Le italiane che fanno musica elettronica a Berlino

Le italiane che fanno musica elettronica a Berlino

Silvia Kastel, Eva Geist e Marta De Pascalis ci spiegano perché hanno preferito Berlino all'Italia e come cavarsela in una scena che ha ancora molti problemi col sesso femminile.

I giornalisti sono a volte delle teste di cazzo. Montano ad arte dei fenomeni musicali, spingono quelli da baraccone e cercano di vendere “etichette” al solo scopo di alzare due lire in più sfruttando la possibilità di fare hype. Allo stesso modo anche il pubblico ha spesso uno scarso senso della realtà, mitizzando posti, scene, consumando esterofilia, abboccando ai vari ami talvolta pensando che la vita degli artisti sia tutta rose e fiori e che i beniamini che sono sui giornali siano lì perché se lo meritano in tutto e per tutto. Certo, la musica e i fenomeni di successo non sono una faccenda meritocratica, ci mancherebbe, ma sono anche più complessi di quanto sembrino. Ecco perché, durante la mia breve ma intensa permanenza a Berlino di una settimanella, ho deciso di contattare tre musiciste elettroniche ivi residenti per fare il punto su alcune situazioni e liberarci da un po' di stereotipi, in questo caso quelli sul fenomeno dell’Electronic Female e sulla condizione di artiste italiane emigrate a Berlino (la Berlino “paese dei balocchi” per intenderci).

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Le nostre eroine rispondono al nome di Silvia Kastel (ex Control Unit), Marta De Pascalis (fu Maesia), Eva Geist (ex Laser Tag, Le Rose): tutte e tre con recenti album fuori, tutte e tre nate nel Bel Paese, tutte e tre abbastanza sicure di quello che dicono e che suonano. In questa chiacchierata incrociata (o meglio adunata nella casa di Eva Geist) si squarcia forse il velo di Maya. Ma fatevi la vostra idea leggendo le loro parole, non fatevi abbindolare dalla mia introduzione; sono pur sempre “la stampa”.

Noisey: Iniziamo con la parte che riguarda la vostra esperienza di musiciste elettroniche italiane emigrate in un contesto come quello della Germania e nello specifico in quello di Berlino, che è particolare in quanto molto gettonato, e quasi mitizzato da molti. Prima di andare in fondo però, vorrei domandarvi come definite quello che fate.
Silvia Kastel: Io faccio musica elettronica da solista. Prima suonavo in gruppi, principalmente facevo improvvisazione, jazz, ma ho sempre suonato il synth e cantato. Ora ho deciso di concentrarmi solo su quello. Sono venuta qua a Berlino perché mi sembrava la cosa più sensata da fare. Vivevo prima in America, a Brooklyn, ho studiato lì. Poi sono tornata in Italia per quasi due anni (sono pugliese, nata in provincia di Bari), ma non mi trovavo bene. Qui a Berlino mi sento più a mio agio a fare quello che faccio, posso suonare più spesso, che è una cosa che aiuta molto a crescere.

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Marta De Pascalis: Faccio musica elettronica anch’io, anch’io solista. Adesso ho questa configurazione di synth ed eco a nastro e faccio tape looping di quello che suono sul synth. A Berlino sono arrivata sette anni fa: diciamo che io sono venuta non proprio per motivi musicali, o meglio, non esclusivamente. Sicuramente sapevo che la scena era un po’ più forte qui e che ci sarebbero stati dei vantaggi da questo punto di vista, ma volevo anche maturare fuori da Roma, lontano da dove ero cresciuta, essere il più possibile indipendente dalla mia famiglia. E prima sono stata a Londra, però ero super piccola, poi sono tornata a Roma e successivamente sono venuta qua.

