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La leggenda di Floating Points

Come si diventa uno dei nomi più importanti dell'elettronica pubblicando solo due album in 10 anni? Ve lo raccontiamo qui.

di Andrea Bosetti
22 ottobre 2019, 7:48am

Floating Points, foto promozionale

Ci sono artisti che riescono a fare una cosa benissimo, ma rimangono bloccati, come cristallizzati nel loro tempo e nel loro momento, e che per questo devono (o ritengono di dover) continuare a fare sempre la stessa cosa. C’è chi accetta questo compromesso, perché ha provato a farne di diverse e ha sbagliato (Four Tet, ma anche i Sigur Rós) e quindi prova a rimanere all’interno della propria comfort zone. E poi c’è chi non accetta, ma piuttosto che sbagliare si ritira, dimostrando un’onestà intellettuale rarissima, ma lasciando a secco e sofferenti i propri adepti (qualcuno ha detto Burial?).

Poi ci sono altri artisti che invece sembrano in grado di fare tutto. Sono pochissimi, ma ci sono: Robert Fripp nelle sue mille incarnazioni, Aphex Twin, gli Ulver e qualcun altro. Ecco, ho decisamente esagerato, ma Floating Points, all’anagrafe Sam Shepherd, pur non avendo rivoluzionato nessun genere musicale, almeno per ora, tende sicuramente ad avvicinarsi più a questo secondo gruppo di eletti. Il trentatreenne londinese ha pubblicato solamente due album nei suoi dieci anni di carriera, il secondo tra l’altro la settimana scorsa, ma è già uno dei nomi più riveriti e blasonati dell’intero mondo dell’elettronica. Per farsi strada in un mondo affollato, stratificato e complesso come questo in così poco tempo non basta essere bravi, bisogna avere qualcosa da dire. E il vantaggio di Floating Points è che di cose da dire ne ha tantissime, in tantissimi modi diversi. Anzi, azzardo, in dieci anni non ha mai detto due cose uguali, né ha mai detto due cose nello stesso modo.

floating points love me like this
La copertina di 'Love Me Like This', cliccaci sopra per ascoltarne un estratto su YouTube

È partito con della techno dubbata sul finire degli anni zero, che poi a un secondo ascolto scopri che non è techno dubbata, ma un tappeto house con un sacco di funk sopra, che poi a un terzo ascolto scopri che non è neanche quello, ma un insieme molto jazzy di glitch e beat. Poi ci rifletti e ti accorgi che tutte queste cose, non si sa bene come né perché, non si escludono a vicenda ma stanno insieme nello stesso EP, nella stessa traccia, e in quanto insieme maggiore della somma delle parti non sono altro che buona musica. Se Love Me Like This è un insieme perfettamente funzionante di anime altrettanto perfettamente indipendenti e all’apparenza scollegate e inconciliabili tra loro, è pur vero che l’amalgama che ne ha fatto Shepherd poggia saldamente su delle fondamenta da dancefloor, ed è proprio in questo mondo che Floating Points si è fatto conoscere inizialmente.

I suoi primi passi il producer di Manchester infatti li ha mossi come stato resident DJ al Plastic People, uno dei locali dell’underground (anche in senso letterale, era uno scantinato) londinese più influenti degli ultimi decenni. Un altro resident, tanto per dare un ordine di grandezza, era un certo Theo Parrish. E non finisce qui: Sam Shepherd al Plastic People non ci ha messo i dischi per otto anni da solo, ma in coppia con Kieran Hebden, che ha finito con il diventare uno dei suoi più cari amici. A questo punto sorge anche necessario un minuto di riflessione su quanto Hebden abbia le mani in pasta con tutti, da Jamie XX a Burial al qui presente Floating Points il riccio produttore ha veramente accompagnato qualunque rivelazione dell’elettronica inglese degli ultimi tre lustri. Bravo lui.

Quando poi il Plastic People ha chiuso, giusto per rimanere in tema, chi ha fatto un DJ set antologico mastodontico alla simbolica cifra d’ingresso di cinque sterline? Esatto, Four Tet e Floating Points, con tanto di commovente lettera aperta al locale e condivisione della setlist su Soundcloud. Io purtroppo non c’ero il due gennaio 2015 a Londra, ma ancora a quasi cinque anni di distanza quelle sei ore sono tra le più variegate e omogenee, dispersive e amalgamate che si siano mai sentite in un club. D’altronde è lo stesso Sam a dire che la cosa che più lo diverte del fare il DJ è ricontestualizzare musica che all’apparenza in un club non ci azzecca niente, e non è un caso che dei set di Floating Points si dica che “il colpevole bagliore blu di Shazam fa sempre capolino dalla tasca di qualcuno vicino alla console”.

