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Nel 2015 l'Iran ha condannato a morte 500 persone per crimini legati alla droga

Il paese con il più alto tasso di esecuzioni pro-capite al mondo ha ben 17 capi d'accusa che prevedono la condanna a morte. Molti di questi puniscono reati di droga.
14 marzo 2016, 4:20am
Foto via Reuters.

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Nel corso del 2015, il governo iraniano ha giustiziato quasi 1.000 prigionieri. Un numero record da vent'anni a questa parte, che rende la repubblica islamica il paese con il più alto tasso di esecuzioni pro-capite al mondo.

A rivelare questi dati è un rapporto redatto dall'inviato speciale dell'ONU per i diritti umani in Iran. Secondo lo studio, la maggior parte di queste esecuzioni è stata decisa per punire reati legati all'uso di stupefacenti.

Per le Nazioni Unite c'è stato "un incremento sconcertante del numero di prigionieri giustiziati l'anno scorso, che hanno raggiunto quota 966: il livello più alto degli ultimi due decenni," ha detto Ahmed Shaheed, commissario speciale per l'Iran, nel corso di una conferenza stampa.

A Shaheed, ex ministro degli esteri delle Maldive, non è stato concesso di entrare in Iran: la sua relazione si basa su 128 interviste con iraniani, alcuni dei quali residenti all'estero, altri nel paese di origine.

"Secondo le leggi sugli stupefacenti attualmente in vigore in Iran, chiunque sia in possesso di 30 grammi di eroina o cocaina può essere condannato alla pena di morte," ha spiegato Shaheed. "Le leggi molto drastiche."

Gli iraniani possono essere condannati a morte per 17 reati, tra cui si contano il traffico di armi, l'utilizzo di droga nelle prigioni, o la creazione di un'associazione a delinquere per violare le normative sugli stupefacenti.

Delle 966 persone giustiziate nel 2015, il 65 per cento - 500 - sono state condannate alla pena di morte per reati di questo tipo, che non comportano l'uso della violenza.

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Secondo la relazione, tra le persone giustiziate c'erano almeno quattro minori. Altri 160 ragazzini rimangono nel 'braccio della morte'. Secondo la legge iraniana possono essere condannati a morte le bambine sopra ai nove anni e i ragazzi sopra ai 15 anni.

L'Iran ha difeso le esecuzioni dicendo che "le dure pene inflitte ai trafficanti di droga hanno portato a una significativa riduzione dei danni dovuti alla circolazione di droga" in Iran e nei paesi limitrofi.

La Corte Suprema del paese islamico deve esaminare tutte le condanne alla pena di morte. Tuttavia, l'inviato speciale delle Nazioni Unite si è detto preoccupato dalla mancanza di un procedimento regolare e dalla violazione di alcuni diritti basilari, tra cui "lunghi periodi di isolamento e di custodia cautelare, e l'impossibilità di poter fare affidamento su un avvocato o una difesa adeguata."

Il documento ha inoltre evidenziato come i detenuti per droga siano spesso "soggetti a pestaggi" e come "gli vengano estorte confessioni con la forza," poi usate "per condannarli a morte."

In alcuni casi i giudici avrebbero condannato alcune persone a morte in base al loro "intuito, nonostante ci fosse un'assenza di prove."

Al governo iraniano è stata concessa l'opportunità di revisionare le conclusioni dell'inviato speciale e di includere le proprie risposte nella relazione. Il governo ha respinto le accuse e ha detto che il riferimento a giudici che avrebbero condannato delle persone sospette in base al loro intuito è "falso e fazioso."

Secondo Hadi Ghaemi, direttore esecutivo dell'International Campaign for Human Rights in Iran, un'associazione di New York che ha contribuito alla stesura della relazione, la magistratura iraniana giustifica le esecuzioni poiché lo stato sta combattendo una guerra contro la droga.

La posizione geografica dell'Iran vicino all'Afghanistan rende il paese un importante snodo dei traffici. Si stima che all'incirca due milioni di cittadini iraniani siano dipendenti da droghe come l'eroina e le metanfetamine.

"Tuttavia non c'è stato nessun impatto sui livelli di utilizzo della droga o della dipendenza creata da essa," ha detto Ghaemi. "Quindi si tratta di una politica fallimentare che ha portato a un massacro. Queste uccisioni non stanno avendo alcun effetto sul problema della droga."

Nel frattempo, una serie di ufficiali iraniani ha iniziato a mettere apertamente in dubbio l'efficacia delle normative sugli stupefacenti — facendo pressioni perché vengano riformate.

La relazione evidenzia come Mohammad Javad Larijani, il responsabile dell'Alto Consiglio per i Diritti Umani in Iran, abbia affermato lo scorso dicembre in occasione di un dibattito tenuto alla Shariff University of Technology che "il 93 per cento delle esecuzioni nel paese sono per reati in materia di sostanze stupefacenti, che la pena di morte non ha portato a una riduzione significativa di questi reati che che la politica deve essere rivalutata."

In quello stesso mese 70 parlamentari iraniani hanno presentato una proposta di legge che infliggerebbe l'ergastolo invece della pena di morte nei casi di reati non violenti in materia di stupefacenti. Il testo è stato proposto in parlamento a gennaio e deve essere approvato dall'assemblea e dal Consiglio dei Guardiani prima di diventare legge.

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Reuters ha contribuito alla stesura di questo articolo.