Eva Geist: Faccio musica elettronica, produco, utilizzando diversi sintetizzatori, drum machine, effetti, sampler; suono da solista ma ho anche una band, As Longitude, con un’altra ragazza di nome Laura che vive a Berlino da circa nove anni. Il mio progetto elettronico va dalla dance alla musica più atmosferica a quella pop. Quando mi sono trasferita a Berlino circa cinque anni fa l’ho fatto per motivi personali. C’era un momento di crisi in Italia, vivevo a Milano da tre anni, una serie di cose finite, progetti finiti, un contratto di lavoro che non arrivava, una situazione politica molto difficile che ancora non si è risolta. Mi ero rotta, così mi sono trasferita a Berlino.

Beh, quindi fate tutte cose musicalmente abbastanza diverse l’una dall’altra, anche se partite da un campo comune, la musica elettronica. Avete anche origini ben diverse eppure la vostra storia, come vedo, ha molti punti di contatto. Com’è stato il primo impatto con la scena di Berlino? Perché comunque la condizione di venire da un posto lontano e di inserirsi in una scena, in una comunità, non è una cosa semplicissima.
SK: Quando mi sono trasferita qui non conoscevo molte persone, nel senso che non avevo amici intimi o cose del genere. Avevo già suonato a Berlino, e poi quando vivevo in Italia e ho cominciato a fare cose mie da sola, ho anche iniziato a fare dei mix, ne ho messo un paio online, e quelli del Sameheads li hanno ascoltati e mi hanno chiesto di fare un programma in radio. Quindi venivo a Berlino una volta al mese a fare questo programma, poi il posto è anche un club quindi ho iniziato anche a fare i DJ set, che non avevo mai fatto prima. L’accoglienza è stata fantastica, qui le persone sono molto amichevoli, quindi direi che per me è iniziato più o meno tutto in questo locale. Da quel momento hanno iniziato a chiedermi di suonare in giro.

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MDP: Il mio ingresso è stato invece con un precedente progetto, Maesia, con cui facevo praticamente computer music, IDM. Berlino è stato il mio primo concerto fuori dall’Italia. In realtà è successo nel primo mese da quando sono arrivata, avevo ventitré anni: ho suonato al festival Krake, organizzato dai ragazzi di Killekill al Kantine. Mi hanno contattata perché facevo parte di un piccolo collettivo a Roma chiamato Dromoscope con Daniele De Santis, Fabio Perletta e altri, e ci hanno offerto di partecipare a una serata del festival, è stato molto fico. Dopo sei mesi o un anno, non mi ricordo, Daniele, il fondatore di questo collettivo, si è trasferito qui ed ha continuato a organizzare le Dromoscope Sessions, e spesso mi invitava. Poi ho fatto una pausa di due anni in cui non ho più suonato perché mi ero stufata del mio set up, così mi sono rimessa alla ricerca e ho trovato altre robe da fare. Penso ci siano ancora un sacco di ambienti e di scene che sto scoprendo piano piano, di persone che sto ancora conoscendo e anche per questo mi piace un sacco stare qua, c’è sempre da scoprire.

EG: La prima volta è stato fico. Principalmente perché quando sono arrivata qua per me è stato un nuovo inizio, quindi ero aperta a tutte le possibilità. E le cose che ho fatto all’inizio sono state tutte in posti piccoli a Neukolln. The Zone, un locale che stava nella Reuterstrasse, Sameheads, Del Rex, un altro locale che non esiste più: ho iniziato a fare concerti lì. Però all’inizio non sapevo cosa fare, perché il mio progetto Le Rose era finito. Così mi sono messa a suonare in giro per Berlino con il mio vero nome, Andrea Noce. Ho fatto anche un disco che è uscito su Selvaelettrica.

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Quindi sei arrivata a Berlino dall’Italia con un fil rouge che passava per Milano?
EG: Scrivevo in giro e dicevo: questa è la mia musica, questa sono io. La cosa più conosciuta di me erano alcune collaborazioni come cantante, per alcuni producers della nu disco italiana: Brioski, Francisco, Rodion, roba che andava a Berlino. Bazzicavo sempre il giro italo disco. Venivo identificata come cantante, come vocalist disco, però io volevo fare anche altro, perché ho sempre anche scritto musica, non volevo essere la cantante del gruppo, com’ero sempre stata un po’ etichettata anche ne Le Rose. Siccome Andrea Noce veniva sempre chiamata in situazioni di quel genere ho detto vabbè, cambio nome. E ho preparato un set elettronico: così è nata Eva Geist nel 2014. Qui ci sono tanti posti, tante cose da fare, tante possibilità. Se vuoi riesci a trovare una residenza come DJ in un locale, io per esempio faccio regolarmente party al Sameheads. La situazione per me è migliorata drasticamente rispetto a quando ero in Italia.

