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La guida di Noisey ai Jawbreaker

"I Nirvana del pop punk" si sono riuniti e stanno per arrivare in Italia, è una bella scusa per riscoprire la loro discografia, dalle hit alle tracce più sconosciute.

di David Anthony; traduzione di Giacomo Stefanini
03 aprile 2019, 12:34pm

Illustrazione di Efi Chalikopoulou

I Jawbreaker saranno in Italia per un unico concerto, il 29 maggio al Circolo Magnolia di Milano. I biglietti sono su Ticketone. In apertura, Lucy Dacus.

L’intera carriera dei Jawbreaker è fondata sulla tensione. Anche se il loro scioglimento nel 1996 ha tutti gli elementi classici del folklore punk rock—un flop con un grande major e una scazzottata—quella non fu la prima rottura della band. Nel 1990, poco dopo aver pubblicato il loro album d’esordio partirono per un tour estivo così straziante sotto ogni punto di vista che, a poche settimane dalla fine, il bassista Chris Bauermeister smise del tutto di parlare con Blake Schwarzenbach, il cantante/chitarrista, e Adam Pfahler, il batterista. Una volta tornati a casa, i tre decisero di mettere fine ai Jawbreaker.

Ma la rottura non durò a lungo e, dopo meno di un anno, i tre si spostarono nel Mission District di San Francisco con la speranza di far ripartire il progetto. Forti della spinta creativa della scena punk dell’epoca, che cresceva nei club come 924 Gilman Street, e dove avevano suonato anche Operation Ivy, Crimpshrine, e Green Day, la band trascorse i cinque anni successivi a scrivere, registrare e suonare dal vivo a ritmi intensissimi. In questo periodo, i Jawbreaker hanno sfornato altri tre album in studio – Bivouac nel 1992, 24 Hour Revenge Therapy nel 1994, e Dear You nel 1995oltre a inserire le proprie canzoni in diverse compilation a ritmi serratissimi.

La natura prolifica dei Jawbreaker e la loro dedizione sono valse loro l’apertura al tour dei Nirvana durante il tour di In Utero, nell’incredulità più totale dei loro fan e amici. Le persone hanno iniziato a pensare che fossero l’ennesima band punk indipendente a vendersi a una major. E per quanto il concetto possa suonare strano oggi, considerato quanto Schwarzenbach si vantasse del carattere indipendente della band, puntando il dito persino contro label punk come Epitaph Records, all’epoca la linea di demarcazione tra le major e le etichette indie era ancora più marcata.

Ma dopo 24 Hour Revenge Therapy, la band era già pericolosamente sull’orlo del collasso. Così, in un ultimo disperato tentativo di salvare la situazione, hanno firmato con Geffen Records e pubblicato Dear You nel settembre 1995.

Il risultato è stata una vera e propria rivolta. Durante gli show dal vivo per la promozione del disco, i fan hanno cominciato a dare le spalle al palco durante i pezzi tratti da Dear You. Contemporaneamente, Bauermeister si stava isolando sempre più dal resto del gruppo. Pochi mesi dopo, lui e Schwarzenbach avrebbero chiuso definitivamente i rapporti alla fine del tour. Ma in questi ultimi vent’anni, il mito dei Jawbreaker non ha fatto che crescere, alimentandosi di leggende. Fino al 2017, quando il gruppo ha annunciato il ritorno sulle scene, almeno temporaneo, dando a tutti quelli che non erano riusciti a vederli prima, l’opportunità di vederli dal vivo. E questo nonostante le loro esplicite dichiarazioni passate sulla chiusura definitiva del progetto. I veri appassionati sono andati in visibilio alla notizia, ma per voi che ancora non li conoscete, abbiamo preparato la guida perfetta.

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Per quanto ci abbiano provato con Dear You, i Jawbreaker non hanno mai davvero azzeccato un singolone di successo. Ma come capita a molte band punk, hanno creato una serie di hit che hanno influenzato la scena, di quelle che il pubblico canta a squarciagola ai concerti nella speranza che il gruppo le suoni. Sebbene molti dei vecchi fan del gruppo potrebbero citare "Equalized" come prima vera hit dei Jawbreaker, il punto migliore da cui cominciare è un pochino dopo, con "Want" che è la prima canzone di Unfun e forse la perfetta rappresentazione del fascino della band agli esordi.

Quello che colpisce di più di “Want” è che, in pochi secondi, la band riesce a creare il ritornello perfetto senza che Schwarzenbach canti una parola o suoni la chitarra. Il pezzo è trainato dalla sezione ritmica, con una linea di basso pop punk impeccabile di Bauermeister e l’aggiunta di un beat un po' dance. Schwarzenbach libera alcune note vaganti sullo sfondo prima che tutti si tuffino nel groove centrale della canzone ma, fin da subito, qui si mette in chiaro che i Jawbreaker hanno una delle migliori sezioni ritmiche del punk. Quando tornano a quel giro nel ritornello, che arriva ben oltre la metà della canzone, la gratificazione è ancora più attesa e quindi ancora più forte, e gli "I want you" di Schwarzenbach sono molto liberatori. È una canzone che infrange ogni norma di scrittura e che sprizza un romanticismo vietatissimo nel punk. Non era il punk nichilista degli anni Settanta né l'hardcore aggressivo e politicizzato degli Ottanta; era qualcosa di nuovo. È stata la rampa di lancio per l'apertura pop della band.

