Le canzoni che non riusciamo più ad ascoltare
Illustrazione: Erik Pontoppidan

Le canzoni che non riusciamo più ad ascoltare

Lutti? Amori infami? Tedio? Amicizie finite? Tutti abbiamo fantasmi musicali che ci tormenteranno per sempre.
29 gennaio 2018, 9:20am

Ognuno di noi ha almeno una canzone che non riesce più ad ascoltare. Una serie di note che gli fa salire il crimine perché gli ricorda un fallimento, o una cosa che non ha più, o una cosa a cui non vuole davvero pensare, o semplicemente scatena in lui o lei bassi istinti e una voglia lancinante di gridare al mondo il proprio odio. Abbiamo voluto raccogliere un po' di storie di ragazzi e ragazze della redazione per capire un po' meglio quali siano i pezzi da evitare quando qualcuno prende in mano lo stereo dell'ufficio. Abbiamo rap sudato, canti degli alpini, oltrepop, reggaeton e anche un po' di Coldplay. Buona lettura.

DARGEN D'AMICO – "BOCCIOFILI (CON FEDEZ E MISTICO)"

Ogni gruppo di amici ha i suoi grandi classici, le canzoni che quando le metti a una festa tutti fanno "AAAAAH" e saltano cantano si abbracciano fanno le giravolte. Io e i miei amici storici andiamo per gag, principalmente: Oscar Giannino brostep va molto forte, "Limbo" di Daddy Yankee si difende bene e "Senza ce penzà" di Nico Desideri, ascoltata durante un viaggio in Campania cominciato con un incidente all'ombra dello stadio San Paolo, ci fa impazzire. Ma la canzone che più identifica il possiamo fare come cazzo ci pare perché tanto ci vogliamo bene e non ci giudichiamo è "Bocciofili" di Dargen, ed è un problema. Perché posso fare a meno di ascoltare i pezzi gag, ma "Bocciofili" è un capolavoro, il pezzo rap più glitterato e sudato mai prodotto da JD, così esagerato da far suonare gioiosamente idiote anche le punchline più esagerate. E poi ha dentro una parte di Fedez che è una bomba, forse l'ultimo dei suoi featuring ok a mio personalissimo gusto. Ma ormai le parole "Fai come l'ortolano" mi scatenano dentro un feeling familiare, di quelli che ti fanno sentire a casa - e non il brivido di adrenalina tutto lecca lecca e fiki fiki che le scorre per la spina dorsale. L'ho sentita così tante volte che ha perso ogni sua qualità distruttiva e caciarona, e le parole "Fai come l'ortolano" scatenano in me solo un familiare e soffice riflesso condizionato.

— Elia, 26 anni

BEPI DE MARZI – "SIGNORE DELLE CIME"

Il fatto è che sono cresciuto con un padre un po’ bizzarro. Non è questa la sede per praticare tutta la psicoterapia che avrei dovuto praticare negli ultimi vent’anni, ma devo darvi due informazioni fondamentali su di lui per questo aneddoto: è un alpinista molto serio; e non è particolarmente bravo a indorare qualsivoglia pillola. Quando ero bambino, fin da piccolissimo, in vacanza si andava soltanto in montagna, e durante il viaggio i miei cantavano (non avevamo l’autoradio). Invidio chi tra voi in questo momento starà pensando a una famigliola felice che starnazza “Quel mazzolin di fiori”, perché invece io sono completamente traumatizzato da un canto alpino intitolato “Signore delle cime”, una nenia funerea che parla di un povero Cristo che si spappola sulle rocce volando da una parete. Se mi capita di sentirla, o di pensarci, immediatamente torno bambino e ripenso a mio padre che mi guarda intensamente e dice: “Quando morirò arrampicando e dovrai venire a recuperare il mio corpo in un crepaccio, ricordati di far cantare questa canzone al mio funerale”. Ora dovrei includere un link alla canzone e il solo pensiero di dimenticarmi l’audio del computer acceso dopo aver effettuato la ricerca su YouTube mi fa venire la tachicardia.

— Giacomo, 31 anni

EDITH PIAF – "LA VIE EN ROSE"

Devo premettere che, a causa di una tendenza alla rimozione radicata in modo patologico nel mio comportamento, ho dovuto scorrere la mia bacheca Facebook alla ricerca di periodi particolarmente sconfortanti per capire quali canzoni non sto più ascoltando, oggi, non tanto perché me ne sia dimenticata ma perché sono state cautamente nascoste dal piano regolatore del mio inconscio. Nella mia vita di certo i momenti imbarazzanti legati alla musica non sono mancati, per esempio quando avevo 11 anni mi hanno fatto ballare "Mary" dei Gemelli DiVersi facendo roteare delle bolas allo spettacolo di fine anno scolastico. Ma una canzone che a ripensarci non riesco proprio ad ascoltare è "La vie en rose" di Edith Piaf: a un certo punto della vita avevo un rapporto poco sano con un fidanzato poco equilibrato, il cui buon umore si poteva intendere dal fatto che la mattina fischiettasse questa canzone. Se non stava fischiettando "La vie en rose" poteva essere una buona idea fingere di dormire finché non fosse andato al lavoro per non rischiare qualche litigio. Inutile dire che il fatto che la mia giornata dipendesse in modo così evidente da lei mi ha causato in seguito di diventare del tutto insofferente a Edith Piaf. Peccato. Un'altra traccia che proprio proprio proprio non sopporto è il nostro inno nazionale, ma non so esattamente perché, se non che bè, fa schifo.