Una cosa che vi accomuna in questo caso è il fatto che siete tutte partite da progetti iniziati in Italia. È una cosa molto importante perché siete entrate nel discorso berlinese con un’identità forte da subito. Ma questa identità ha anche a che fare con l'essere donne? Secondo voi c’è veramente un discorso identitario nelle donne che fanno elettronica, soprattutto in quanto emigrate, o è la classica cacchiata detta dalla stampa? Sapete che oggigiorno questa cosa la spingono molto…
SK: Una donna che emigra non è diversa da un uomo che emigra secondo la mia esperienza. La differenza, che non ha a che fare con l’emigrare, è più che altro nelle dinamiche. Il sessismo esiste ovunque. Non ho avuto più esperienze di discriminazione positiva o negativa rispetto all’Italia. La differenza è che qui ci sono più donne musiciste. Mi ha chiesto qualcuno qualche tempo fa: chi mi consigli di nuove artiste in Italia? E non riuscivo a pensarne una, quello era il problema. Forse perché non vivo lì da un po’, però avevo difficoltà. O forse la quantità di ragazze che suonano in Italia è in effetti minore rispetto a qui.

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Forse perché fra donne c’è competizione? Oppure, al contrario, c’è solidarietà rispetto al discorso musicale ed è solo un problema di domanda e offerta?
SK: Mah, credo entrambe le cose. Dipende. Io non sono una persona molto competitiva, però di persone competitive ne ho incontrate in qualsiasi situazione.

E come mai si spinge tanto questo discorso della musica femminile come se fosse una cosa al di fuori della realtà? Perché attenzione, sempre di musica elettronica si parla.
SK: Ci sono sempre state donne nella musica elettronica. Guarda, ci sono dei contesti in cui sono consapevole di essere… non proprio usata, però vengo chiamata solo perché sono una donna. E ci sono dei contesti in cui va bene, perché ci sono comunque dei lati positivi, ci sono più ragazze che magari vengono a parlarti dopo che hai suonato, si sentono più incoraggiate, anche musicalmente è un evento più vario quando ci sono donne e uomini che suonano. Però ci sono anche dei casi in cui ho rifiutato di suonare o di fare qualcosa, tipo compilation o cose del genere, perché avevo la sensazione che la cosa non avesse molto senso. Penso spesso a come può sentirsi un uomo che fa musica elettronica e magari si vede sorpassato da altre artiste solo perché donne. Me lo chiedo spesso perché a volte non è giusto. Perché magari a volte vedi che la qualità è un po’, ehm, basculante. [ride]

MDP: Io penso che sia stupido etichettare un linguaggio come la musica sotto categorie del genere, mi sembra anche inutile e non interessante. Facile venderlo adesso, quando si vendono anche le magliette con su scritto FEMMINISTA: è lo stesso tipo di approccio, una cosa molto povera di contenuti. Non saprei cosa dire su solidarietà e competizione, perché non conosco troppe ragazze che suonano elettronica. Anzi, spesso in Italia mi sentivo quasi l’unica che lo faceva, almeno all’epoca, quindi non so se ci sia più o meno competizione. Posso dire che a volte, quando voglio chiedere di suonare a un festival e vedo che c’è già una ragazza italiana nella line up, rinuncio. Probabilmente è un retaggio che mi porto dall’Italia, ma non è competizione: è rassegnazione. [ride]

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Beh, è strano però.
MDP: In Italia ho studiato da tecnico del suono e programmatrice midi ed ero l’unica ragazza al corso. E tutti quanti mi dicevano sempre, soprattutto gli insegnanti: ”Ho conosciuto una ragazza che fa la fonica al Qube”. Era considerata l’unica donna di Roma che faceva la fonica! Mi sembrava di fare il corso per niente. Per questo ti dico quello che ti dico, purtroppo mi sono portata dietro l'idea di sentirmi svantaggiata rispetto a un uomo, ma adesso ho trent’anni e sono un po’ più sveglia. Mi sono abbastanza liberata di questa cosa.