Se in Unfun i Jawbreaker fanno ancora finta di non scrivere canzoni pop, nel 1993 non possono più nasconderlo. "Chesterfield King" è la title track di un EP da cinque pezzi e sarà inclusa anche in Bivouac, unica pepita pop in un disco oscuro e strisciante. È qui che Schwarzenbach si separa dalle semplici dichiarazioni di tre parole e diventa un narratore che racconta canzoni d'amore (e di amore perduto) in un modo sperimentato da pochi cantanti punk prima di lui. 24 Hour Revenge Therapy includerà più pezzi di questo tipo nel canone della band, con "Do You Still Hate Me?", "Jinx Removing" e "Boxcar" che smussano sempre più esplicitamente gli angoli aguzzi del loro suono. In particolare "Boxcar" è la più pura manifestazione di questa ricerca. In poco meno di due minuti, i Jawbreaker prendono un semplice riff da due accordi e lo fanno esplodere, con Schwarzenbach che prende di mira le rigide regole della scena punk e un ritmo stop-start che trasforma ogni cambio in una sorpresa.

Dear You, poi, ammorbidì ancora di più l'approccio della band (se "Save Your Generation" fosse stata pubblicata come singolo forse i Jawbreaker sarebbero stati i nuovi Nirvana) è stata una delle canzoni più ruvide ad avere il successo maggiore. Registrata tra Bivouac e 24 Hour Revenge Therapy, "Kiss The Bottle" è una canzone dalla fama imprevista, anche perché è stata pubblicata sulla sconosciuta compilation 17 Reasons: The Mission District. È stata l'ultima canzone registrata da Schwarzenbach prima di sottoporsi a un intervento di rimozione di un polipo alla gola, e la canzone lo testimonia. Musicalmente è quella specie di ballata maciullata su cui ha costruito una carriera Ryan Adams, ma Schwarzenbach suona come una sirena coi postumi. Eppure, per quanto sia grezzo, si adatta alla perfezione alle affascinanti storie di ubriacature e opportunità mancate raccontate nella storia. E visto che è stata coverizzata più o meno da tutti, da Brendan Kelly of The Lawrence Arms ai Lucero agli stramaledetti Foo Fighters, è piuttosto chiaro che ci sia qualcosa di speciale in "Kiss The Bottle"—anche se nessuna delle cover ha la grinta dell'originale.

Playlist: "Want" / "Chesterfield King" / "Kiss The Bottle" / "Boxcar" / "Do You Still Hate Me?" / "Jinx Removing" / "Save Your Generation" / "Unlisted Track"

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Per quanto alcune canzoni della categoria precedente possano rientrare anche in questa (e viceversa) c'è una differenza cruciale tra le due. Se la prima ha stabilito l'archetipo musicale che molte band avrebbero copiato senza vergogna dopo lo scioglimento dei Jawbreaker, questa sezione della storia della band rischierebbe di lanciare un trend davvero imbarazzante: l'aspirante poeta punk.

Sia chiaro, Schwarzenbach ha pubblicato un bel po' di versi banali e sdolcinati nella sua carriera (ma quale autore non l'ha fatto) ma la sua vera specialità era trasformare pezzi punk in brevi racconti. In un famoso bootleg live del 29 maggio 1993, Schwarzenbach introduce "The Boat Dreams From The Hill" con: "Questa è una canzone con una storia, perché le canzoni dovrebbero raccontare storie e sto cercando di diventare più bravo in questo". Nonostante con questa frase dica di aver appena iniziato, "Shield Your Eyes" prova che lo faceva fin dal 1988.

Quello che non hanno in comune dal punto di vista sonoro, le due canzoni lo compensano con la loro capacità di catapultarti in un momento specifico. Sono due canzoni cupe in modi molto diversi, con "Shield Your Eyes" che racconta la storia di un uomo che guarda il sole fino a diventare cieco e si chiude con Schwarzenbach che ulula "Proteggi gli occhi da tutta questa sofferenza" sullo sfondo di una delle sue composizioni più spigolose. your eyes from all this misery," against one of his most jagged compositions. "The Boat Dreams From The Hill", invece, è uno dei suoi pezzi più solari. È una canzone pop punk vivace, tanto da mascherare il fatto che si tratti di uno dei ritratti più deprimenti mai dipinti da Schwarzenbach. Parla di una barca che non raggiungerà mai l'acqua, allegoria di un potenziale mai raggiunto, mentre la barca si secca al sole, senza scopo e tradendo la sua genesi.

