tutta in salita, e che la politica italiana rispecchia la profonda lacerazione dell'intera società italiana su questi temi.

A questo proposito, sono certo che Gandolfini e la quasi totalità dei manifestanti del Family Day siano veramente convinti di quello che dicono e sostengono—di essere cioè una specie di avanguardia guerriera disposta a tutto pur di bloccare l'avanzamento di una società malata e degenere, di cui il ddl Cirinnà rappresenta solo uno dei tanti "cavalli di Troia" disseminati dai Nemici della Famiglia e della Tradizione.

Proprio per questo motivo, quindi, penso che calcolare la metratura del Circo Massimo sia tutto sommato poco rilevante. A queste persone, infatti, non frega assolutamente nulla dei numeri e del fact-checking—è il messaggio simbolico e politico a contare. Quello che è passato ieri non potrebbe essere più evidente: siamo in tanti, siamo disposti a tutto per fermare questa legge, e nel farlo siamo molto più determinati di voi.

E per quanto manifestazioni del genere siano per molti retrograde e fuori dal tempo, c'è da dire che hanno ancora la capacità di influenzare pesantemente la politica e la società di questo paese.

D'altronde essere superati in progressismo persino da Sandro Bondi dovrebbe dimostrare che la battaglia è finita, che è giunta l'ora di arrendersi. Evidentemente, nell'Italia del 2016 quel momento non è ancora arrivato.

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