E cosa pensi di quello che diceva Silvia sull'utilizzo del genere come attrattiva per vendere?
MDP: Penso che sia facile identificare, anzi, smascherare il momento in cui qualcuno ti chiede di suonare solo per mettere una ragazza in line up; perché lo vedi, ha venti ragazzi e una ragazza solamente. E allo stesso modo si capisce se lo fa invece perché veramente gli interessa il tuo progetto. Però magari ci sono addirittura persone che te lo dicono apertamente.

Ti è capitato?
MDP: Sì, mi è capitato. Anche con richieste per delle uscite, tipo: “Vorremmo mettere una ragazza in catalogo”.

SK: È capitata la stessa cosa anche a me.

MDP: È anche un bene che le persone cerchino una par condicio all’interno delle line up dei festival o nelle serate in cui suonano prettamente sempre e solo uomini, è giusto che ci sia uno sforzo rivolto verso il femminile. Ma bisogna sempre capire con chi si ha a che fare.

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EG: Innanzitutto non esiste un genere elettronico femminile, ed è molto offensivo sentirsi dire questa cosa. Ho letto da qualche parte che certi festival hanno il genere female electronic nelle loro application forms, come se fosse un genere musicale. Ma nessuno fa female electronic! Ci sono stati però due fatti che hanno cambiato le cose, e io me ne sono accorta in maniera drastica. Il primo è stato quando Björk ha pubblicato un post su Facebook e su Twitter in cui diceva che si era rotta il cazzo di sentirsi dire che gli uomini le producevano le tracce, perché lei fa le cose da sola da anni, lo ha sempre fatto. E in tutto ciò è stata supportata da un network di artiste elettroniche al femminile che fanno parte principalmente di Female Pressure, un gruppo di donne femministe che hanno fatto un sacco di pressione sulle istituzioni, sui giornalisti, sui festival, specialmente quelli che ricevono fondi pubblici, che in Germania sono destinati a iniziative culturali che coinvolgono diversità di genere ed etniche. E quando, per esempio, al Berghain, che è una di queste istituzioni che dovrebbero essere concentrate sulla diversità, vedi che invece la line up è composta di uomini bianchi provenienti da Europa e Stati Uniti, qualche domanda te la fai. Quindi queste donne hanno fatto un sacco di pressioni in questo senso, partendo da un presupposto femminista molto radicale, che ha cambiato un po’ le cose. Ecco perché a un certo punto improvvisamente è arrivata tutta quest’attenzione: i promoters, le label vanno a cercare le ragazze perché le F.P. sono produttrici e donne che hanno una certa influenza, una di loro è Electric Indigo, una delle prime DJ. Lei iniziò negli anni Novanta a Berlino, aveva un negozio di dischi. Adesso sta a Vienna. Si disse: ok, ci sono delle donne che stanno a Berlino che fanno le DJ, però non c’è visibilità, nessuno lo sa, allora facciamo un network. E ha fondato appunto Female Pressure, che io trovo una cosa da un lato positiva e dall’altro lato no.

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Perché ha contribuito a creare il genere, con tutti i problemi che ci girano attorno?
EG: Sì, appunto, ha creato un genere che non esiste. Cioè solo perché sei donna, perché lavori nell’elettronica, perché fai musica allora fai network, lo danno per scontato. Però non si può realizzare realmente questa cosa, perché io faccio network con chi condivide la mia visione, la mia estetica, la mia visione della vita e della musica. Non posso mettermi insieme con una persona che per esempio fa roba mainstream tipo r&b, solo perché è una donna. Però è anche vero che hanno ancora un po’ quell’approccio di resistenza in quest’ambito perché le pioniere della musica elettronica ci sono dagli anni Sessanta: Delia Derbshyre, Suzanne Ciani… ce ne sono tantissime. E invece sembra che ora le pioniere siamo noi.