— Elena, 27 anni

COLDPLAY – "CLOCKS"

Il 2003 per me è stato l'anno dei diciottesimi. Feste più o meno eleganti di una certa borghesia milanese per le quali spesso venivano affittati locali o direttamente ville. Una in particolare si svolgeva in una villa vicino al parco Sempione e uno dei pochi ricordi che ne ho è che finimmo tutti ubriachi da fare schifo. L’altro ricordo è che, classico episodio da liceo, la ragazza che mi piaceva limonava con un altro, peraltro non ricordo neanche bene con chi. Questo bacio che, come in un film sui ragazzini in un pomeriggio di Italia Uno, io osservavo da lontano, dall’altra parte della sala—probabilmente vicino al tavolo con le bevande—ebbe luogo sulle note di “Clocks" dei Coldplay, e ricordo che da allora ogni volta che sentivo quelle note mi prendeva un qualcosa, e insomma preferivo evitarla. Fortunatamente i Coldplay mi fanno abbastanza cagare il cazzo quindi la cosa non mi ha causato particolare dolore. Peraltro sono abbastanza sicuro, a differenza anche delle persone effettivamente coinvolte nel bacio, di essere l'unico sul pianeta a ricordarsi di questo dettaglio.

— Federico, 32 anni

LUIS FONSI – "DESPACITO (FEAT. DADDY YANKEE)"

Dopo aver vissuto sulla mia pelle e a mie spese una delle esperienze più traumatiche vivibili dall'uomo, ossia vedersi forzosamente assegnato l’articolo che nessun altro in redazione vuole scrivere, con già una forte intolleranza di partenza al ritmo sudamericano, sono diventato del tutto allergico. Ad ognuno di quei pasito pasito, suave suavecito accuso spasmi incontrollati alla Rovazzi e davanti ai miei occhi si para l’immagine di una bellissima Portoricana in triciclo nel corridoio di un hotel a San Juan che sta per essere sommersa da uno tsunami di sangue vomitato dall’ascensore. La mia esistenza procederà nella sua mediocrità, ma seguendo una rigorosa dieta latin-free.

— Andrea, 26 anni

BROADCAST – "BEFORE WE BEGIN"

Mi è dispiaciuto molto per la morte di Dolores O'Riordan. A prescindere dal valore delle sue opere, è brutto sapere che una persona cosi' giovane se ne sia andata: figurarsi quando è scomparsa Trish Keenan, la cantante dei Broadcast. Mi è sembrata un'ingiustizia cosmica, e ha confermato la mia scarsa simpatia nei confronti di Dio. Ragion per cui, quando ascoltavo questa canzone pensavo a lei e mi veniva da piangere. Ma anche prima che accadesse questo infausto evento, ogni volta che iniziavano le prime battute di "Before We Begin" finivo matematicamente in lacrime. Il testo, la musica: tutto perfetto. Tutto evoca quella cosa orribile, e nello stesso tempo paradossalmente eccitante, che è il finire una storia e ripartire per lo stesso tipo di sofferenze che all'inizio ti sembrano l'Eden in terra. Una metafora di questa vita di merda, che sembra non finire mai e quando finisce non riesci a capacitartene. Questa sensazione di fragilità, di camminare sulla fune dei sentimenti, cantata però con una dignità quasi statuaria, immensa, con una coscienza delle cose a mio parere raramente riscontrabile in una band, ha sempre accompagnato la mia vita sentimentale. Quindi, ogni volta che mi giunge alle orecchie questo pezzo, sono pronto a farmi ricoverare alla neuro. I Broadcast facevano oltrepop: erano emotivamente devastanti, di una bellezza insostenibile. Tant'è che alla fine da un brano sono passato a non riuscire più ad ascoltare nessun loro disco. Forse giusto la loro ultima emanazione strumentale, ma non ne sono neanche tanto sicuro. A volte la bellezza è verità, e la verità ti fa male lo so: nel mio caso, molto molto male. Spero un giorno di poter mentire a me stesso e tornare ad ascoltarli come una volta tanto amavo.

— Stefano, 41 anni

TRISOMIE 21 – "THE LAST SONG"

Anni fa ho conosciuto questa ragazza, la vedevo in giro da un po', dopo anni ci siamo finalmente parlate. Abbiamo legato tantissimo tutto perfetto, passavamo un sacco di tempo assieme, mi passava kg e kg di dischi ammuffiti da quali io scaricavo tutto il possibile, un sacco di musica che era nella mia testa è diventata poi un'unica canzone: "The Last Song" dei Trisomie 21 (una canzone bella triste, per inciso). Tutto perfetto, finché lei e il rispettivo fidanzato non hanno deciso di trasferirsi a 600 km di distanza. Il mio cuore si è spezzato, ma non come quando qualche mese dopo ho scoperto che non solo aveva cambiato città, ma aveva cambiato vita, praticamente si era fatta suora. Non "suora" in qualche senso metaforico, proprio suora suora. Mai più sentita, mai più. Se ascolto "The Last Song" penso a lei e mi metto a piangere all'istante.

— Caterina, 29 anni

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