Secondo questo studio Facebook ha un'influenza diretta sugli episodi di razzismo

Un team dell’Università di Warwick ha trovato la correlazione tra episodi di violenza a sfondo razzista in Germania e utilizzo sopra la media di Facebook.
23.8.18

La nostra visione del mondo è influenzata non solo dalle esperienze nella vita reale ma anche dall'influsso che i media tradizionali e online esercitano sulla nostra coscienza. Sembra quasi superfluo ricordarlo, ma anche internet — e Facebook in particolare (nello specifico la filter bubble in cui siamo inclusi) — determinano quello che capiamo del mondo che ci circonda e quindi, almeno in parte, anche le nostre azioni offline.

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L'esplosione di populismo degli ultimi anni e l'inasprimento del fenomeno delle fake news e (parallelamente) della propaganda online ha reso inevitabile chiedersi se i social network abbiano una qualche influenza sugli episodi di razzismo nella vita reale. Un team di ricercatori dell’Università di Warwick ha pubblicato una ricerca che cerca di rispondere a questa domanda, e per farlo i ricercatori hanno preso in esame 3.335 attacchi compiuti nei confronti dei rifugiati avvenuti in Germania negli ultimi due anni.

La conclusione a cui sono giunti i riceratori stabilisce una relazione causale tra l’esposizione a contenuti che incitano all’odio razziale su Facebook e gli atti di violenza a danno dei richiedenti asilo, determinando che questi crimini aumentano del 50% nelle zone in cui si passa più tempo su Facebook, nello specifico dove l’uso del social supera la media nazionale.

Secondo i ricercatori, gli umori anti-rifugiato di destra diffusi su Facebook sono un indicatore che può predire il verificarsi di crimini violenti contro i rifugiati nei comuni che utilizzano di più il social media, aumentando la probabilità che questi crimini si verifichino. A conferma di questo fatto lo studio cita anche i casi in cui la popolazione tedesca è rimasta senza internet correlandoli a un crollo degli episodi di razzismo. Il tasso di questo crollo è a sua volta correllabile al tasso con cui l’utilizzo di Facebook sopra la media nazionale alimenta gli episodi di violenza.

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Le comunità locali dove si sono verificati gli episodi di violenza sono state esaminate in base a una serie di fattori considerati rilevanti. I dati in questione sono fattori socio-demografici, il livello di benessere, i dati di vendita dei quotidiani, il sostegno locale a politiche di estrema destra, la storia locale dei crimini d'odio, il numero di rifugiati ospitati nelle comunità e la quantità di proteste contro gli stessi.

Il The New York Times ha riportato anche le testimonianze sul campo provenienti da una serie di comuni tedeschi in cui si sono verificate violenze a sfondo razziale provando a indagare sull’influenza di Facebook in queste comunità. Nel testo i criteri di ricerca del paper vengono definiti ”rigorosi” e i suoi risultati ”credibili.” L’articolo del NYT, inoltre, solleva una serie di questioni interessanti sul funzionamento dell'algoritmo di Facebook corredandole con il parere di esperti.

La missione dell’algoritmo di Facebook è promuovere contenuti che massimizzino l’engagement degli utenti. A questo scopo, post che attingono a sentimenti primordiali funzionano meglio. In questa categoria, rientrerebbero i post anti-rifugiati che combinano ”la paura del cambiamento sociale con le rivendicazioni di noi-contro-loro.” Inoltre, sarebbe sufficiente una minoranza di utenti che esprime queste opinioni perché finiscano per dominare il newsfeed anche di altre persone di opinione non completamente analoga.

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Il meccanismo sarebbe il seguente: dato che le persone si conformano istintivamente alle norme sociali della loro comunità, se queste promuovono comportamenti anti-rifugiato questi finscono per essere legittimati. In tutto questo influisce il ruolo giocato da Facebook nel farci credere che un certo sentimento sia diffuso in una comunità attraverso il meccanismo della filter bubble che in certi casi può far perdere di vista la linea di demarcazione tra il trolling e l’odio autentico, secondo l’effetto che viene definito come “irony poisoning.”

L’articolo analizza il comportamento degli utenti maggiormente premiati dall'algoritmo, i cossidetti superposter — cioè le persone che postano con frequenza maggiore sul social. Se gli utenti in questione postano per lo più contenuti basati su rumor, articoli d’opinione e news riguado reati commessi dai rifugiati, non è neccessario che questi contenuti rientrino effettivamente nella categoria hate speech o fake news: la capacità dei superposter di dominare i newsfeed — data anche dalla grande quantità di tempo che dedicano a Facebook — porta questi utenti con opinioni fortemente schierate ad essere premiati dall’algoritmo.

Su Facebook, le logiche secondo che contribuiscono a rendere un utente un personaggio influente o autorevole sono diverse da quelle del mondo IRL, come viene spiegato nell’articolo ”Nel mondo offline, le persone decidono collettivamente chi ascoltare e chi ignorare. I gatekeeper professionisti come i redattori o i leader di partito decidono a quali voci dare rilievo. Facebook riesce a prevalere su queste pratiche.”

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Gli autori del pezzo hanno contattato Facebook per chiedere un commento sui risultati dello studio. La risposta che hanno ricevuto da un loro portavoce, non entra nel merito dei risultati del paper, limitandosi a dichiarare che ”Il nostro approccio su ciò che è consentito su Facebook si è evoluto nel tempo e continua a cambiare man mano che apprendiamo dagli esperti del settore.”

Su Twitter sono stati sollevati dubbi sul metodo di raccolta dei dati. In effetti, dal momento che gli studiosi non hanno potuto avere accesso ai dati completi di Facebook, per verificare la correlazione dei dati hanno dovuto sfruttare una serie di tecniche statistiche per rendere il loro modello significativo ed è vero che questi modelli possono essere perfezionati sempre di più.

In ogni caso, se il contenuto del paper sarà confermato anche da altri studi, verificherebbe quello che possiamo capire tutti in modo intuitivo per quanto la nostra visione del mondo possa essere parziale: una dieta nociva ha conseguenza negative per tutto il nostro organismo. Si può dire lo stesso per ciò che diamo in pasto al nostro cervello ogni giorno attraverso i social media: se una persona viene bombardata da messaggi d’odio le conseguenze non saranno mai piacevoli e si estenderanno dal giustificare il sentimento xenofobo della propria comunità proprio perché lo si percepisce come largamente condiviso fino a interventi più disastrosi come passare all’azione attraverso atti di violenza proprio in virtù di questo supporto della comunità.

L’importante per gli studi scientifici è quantificare al meglio l’influenza di questo fenomeno come di qualsiasi altro fenomeno statistico, nella speranza che un giorno la ricerca non debba concentrarsi più su questi aspetti odiosi dell'influenza dei social sulla nostra vita.

Segui Federico su Twitter: @spaghettikraut