Quindi tutto sommato dei vantaggi questa Female Pressure li ha portati.
EG: Sì, trovo di sì. Un’altra cosa è stata la campagna #metoo su Facebook. Questo è stato un altro momento in cui, anche nell’ambito della musica elettronica, è uscito questo fatto degli abusi nei club, tipo la DJ donna che viene maltrattata, tipo "suoni solo se me la dai". Björk è molto importante in tutto questo, non so se ci sono degli interessi pubblicitari dietro, però ha fatto questi soli due post nella sua vita sui social e ha cambiato le cose, i promoter ti vengono a cercare, si preoccupano di avere più donne, non solo a livelli alti, ma anche i miei amici, per dire.

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Sì, però il discorso diventa che o porti la musica o porti il genere sessuale. A volte il politically correct diventa quasi forzato.
SK: L’inclusione forzata, infatti, è inutile. Il punto è essere più inclusivi prima di tutto nella vita personale. Quindi cosa viene fuori? Che parecchi di quelli che investono nell’organizzazione dei festival sono molto conservatori. È questo il problema, bisogna dare le risorse alle persone che sono naturalmente talentuose.

EG: Io a Roma, quando ci abitavo, conoscevo un sacco di donne che facevano musica nell’underground, perché l’underground è un po’ diverso. Il DIY è un’altra cosa rispetto al mondo dei club, e rispetto al mondo dei producer, dei mix, ecc., che è ancora molto sbilanciato. Ovviamente per questo c’è competizione, ma quella che c’è tra le donne (che in teoria è maggiore rispetto agli uomini) secondo me è posticcia. È solo un modo per tenerci lontane e isolate. Succede naturalmente, non è inventato da qualcuno, perché mentre gli uomini sono bravi a fare gruppo, noi siamo sempre state isolate, per questo, come diceva Marta, se vedi che c’è una donna e per giunta italiana a un festival pensi “non ho speranze”. Quindi chiaro che nasce la competizione. E invece dobbiamo proprio fare il contrario, supportarci a vicenda ma senza gridarlo, senza fare propaganda.

Unirsi tra donne in questo caso per motivi principalmente musicali.
EG: Ovviamente. Perché se io facessi r&b magari non avrei nessun motivo per iniziare a interagire con Marta, ma facendo tutte e due musica elettronica ci sono delle cose in comune. Collaborare, fondare etichette, fare party in cui ci sono più donne che uomini. La competizione se c’è non è perché siamo matte, è perché in tutti i campi professionali della società le donne sono state addestrate a competere tra di loro.

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MDP: Leggevo ad esempio sul sito del CTM, uno dei festival di elettronica più grandi che fanno a Berlino, che nella line up c’era scritto: “Questo è il primo anno che finalmente siamo riusciti a chiamare cinquanta donne e cinquanta uomini”.

Beh, dai, ma che democristiani.
MDP: Esatto! Che cazzata è? Mi sembrava proprio che facessero uno sforzo disumano.

EG: Queste cose andrebbero fatte senza dirlo.

MDP: Anch’io ho organizzato un festival l’anno scorso, il Marina di Neukolln, e c’erano più uomini che donne, non tanti di più, però io ho chiamato a suonare chi mi piaceva. C’erano anche persone gay se è per questo, ma chi se ne frega? Forzare tutto non ha proprio senso. C’è gente che ti chiama per suonare in contesti dove non c’entri un cazzo solo perché sei una donna.

SK: Se gli articoli della stampa si concentrano sull’elettronica al femminile per far conoscere le artiste donne, quelli vanno bene, ovvio, è informazione di cui la gente ha bisogno. Però come genere no. La femminilità è una cosa, la musica elettronica un’altra, non ha genere.

