Recensione: D-Ross – Large

Large è una rarità nel panorama hip-hop italiano: un album (quasi) senza MC che mette in primo piano la chitarra, creando atmosfere cupe e desertiche.
Elia Alovisi
Italy
31.1.18

Large di D-Ross è un disco grezzo come il dipinto che riempie la sua copertina. Una figura quadrupede, il gioco di un bambino a cui è stato chiesto di disegnare un animale, vaga per quella che sembra una distesa di sabbia, spezzata da una linea invisibile che fa proseguire fino al nulla là in alto il tronco di una palma. Le linee suggeriscono un atto violento, soprattutto nei due soli che si stagliano ai due lati del disegno, globi arancioni che sembrano sul punto di esplodere. Forse è a loro che pensava, D-Ross, quando ha deciso di chiudere l'album con una breve cover strumentale di "Black Hole Sun" dei Soundgarden, un brano definito da un senso di declino imminente.

Large, grosso, questo disco lo è eccome: D-Ross ha deciso di far stagliare la sua figura in maniera preponderante tra queste canzoni, rifiutando l'idea per cui l'album di un produttore legato alla scena hip-hop debba essere ricolmo di ospiti che mettano una voce sui suoi beat. Inoltre, sebbene a farlo conoscere al grande pubblico sia stato il suo crudo beatmaking—oltre allo shoutout di Fibra su "Il rap nel mio paese"—sono le chitarre a prendersi il fronte del palco in questa collezione di pezzi. L'unica voce a comparire tra le pieghe di Large è quella di CoCo nell'emo involontario di "Tutto viene prima", ideale prosecuzione dell'incontro iniziato con l'EP Quanto ci costa essere noi. Se al posto dell'acustica di Rosario ci fosse un'elettrica pulita saremmo di fronte a una sorta di versione italiana di ciò che fa nothing, nowhere, cioè emo pulitone vecchia scuola suonato e composto, e non campionato, su cui si adagiano disagi da scacciare con la forza della condivisione. Ma "Tutto viene prima" è un caso isolato all'interno dell'album, un bagliore cristallino all'interno di un cielo apocalittico.

Le tracce di Ross sembrano espandersi in una stanza buia: "Mr. Grunge" è una linea di tastiera dai toni spettrali, alla Goblin, su cui si incastra un riff di chitarra che strizza l'occhio alla complessità. "1977" è un assolo di chitarra da guitar hero d'altri tempi, ma eseguito su una composizione synthwave che non stonerebbe nell'opprimente colonna sonora di Hotline Miami. "Pompei" si dipana lentamente seguendo i suggerimenti di un semplice arpeggio, come a voler richiamare il fermarsi del tempo in prossimità del disastro, e la già pubblicata "Golden Jesus" inganna l'orecchio mandando in loop parte del riff portante del brano in un loop ipnotico. Ci sono però anche momenti in cui il buio sembra appannare la portata evocativa del mondo sonoro di Ross, come nel blues di "Wave On Wave", nell'arrancante incedere di "Violent City", nel voltafaccia sintetico della desertica "Song K".

Ad album concluso resta l'impressione che Ross abbia fatto quest'album per sé stesso, più che per un pubblico ideale. Large è un album monolitico e introverso, fatto per chi—come Ross stesso, credo—passa ore a mettere le mani sulla materia musicale, ed è interessato a vedere come i linguaggi della tradizione rock possano incontrare le pratiche della composizione hip-hop. È un album che suona introverso e opprimente, Large, ma al contempo sincero e intransigente. E per una persona abituata a prestare i propri servigi alla voce di altri è solo normale fare, una volta sola e libera di creare, un po' quello che gli pare senza pensare all'accessibilità del risultato.

Large è uscito il 26 gennaio per RC Music.

Ascolta Large su Spotify:

TRACKLIST:
1.Tutto viene prima (feat. CoCo)
2. Wave on Wave
3. Mr. Grunge
4. Muddy Waters
5. 1977
6. Pompei
7. Golden Jesus
8. Violent City
9. Criminal
10. Ocean
11. Song K
12. Pure Colombian
13. I'm a Dreamer
14. Nocturne
15. Black Hole Sun

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