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La copertina di 'Elaenia', cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Altro parallelismo interessante è il fatto che il primo album Shepherd sia riuscito a completarlo solo nel 2015, quasi sette anni dopo aver iniziato a nome Floating Points e subito dopo aver concluso la propria esperienza al Plastic People. Da una parte c’è sicuramente il fatto che in quel periodo ha ottenuto un PhD in neuroscienze (la ragione per cui da Manchester si è spostato a Londra a fine anni ‘00 non era legata al clubbing, ma al suo percorso di studi), dall’altra non posso credere che aver smesso con l’appuntamento fisso come disc jockey non abbia avuto un impatto su Elaenia. Perché dopo anni a suon di EP da clubber vero, fossero le atmosfere più calde e soul di Vacuum o quelle più algide e technazze di Shadows, Elaenia è un nuovo inizio, che di clubbing non ha praticamente nulla. Eppure anche in questo caso Floating Points trova la formula corretta, l’equilibrio giusto per riassumere e sintetizzare tante cose diverse, finendo per pubblicare un disco che non è ambient, non è IDM, non è dub, non è jazz, ma è tutto questo insieme e tanto altro.

Mettersi a raccontare Elaenia è una sfida persa in partenza, perché nelle sue complesse stratificazioni il primo album di Shepherd dà ancora meno punti di riferimento di quelli che davano i suoi EP: c’è ancora più roba dentro, perché dura di più, ed è anche un nuovo inizio che prende parziali distanze da tutto quello che è venuto prima. Nel senso che l’unico motivo per cui se passi da Love Me Like This a Elaenia capisci che stai ascoltando sempre Floating Points è che nessun altro sarebbe capace di mettere in un album così tanta roba diversa e farla pure suonare in modo organico. Quando però viene chiesto direttamente a lui, Shepherd, che del disco ha fatto tutto, pure la copertina costruendo appositamente un armonografo in camera sua, è candido nel rispondere: “I have no idea what this record is”.

Non pago di aver bazzicato più o meno ovunque, nel 2017 arriva una mezz’oretta di riflessioni in salsa drone/psych folk che sono forse la cosa più facile da etichettare di tutta la carriera di Floating Points. Reflections - Mojave Desert sta bene o male tutto all’interno del suo titolo: Shepherd si sposta negli USA e mette in piedi uno studio di registrazione nel deserto del Mojave assieme ai musicisti che lo accompagnano in live e si mette a lavorare. Ne esce quasi mezz’ora di musica, poi messa in immagini da Anna Diaz Ortuño, con un corto che si trova quasi interamente anche su Youtube. Ma facile da etichettare, dicevo, perché quantomeno le basi drone folk desertico sono evidenti, e i rimandi più facili sono i Barn Owl di Jon Porras ed Evan Caminiti, ma anche i loro lavori solisti (Porras d’altronde ha registrato un album che si chiama Black Mesa). La differenza ovviamente è che loro lavorano di chitarra e poi di tutto il resto, mentre Floating Points lavora di tutto il resto e poi eventualmente di chitarra, ma questo è il massimo cui ci si può spingere quando si parla di trovare dei riferimenti nel lavoro del produttore di Manchester.

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La copertina di 'Crush', l'ultimo album di Floating Points. Cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

A fianco di questo percorso onnicomprensivo poi, Floating Points continua ad accrescere la sua fama e di conseguenza la sua presenza a eventi e serate nei club e festival di tutto il mondo, e basta vedere la sua pagina su Resident Advisor o i suoi eventi passati su Facebook per soffrire di jet lag. Proprio da una di queste è nato questo articolo, visto che a breve Shepherd sarà headliner di una delle serate del Club To Club.

Il Lingotto sabato 2 novembre sarà una delle primissime occasioni anche per sentire il nuovo Crush, il seguito di Elaenia uscito giusto qualche giorno fa. A quanto pare l’esibizione al C2C sarà un live e non un DJ set, per cui è molto probabile che l’inglese presenterà ai clubber italiani almeno parte dell’album. Potrei tentare di raccontarne qualcosa anche qui, ma essendo uscito da pochi giorni sono ancora in quella fase in cui ad ogni ascolto scopro delle cose che prima mi ero perso. Una fase che quando si parla di Floating Points dura sempre diverse settimane.

Gli ultimi biglietti e abbonamenti per il Club To Club sono ancora disponibili sul sito del festival.

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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