Ci sono però delle musiciste che cavalcano questa roba.
MDP: Come molti uomini cavalcano il fatto che hanno i contatti più veloci o gli agganci VIP.

Arrampicatori sociali.
SK: Sono un prodotto. O è interessante o non è interessante.

EG: Sì, molte etichette usano le donne musiciste, più che per promuoverle, per farsi pubblicità. Dall’altra parte trovo anche che sia ancora, purtroppo, necessario resistere. Capisco che alcune persone hanno un approccio al tema scoglionato, come se non ci fosse più bisogno del femminismo. Però capisco che alcune si sentano ancora in quella condizione, anche nell’arte visiva. Mi è capitato ultimamente di andare a Madrid a vedere Picasso al Reina Sofia con un’artista donna e lei ha sbroccato, erano tutti uomini, non c’era una donna!

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E invece a livello della vostra identità italiana cosa mi dite? Vi sentite un po’ paladine della musica elettronica italiana all’estero?
SK: Inizio col dire che fare musica in Italia è difficile da tutti i punti di vista. È difficile la società, ti fa sentire diversa, ma non in senso positivo. Io non sono cresciuta in una famiglia di artisti, tutt’altro. Quindi nessuno nella mia famiglia è creativo, io non so perché lo sono, e ho sempre sbattuto la testa contro i muri. Di conseguenza ammiro chi fa musica in Italia, con tutti gli ostacoli che ci sono, anche burocratici. In un certo senso fare musica e dedicarsi con impegno alla musica in Italia è una scelta politica, importante. Sento sicuramente di essere un’artista italiana, perché tutte le esperienze che ho fatto in Italia, i musicisti che ho conosciuto in Italia sono bravissimi e troppo spesso sottovalutati. Quindi sono fiera di essere italiana e mi dispiace che ci debbano essere sempre casini e difficoltà. Sarebbe bello se l’Italia investisse negli artisti italiani, davvero. Lì sì ho l’invidia per alcuni artisti, di qualunque genere, chessò, finlandesi.

MDP: Guarda, se bisogna categorizzare la musica sotto genere o provenienza direi di no. A livello culturale invece mi sento abbastanza mediterranea. Sicuramente subisco l’influenza della musica elettronica italiana degli anni Sessanta e Settanta. Nell’ultimo disco che ho fatto c’è anche un pezzo dedicato a tutta quella roba là. Però non mi sento una “paladina” della musica italiana all’estero, quello no.

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EG: Io, come dice Silvia, da una parte mi sento italiana, e mi si stringe anche un po’ il cuore pensando a tutta la situazione. Me ne sono andata proprio in un momento di esasperazione. Niente funzionava, non avevo niente. C’è stato questo un po’ dentro di me, non avevo speranze ma questo mi ha spinto alla curiosità. Ma forse a ripensarci bene dall’altra mi sento più mediterranea che italiana, questo mi unisce a Marta, perché io sono di Crotone, lì c’era la Magna Grecia. Mi sento parte della cultura mediterranea da calabrese, perché la mia cultura è molto diversa, ad esempio, da quella di un milanese. Ci sono cose in comune, però credo che i milanesi siano più vicini agli austriaci di quanto possa esserlo io. Quindi sto portando questa cosa nella mia musica anche a livello di temi, di suggestioni, d’immaginario. Il mare, ad esempio.

A questo proposito, dove vi sta portando il mare delle vostre ricerche?
SK: Ho cambiato il modo in cui uso la mia voce, quindi non canto più dal vivo, mi concentro più sull’usare la voce come strumento, non in forma canzone, destrutturare la voce sotto forma di campionamenti, registrazioni, manipolazioni e melodie. Perché ho fatto sempre musica dissonante, noise, e gradualmente sto facendo musica più melodica e poi più scandita, sto usando la quantizzazione, un metodo di lavoro che prima non avevo. Niente di particolarmente originale per come lo sto descrivendo, però per me sono dei cambiamenti notevoli.

