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Ray-Ban, giacche di pelle e saluti romani: breve storia dei 'sanbabilini'

La storia della sottocultura fatta di neofascismo e Ray-Ban da aviatore che ha segnato la Milano degli anni Settanta.

di David Barra
18 dicembre 2017, 5:00am

I sanbabilini ritratti in San Babila ore 20, un delitto inutile di Carlo Lizzani. Grab via YouTube.

Questo articolo fa parte della nostra rubrica sugli anni Settanta in collaborazione con Spazio70, una pagina Facebook di approfondimento sociale, culturale e politico su quel periodo della storia italiana.

Milano, una mattina di novembre del 1975. Due ragazzi si aggirano furtivi tra le auto in sosta in un garage. Avanzano decisi ma con cautela per non farsi sentire dal custode che sonnecchia nel gabbiotto poco lontano. Hanno appena forzato il retro di un grosso furgone e ora stanno andando via con il carico: le cineprese di Carlo Lizzani, regista romano arrivato a Milano per fare un film sui ragazzi di piazza San Babila, i cosiddetti "sanbabilini." Nonostante il furto il film si farà lo stesso: San Babila ore 20, un delitto inutile uscirà nel 1976, in un'Italia in preda ai disordini degli anni di piombo.

Le origini dei "sanbabilini," quella sottocultura fatta di Ray-Ban e idee di estrema destra che ha segnato la Milano degli anni Settanta ha origine nel periodo della contestazione giovanile. È il marzo del 1968 quando Gastone Nencioni, senatore del MSI, prende in affitto una casa a Milano, in corso Monforte 13, per farne la sede di Giovane Italia, un'associazione studentesca di destra che, nelle intenzioni, dovrebbe servire ad affermarsi nei circuiti dell'istruzione senza un nome direttamente riconducibile al partito. Giovane Italia si prefigge di invogliare i giovani alla riscoperta dei valori tradizionali della religione, della patria e della famiglia promuovendo attività sportive, ricreative e culturali; con l'emergere del movimento studentesco negli anni Sessanta, però, la destra nelle università si ritrova in minoranza. C'è bisogno di nuove leve.

A un passo dalla sede di Giovane Italia c'è piazza San Babila, che pullula di giovani. Ciò che a un primo sguardo accomuna i ragazzi che affollano i bar della piazza è un'estetica molto lontana dai canoni della cultura di sinistra dell'epoca: niente capelli lunghi, eskimo, sciarpe rosse. La dirigenza missina li nota e inizia a vedere nella piazza il terreno ideale per fare proseliti—ma quell'ambiente si rivelerà ben presto molto più complesso e più difficile da tenere a bada del previsto.

Il primo esempio di queste difficoltà si ha già nel 1969, quando piazza San Babila è terreno di scontri tra polizia e neofascisti che cercano di forzare lo schieramento della celere durante un corteo non autorizzato. Il bilancio è di cinque feriti (un poliziotto e quattro manifestanti), 17 fermi e un arresto. La situazione crea non poco imbarazzo per l'MSI, un partito che fa dello spauracchio della "violenza comunista" un perno della sua propaganda. Ma non si tratta di un caso isolato: gli scontri sono all'ordine del giorno. La stessa sede di corso Monforte viene più volte presa di mira e i tafferugli si risolvono spesso in piazza San Babila, con molti militanti di destra che vengono arrestati per rissa o aggressione. Tutti grossi problemi per il "partito dell'ordine."

Nella primavera del 1970, pochi giorni dopo l'ennesimo episodio di violenza verificatosi a San Babila, la sede di Giovane Italia chiude i battenti per trasferirsi in un altro quartiere. Poco più tardi si fonderà con il nascente Fronte della Gioventù. Il trasferimento segna un punto di svolta perché, se l'associazione va via, i militanti restano in strada—o meglio, in piazza. Nascono così i "sanbabilini," termine che, coniato dai media del periodo e usato talvolta come sinonimo di "testa calda," "teppista," o "picchiatore," si riferisce a una frangia di giovani amalgamati più dal look che dall'ideologia.

I ragazzi di piazza San Babila hanno alle spalle estrazioni sociali, formazioni culturali e aderenze politiche molto diverse tra loro—seppure tutte riconducibili in un modo o nell'altro all'universo della destra italiana. Alcuni sono culturalmente ben inquadrati, gravitano attorno a La Fenice, periodico vicino all'organizzazione neofascista Ordine Nuovo, leggono Evola, Nietzsche, Jünger e vari autori della "rivoluzione conservatrice" tedesca. Altri invece sono molto meno eruditi e più propensi all'azione, come il pugliese Rodolfo Crovace detto "Mammarosa," che farà carriera nel mondo della delinquenza comune.

Ci sono poi ragazzi di buona famiglia che simpatizzano per il MSI o per le formazioni extraparlamentari nere e anche chi è solo vagamente di destra e si unisce a loro per "protezione" nella Milano degli anni di piombo, per sfuggire alle bandiere rosse e alle chiavi inglesi del Katanga, il servizio d'ordine del Movimento Studentesco. Nonostante questo nucleo sia molto eterogeneo, il cameratismo che si forma tra i ragazzi della piazza è molto solido. Il motore di ribellione generazionale che caratterizza quel periodo storico è esploso anche a destra, e i sanbabilini ne sono l'espressione più evidente.

