Sputare è una questione di sopravvivenza
Illustrazione by LinEEtte

Sputare è una questione di sopravvivenza

Almeno nel vino. Bere e non praticare l'arte dello spitting è molto pericoloso, e ritrovarsi la bocca nera è solo uno dei possibili inconvenienti.
06 novembre 2017, 9:54am

Mettetela come vi pare. Ma per me che il vino lo frequento per professione si tratta, semplicemente, di una questione di vita o di morte.

Accusatemi allora di superbia, fatto sta che mentre c'è chi si accalca con sacrosanto entusiasmo all'ingresso di eventi come Vinitaly, Merano Wine Festival, Vin Natur e così via, io lì arrivo già stremata dopo una verticale comparativa di 10 annate di Chianti Rufina, per dirne una o, magari, dopo qualche anteprima come quella, tuttora indimenticata, che mi vide inanellare 77 assaggi di Amarone, il più delle volte prelevati direttamente da botte, e degustati in batterie da sei, tutti alla cieca, per una cosa come due ore e mezzo di degustazione.

Ecco, in questi casi, state pur certi che il ritrovarsi la bocca nera è solo uno dei possibili inconvenienti. Poi c'è il momento degli assaggi per la Guida e le collaborazioni con le riviste, per cui accade che, tra una visita a una distilleria in Cognac e un'intervista in Franciacorta, ci siano anche altri vini da assaggiare, magari a casa, perché «è il momento di "chiudere" le rubriche» oppure perché alla sera i vostri amici, vostro marito, e tutta la vostra benedetta vita privata vi attende per un aperitivo o, tuttalpiù, per un calice di vino: ché tanto, cosa vuoi che sia…

Sputare era affare da uomini, questione di genere, perché sottendeva che lo sputare per terra fosse - evidentemente - un segnale di manifesta virilità

Ecco il perché della sputacchiera. Ed ecco perché è mia precisa intenzione scrivere questo pamphlet apologetico sulla sputacchiera: ché mentre mi si guarda con sospetto mal celando l'evidente sgomento, per me si tratta d'una questione vitale.

E pensare che l'oggetto, tanto vituperato a partire dagli anni '50, vanta perfino un certo numero di velleità in termini di evoluzione ergonomica e, di conseguenza, di costume: all'epoca della sua prima comparsa, infatti, era composta solo da una rudimentale cassettina in legno ricolma di segatura o di sabbia molto in voga tra i barbieri che ne custodivano una in ogni sala da barba; ed era affare da uomini, questione di genere perché sottendeva che lo sputare per terra fosse - evidentemente - un segnale di manifesta virilità. Del resto, l'oggetto in questione deve la sua genesi al discutibile abito di sniffare o masticare tabacco, e difatti sembra che il suo periodo di massimo splendore sia tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo quando il grande designer Buzzi ideò l'iconica versione oggi conosciuta come Mod Matiz.

Nel bizzarro mondo del vino, chi davvero lo ama, ahimè, lo sputa.

Eppure, nonostante non sia mai stato abrogato il "Regolamento per l'attuazione di migliorie igieniche e sanitarie negli alberghi" che all'art. 12 prevedeva la sputacchiera "nelle camere di alloggio, nelle sale di trattenimento, nei corridoi, nei vestiboli dei pianerottoli delle scale ed in altri ambienti abitabili in numero adeguato", le sputacchiere sono andate rapidamente scomparendo. Han fatto la fine del Dodo, per dirla con Darwin, salvo qualche superstite ormai relegato spesso a vessillo di un barbarico passato, come quelle utilizzate dai giudici americani che, presso la Corte Suprema, le utilizzano come contenitori per la carta straccia.

Ebbene, no. La sputacchiera cui faccio riferimento e che elogio, è la sola a sopravvivere nella contemporaneità con la stessa destinazione d'uso prevista dal suo vecchio nome, e prospera in questo bizzarro mondo del vino dove, chi davvero lo ama, ahimè, lo sputa.

Alcuni, per dire, hanno il vezzo di custodirsene una propria e di attaccarsela al collo come fosse la botticella di whiskey dei San Bernardo benché, si capisce, funzioni esattamente au contraire, per dirla elegantemente.

Di tipo comune, invece, ne ho viste di tutti i materiali e le fattezze: di ottone, alluminio, vetro, ceramica, rame, legno o porcellana; tondeggianti, spigolose, ricurve, in miniatura, di piccole, grandi, medie dimensioni e ancora in anfora, in vecchie barrique, coperte, scoperte, con canale di scolo o senza.

Ovviamente, anche l'approccio alla sputacchiera cambia da degustatore a degustatore e, il più delle volte, questo modus operandi riflette un preciso retaggio culturale.

Alcuni grandissimi degustatori francesi, per dire, sanno farlo con estrema eleganza, che quasi non te ne accorgi, mentre s'inchinano come se si trovassero di fronte a una bella donna durante un baciamano.

Altri ancora, per lo più asiatici e, nella fattispecie, i cinesi, sono precisissimi, e sanno farlo senza inconvenienti ovvero, per chi mi capisce, senza fastidiosi schizzi che, al di là dell'orrore della contaminazione possono anche andare ad oltraggiare il vostro abito chiaro.

Gli americani, poi, lo fanno con un senso pratico che lascia sbalorditi, come se non avessero mai fatto altro, e vi si approcciano sollevando la sputacchiera a mani nude mentre, chissà come, sorreggono il calice e pure l'iPad coi loro programmi di archiviazione.

I tedeschi, pure, sono assai disinvolti, ma meno zelanti di noi nel farlo perché, forse, sono semplicemente meno oberati o, più probabilmente, perché restano dei grandi, grandissimi bevitori. Molto "precisini", in questo senso, sono poi i degustatori polacchi i quali, di natura, mantengono un aplomb che restituirebbe dignità anche al più triviale dei costumi. I russi, invece, è difficile vederli servirsi di una sputacchiera: quando lo fanno, il più delle volte, si tratta di un segnale preoccupante, che non prenderei propriamente alla leggera.

Quanto agli italiani, la maggior parte di noi lo fa con scarsa convinzione, col fazzolettino riparatore a salvare la camicia, finanche la dignità, quando goffamente ci chiniamo - come a genufletterci - sulla sputacchiera, atterriti dal peso di un'antica vergogna; e di un cattolicissimo senso di colpa.

Amen.

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