MDP: Io adesso ho una nuova release con la quale vorrei chiudere un po’ questo ciclo di sintetizzatori ed eco a nastro e lavoro d’improvvisazione, e adesso ho ripreso il computer facendo un mix di analogico e digitale e sto cercando di fare delle “canzoni” – perché finora facevo solo pezzi di venti minuti. Sto cercando invece di dare una struttura, partendo più dal fraseggio o dal formato canzone, ovviamente non la canzone classica.

EG: Io non faccio niente perché è tutto rotto! Mi riposo [ride]. A parte gli scherzi è vero, ho avuto una crisi tecnica, si sono rotte un po’ di cose e quindi ho iniziato, perché comunque devo sempre fare qualcosa di musicale, a fare musica con altri. Quindi sto facendo delle collaborazioni, jam session. Proprio in questo periodo registrerò con il duo JA, che è una sorta di esperimento fra musica elettronica, poesia e vocalità. Prima usavo il computer e i sequencer, ora invece m’interessa più l’improvvisazione, cose elettroacustiche, fluide, ho anche ripreso a cantare. Più che fare melodie voglio lasciarmi andare, è un momento in cui non so bene come andare avanti, quindi è importante seguire la corrente.

Quindi state tutte tornando verso la melodia, la forma canzone. Magari vi vedrò al Sanremo del 3060.
Tutte: Magari! [Ridono]

Ora vi faccio una domanda molto diretta. Non vi siete mai rotte le ovaie di fare musica?
SK: Eccome! Ma a periodi. In questo periodo mi sembra tutto bellissimo e penso di aver fatto la scelta giusta, poi ci sono periodi che penso “ho sbagliato tutto, non so fare niente”. La musica ti dà tanti alti e tanti bassi. Come la droga. [ride]

MDP: Io ho avuto un periodo in cui mi ero rotta e avevo smesso, ma per ora non mi stufo. Sì, a volte anch’io penso stronzate tipo “se solo avessi fatto il conservatorio”. [ride] Ma alla fine la musica è un linguaggio talmente vasto che si può parlare attraverso varie forme. Sì, certo, poi la situazione economica alle volte… una pensa: “Se mi fossi concentrata su una musica che mi avesse portato soldi…” Ma poi alla fine quello è solo il capitalismo che parla al posto tuo.

EG: Della musica non mi rompo mai perché non si può vivere senza la musica, ce l’hai dentro, è una necessità. Ti rompi il cazzo però di quella dipendenza che hai da certi meccanismi. Anche quest'anno ho pensato di fare altre cose, di aiutare gli altri, di essere utile alla società. A volte mi sembra tutto un po’ fine a se stesso, però l’arte non lo è mai in realtà, è una cosa molto sociale.

A proposito della musica elettronica e del suo uso nei social: cosa ne pensate di questa cosa orrenda per cui uno deve farsi i selfie in studio con duemila sintetizzatori, mixer costosi, ecc.? Sbaglio o è tipicamente maschile, tipo il coatto che vuole fare vedere la Porsche come protesi fallica? Come se bastasse investire i milioni per fare bella musica. Lo fanno anche le donne?
SK: Ormai sappiamo che la quantità non corrisponde alla qualità della musica. Certo, amo i synth. Ne vorrei avere di più, però ne ho due e va bene così. Poi cambi a seconda della musica che vuoi fare.

EG: Quello è un retaggio dello sciovinismo nella musica elettronica. Conosco molte donne che hanno un bel setup, ma non conosco nessuna donna che si spara le pose. Non conosco nessuna donna che ha il negozio di sintetizzatori a casa. Perché è chiaro, se io ho un synth tipo lo Jupiter, ci sto un anno e mezzo a suonarlo e a studiarlo. Se avessi cinque sintetizzatori di quel calibro impazzirei. Come fai? Ti perdi.

MDP: Sono d’accordo. Io ho due synth ereditati dal mio ragazzo che non suona più da anni. Poi peraltro tutti questi synth, anche ad averli… come te li porti in giro? [ride]

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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