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​"Estate Dimmerda" non ci salverà dai tormentoni estivi

Le parodie possono essere un passo avanti, ma non sono la soluzione alle canzoni dell'estate dimmerda (appunto).

Se c'è una cosa che piace un sacco agli italiani è l'abitudine. Ci piace che tutto resti esattamente com'è, abbiamo paura dei cambiamenti e dal rischio della novità. Le canzoni di Sanremo, per esempio, sono sempre quelle—debitrici a una tradizione a metà tra cantautorato e musica leggera, parlano di sentimenti o di società nel modo più generico e inoffensivo possibile. Ci piace sentire quanto siano difficili ma belli l'Italia in cui viviamo, l'amore che proviamo. È la nostra identità percepita: quella di tizi un po' retrogradi rispetto al mondo ma orgogliosi di quello che hanno, che se la sfangano sempre in qualche modo e sanno davvero cos'è la felicità.

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Un'altra grande tradizione italiana™, puntuale ed eternamente uguale a sé stessa, è il tormentone estivo. È dal dopoguerra che verso fine aprile chi fa musica e chi la vende comincia a pensare a qualche strofa che giri attorno ai concetti "estate", "fa caldo", "divertiamoci", "libertà", "amore" e "nostalgia delle belle estati di un tempo". Tipo: è l'estate del 1964, siamo tutti in vacanza nel pieno del boom economico—non vorremo certo metterci a sentire Morandi che canta di vuole tornare in ginocchio da te e quella non è niente per lui quando c'è Catherine Spaak che ci salmodia nelle orecchie che siamo i giovani, i giovani, i giovani, l'esercito del surf. Nel frattempo sono successe un sacco di cose nel mondo, della musica e non, ma la canzone estiva è sempre rimasta identica a sé stessa. Ed è un problema.

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