Sono queste canzoni che hanno trasformato Schwarzenbach in un'icona di culto. Che si tratti di raccontare la storia di due personaggi molto diversi ("West Bay Invitational," "Bad Scene, Everyone's Fault"), delle politiche da scena punk ("Indictment"), della sua operazione alla gola ("Outpatient"), o vignette di disperazione e cuori spezzati ("Fireman," "Chemistry"), queste canzoni sono ancorate a momenti particolari della vita di Schwarzenbach eppure sono immortali grazie alla loro esecuzione perfetta. Tutti quelli che hanno cercato di infiocchettare i propri testi dopo aver sentito un disco dei Jawbreaker hanno mancato la componente più importante di queste canzoni: non è fare metafore intelligenti, ma sviscerare le cose più triviali fino a farle diventare avvincenti.

Playlist: "Shield Your Eyes" / "The Boat Dreams From The Hill" / "West Bay Invitational" / "Bad Scene, Everyone's Fault" / "Indictment" / "Outpatient" / "Fireman" / "Chemistry"

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Il periodo più pop dei Jawbreaker è sicuramente la miglior introduzione al gruppo, ma non bisogna dimenticare una spiccata componente sperimentale che li ha mantenuti legati alla scena post-hardcore. Anche nel periodo iniziale ci sono sempre state strane deviazioni—"Shield Your Eyes" è tutt'altro che diretta—e Bivouac, l'album più ricco e soddisfacente della band, suona come se i Jawbreaker volessero entrare a far parte della famiglia Dischord.

Si può dire che Bivouac sia il lavoro più corale del gruppo (alcuni dei testi sono scritti da Bauermeister) ed è stato un trionfo per la sua capacità di suonare fuori dagli schemi ma mai privo di direzione. In un certo senso è il loro In Utero, solo che è ancora più ruvido. Canzoni come "Sleep" e "parabola" si sviluppano lentamente, scaldate da melodie subdole che impediscono alla stranezza dei pezzi di diventare alienante. Ma è "Bivouac" che rispetta la promessa dell'album. Una traccia da dieci minuti con poche voci, una parte di mezzo che collassa su se stessa, un sample da un documentario naturalistico che fa da zavorra al caos e un'esplosiva coda ricca di feedback: rappresenta l'ambizione che ha è sempre scorsa nelle vene dei Jawbreaker.

Nonostante non abbiano mai più raggiunto quei minutaggi, alcune canzoni di 24 Hour Revenge Therapy e Dear You ne riflettono il sentimento. "Condition Oakland" e "In Sadding Around" contengono l'espansione di "Bivouac" in un pacchetto più digeribile, e le epiche "Accident Prone" e "Jet Black" in Dear You sono due delle migliori canzoni che i Jawbreaker abbiano mai inciso. Sono pezzi che urlano di dolore, che prendono i momenti più introspettivi e disperati della vita di Schwarzenbach e li trasformano in un esorcismo catartico.

Playlist: "Sleep" / "Parabola" / "Condition Oakland" / "In Sadding Around" / "Accident Prone" / "Jet Black" / "Bivouac"

Forse ti interessa: il lato più sconosciuto

Se c'è mai stata una band punk che abbia ispirato una devozione degna dei Grateful Dead, si tratta dei Jawbreaker. La band era conosciuta per una produzione rapida e abbondante, con nuove canzoni che comparivano a sorpresa nei live e poi venivano infilate in qualunque compilation o 45 giri le venisse offerto. Etc. del 2002 raccoglieva gran parte di queste rarità, compresa "Kiss The Bottle", ma ci sono molti pezzi che restano introvabili se non su dischi live non autorizzati. E per quanto possano risultare fondamentali soltanto per i fan più ossessionati, giocano un ruolo cruciale per comprendere il modus operandi della band.

Tanto per cominciare, nonostante gran parte degli argomenti affrontati fossero molto personali, i Jawbreaker avevano un senso dell'umorismo che non si è mai manifestato propriamente sui suoi dischi. Amavano fare cover e mash-up—la buffa "With Or Without U2" era un medley di canzoni degli U2 mescolate ai Misfits e ai Vapors. Ma allo stesso tempo erano in grado di prendere un pezzo del disco più odiato dei Bad Religion, Into The Unknown, e farla diventare qualcosa di bello. Oppure c'è lo scherzo da 10 secondi di "Free Bird", concepita per far chiudere la bocca ai disturbatori fra il pubblico.

Anche dopo Dear You, quando la band si stava già avvicinando allo scioglimento, continuavano a scrivere, spesso componendo canzoni tra le migliori del loro repertorio. Come si può sentire in Live 4/30/96, che è uscito postumo e fotografa la band in un momento vicino alla fine, c'è "Gemini", un pezzo che dimostra che avrebbero avuto ancora molto da dire. E "Elephant", un brano perduto di quel periodo, sembra l'anello mancante della transizione di Schwarzenbach dai Jawbreaker al suo progetto successivo, Jets To Brazil. È un'ulteriore prova del fatto che le B-side e gli scarti della produzione dei Jawbreaker erano spesso tanto interessanti quanto le canzoni dei dischi e che vale la pena andarle a cercare.

Playlist: "Eye-5" / "Chasing The Wild Goose" / "Sea Foam Green" / "Friends Back East" / "Friendly Fire" / "Shirt" / "Gemini" / "Elephant"

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata da Noisey US.

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