"San Babila con annessi e connessi segna la prima rottura forte e potente con un modo di condursi del neofascismo palesemente reazionario e legato a uno 'stile' vecchio. Con San Babila i giovani tanto nel costume quanto nell'atteggiarsi, e quindi anche come immaginario, acquisiscono un diverso stile," ha scritto di recente su Facebook Maurizio Murelli—uno dei nomi più noti in quell'ambiente negli anni Settanta, uscitone con una condanna per omicidio—facendo un'analisi del fenomeno. "Ed è anche vero che a un certo punto quel piccolo quadrato milanese, una sorta di piccola Fiume dannunziana, diventa l'unico luogo 'inespugnato' della Milano di allora. Quindi è pur vero che spesso quel mito viene distorto per esaltazioni fuori luogo, ma è pur vero che ha rappresentato qualcosa di speciale."

I sanbabilini Vittorio Loi, Maurizio Murelli e Davide Petrini in un articolo di giornale dell'epoca. Grab dall'archivio della Stampa.

I quattro bar di piazza San Babila—il Pedrinis, il Motta, l'Arri's Bar, il Quattro Mori—diventano le "basi" abituali dei sanbabilini, dei luoghi d'incontro e socializzazione che col tempo si trasformano in veri e propri quartier generali da difendere quando vengono presi di mira dalle azioni della sinistra con sassate, molotov e ordigni artigianali. Nei bar ci si incontra, si beve, si chiacchiera ma si pianificano anche azioni, spedizioni punitive e vendette.

Perché come molti giovani politicamente impegnati in quegli anni, anche i sanbabilini hanno fama di essere violenti. A Milano i quartieri tendono sempre più a trasformarsi in zone "nere" e zone "rosse" con i fascisti in netta minoranza ma con una solida roccaforte. Sconfinare vuol dire provocare, soprattutto se lo si fa "in uniforme"—ossia indossando i simboli di una o dell'altra parte: i quotidiani sono pieni di trafiletti che raccontano risse per motivazioni banali come un eskimo indossato nel posto sbagliato. Per quanto riguarda l'estetica sanbabilina invece i punti fermi sono i Ray-Ban da aviatore, che rimandano all'azione e all'adrenalina, gli stivaletti Barrows a punta, le giacche di pelle nera. Rune, croci di ferro, ciondoli con simboli fascisti e nazisti completano il tutto, mentre i capelli sono rigorosamente corti.

Il livello dello scontro si alza soprattutto nel biennio 1972-1973. Sono gli anni in cui a Milano operano le SAM (Squadre d'Azione Mussolini), un'organizzazione neofascista che ha tra le sue fila noti sanbabilini come Giancarlo Esposti e Gianni Nardi. Il gruppo, che cesserà le attività nel 1974, compie attentati dinamitardi a scopo dimostrativo contro luoghi e simboli della sinistra: sedi di partito, redazioni di giornali, monumenti e simboli della resistenza come quello in piazzale Loreto. Alle SAM risponde con le stesse modalità il Nucleo Armata Rossa, che nell'estate 1972 rivendica, tra le altre, una bomba piazzata in un circolo di studenti e lavoratori di destra. Nel gennaio 1973, mentre altre due esplosioni distruggono una sede di Avanguardia Nazionale e una sezione del MSI, una bomba fa saltare in aria il bar Motta di piazza San Babila. Pochi giorni dopo, un corteo di protesta contro l'uccisone da parte della polizia dello studente di sinistra Roberto Franceschi "invade" piazza San Babila: un gruppo di sanbabilini risponde sparando.

Un breve servizio Rai sul "giovedì nero" di Milano, in cui viene intervistato Murelli

Ma il culmine della violenza si raggiunge il 12 aprile 1973, in quello che passerà alla storia come "il giovedì nero di Milano." Durante un corteo neofascista non autorizzato, l'agente di polizia Antonio Marino, 22 anni, muore ucciso da una bomba a mano lanciata dallo schieramento dei manifestanti. Per l'omicidio verranno arrestati due sanbabilini, entrambi 19enni: Vittorio Loi e il sopraccitato Maurizio Murelli. Entrambi saranno condannati a vent'anni di carcere. È l'inizio del declino della "San Babila nera," che da lì in poi vivrà di nostalgia ed emulazione del passato fino a scomparire del tutto nella seconda metà del decennio.

Anche perché, tra il 1973 e il 1974, quasi tutti gli appartenenti alla vecchia guardia finiscono in carcere o scappano all'estero minacciati da provvedimenti giudiziari di vario tipo. Alcuni li ritroviamo tra le fila delle organizzazioni terroristiche neofasciste, altri nei giri della malavita comune, altri ancora muoiono e diventano dei martiri tuttora celebrati dai neofascisti odierni. Il livello dello scontro infatti continua ad alzarsi, stavolta in tutto il paese: quando Carlo Lizzani gira San Babila ore 20, un delitto inutile, Milano ha già ceduto a Roma il primato di capitale dell'estremismo di destra e gli ultimi sanbabilini fischiano la troupe durante le riprese.

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