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razzismo

'Ho un debole per le sudamericane': smettetela di feticizzare gli italiani non bianchi

'In che modo sono razzista se dico che ho un debole per le sudamericane?' Abbiamo raccolto un po' di testimonianze di italiani di colore per spiegarlo una volta per tutte.

di Sonia Garcia
27 settembre 2018, 4:00am

"Sei davvero bellissima per essere *inserisci etnia non caucasica/nazionalità non italiana*."
"Ah, sei *inserisci etnia non caucasica/nazionalità non italiana*? Che sexy!"
"Non sono mai uscito con una * inserisci etnia non caucasica/nazionalità non italiana* prima d’ora.”

Non importa il tuo orientamento politico, ma se sei italiano e bianco (o italiana e bianca)—dove bianco è inteso come costrutto sociale—è probabile che tu abbia pensato o detto queste frasi a una persona di colore almeno una volta nella vita. Se invece non sei bianco, la tua diversità non ha solo probabilità di essere odiata, temuta, marginalizzata, conformata o strumentalizzata, ma anche sessualizzata e feticizzata. È un automatismo che molto difficilmente verrà percepito come un problema.

"In che modo sono razzista se dico che ho un debole per le sudamericane?" mi ha chiesto un tipo una volta. “Non è un po’ come se dicessi che mi piacciono le ragazze in carne?” Per avere un quadro più esaustivo e completo del perché queste domande siano molto più comuni e complicate di quanto la maggioranza della popolazione bianca italiana potrà pensare, ho raccolto un po’ di testimonianze di altri italiani di colore familiari con l’esperienza.

Per feticizzazione razziale si intende la tendenza a sessualizzare ed esotizzare i corpi di persone appartenenti a gruppi etnici e culture diverse dalla propria. C’è il liberal che lo fa con la più pura ingenuità, perché magari è la “prima volta che si vede con una ragazza non, ehm, italiana," chi "non fa caso al colore" perché in fondo "siamo tutti uguali," ma appena vede un corpo non bianco ne è "inspiegabilmente attratto," o chi invece è proprio all’antica e continuerà a vederti come sua "musa" diffidando al contempo della gente di colore in stazione, perché non si sa mai.

La feticizzazione razziale può suonare come qualcosa di mostruosamente statunitense, lontano dall’appartata e tranquilla realtà italiana, eppure avviene ogni volta che vengono pronunciate le frasi lassù in cima. Un individuo sessualizzato in base alla propria etnia implica l’esistenza di uno stereotipo razziale che oggettifica il suo corpo e/o la sua cultura, oltre a essere un esercizio di potere che incentiva l’idea di conquista corporale. Isamit Morales, visual artist e DJ venezuelana da poco a Barcellona dopo otto anni in Italia, mi sintetizza bene il concetto: "Si tratta di relazioni di potere concentrate e potenziate: uomo-donna, bianco-non bianco, civile-selvaggio, colto-ignorante."

Il fenomeno di cui stiamo parlando trascende genere o orientamento sessuale e si verifica, molto semplicemente, tra chi detiene il privilegio di essere bianco e chi no. Donne, uomini, etero o QTPOC [Queer Trans People Of Color] che siano, potranno confermare di averlo vissuto sulla propria pelle almeno una volta nella vita.

Tommy Kuti. Foto via Instagram.

"A scuola si nominava l’Africa solo per parlare della tratta degli schiavi," scrive su Instagram Tommy Kuti, rapper nigeriano cresciuto a Brescia, "e in TV sentivo parlare solo dei bambini del Biafra o degli sbarchi dei clandestini… non è che morissi dalla voglia di dire al mondo di essere africano. Anzi, ho probabilmente avuto anche la fase in cui dicevo 'Io sono italiano, ma i miei genitori vengono dall’Africa'." Con un punto di partenza del genere, è ironico che una società possa passare dall’odio all’adorazione, arrivando pure all’invidia del corpo nero, senza alcun tipo di indugio. "Come vorrei essere nero! Sono tutti bellissimi, e la loro pelle è perfetta!” è una delle classiche espressioni che qualsiasi "antirazzista" ama tirare fuori quando vuole sottolineare il proprio amore per l’Africa, senza rendersi conto di star perpetuando la stessa egemonia bianca su cui si fonda il razzismo.

"Qua a Milano c’è un universo di ragazze bianche che vogliono stare solo con neri," mi racconta Tommy, "e in media ne hanno tutte un’idea molto stereotipata. Si immaginano che siamo tutti dei ballerini eccezionali, swag, con un forte carattere. Purtroppo a me hanno fatto notare che non so ballare come gli altri neri…"

Xavier Palma, italosalvadoreño, mi racconta di aver "ricevuto complimenti per sembrare abbronzato," e che è un fenomeno da lui percepito sempre sul filo del rasoio, senza mai attraversare quella linea che lo renderebbe feticizzazione. "Però, ad esempio, conosco un gruppo di ragazze che hanno tutte il fidanzato latinoamericano o straniero di colore, come se fosse moda. Non scordiamoci il mito delle misure del pene, che vedrebbe nelle donne attratte dagli uomini scuri semplicemente il preconcetto che questi ce l’abbiano più grande."

Una cosa che probabilmente ha accomunato gran parte di noi italiani non bianchi è l’insicurezza, da bambini e in età adolescenziale, nei confronti del nostro aspetto fisico. Né gli standard occidentali di bellezza propagati su ogni media—internet, televisione, cinema, riviste, spettacolo vario—né i compagni di classe che si avvicinavano a osservarmi per poi concludere che "la tua faccia è più piatta della nostra" hanno aiutato a rendere l’esperienza meno traumatica.

Xavier Palma. Foto per gentile concessione dell'intervistato.

L’idea di poter piacere proprio grazie ai miei tratti somatici ha iniziato a prendere piede nella mia testa quando da ragazzina andavo in Austria a trovare mia cugina, peruviana, e il suo ex marito austriaco. "Ti troverai sicuramente un fidanzato austriaco!" mi diceva genuinamente felice. "Qua tutti i ragazzi impazziranno per te, perché non sei gringa come loro." La me quattordicenne ne era più che entusiasta: per la prima volta quella mia diversità che dava tanto nell’occhio e portava qualsiasi mio coetaneo a chiedermi "ma di dove sei davvero?" poteva rivelarsi un pregio e non qualcosa da cui rifuggire.

Ci sono voluti molti anni per rendermi conto di quanto il mio cervello fosse stato lavato, imbottito di razzismo interiorizzato e veicolato a considerare normali canoni di bellezza eurocentrici che non mi hanno mai rappresentato.

"I contesti variano dalla scuola ('Ahah sembri cinesa'), all'ambiente di lavoro, per strada, nei locali," conferma Valentina Grassi, bresciana con origini vietnamite, "ma gli stereotipi rimangono gli stessi. Da piccola mi tingevo i capelli perché odiavo in particolare le attenzioni che mi venivano rivolte in tal senso ('Che bei capelli hai, nero liscio spaghetto come le cinesine') e mi truccavo in modo da camuffare i cosiddetti 'occhi a mandorla'—dio, quanto odio questo termine…”

Valentina Grassi. Foto per gentile concessione dell'intervistata.

Lo stereotipo della ragazza asiatica pacata, remissiva, ma anche diligente e studiosa è solo una variante del più classico "i cinesi (perché nel linguaggio comune italiano qualsiasi asiatico è cinese) non danno fastidio, sono grandi lavoratori," aggiunge Valentina. Questo stereotipo va di pari passo con la disinvoltura con cui chiunque abbia una fissa con gli anime, i manga o con il folklore e l’archeologia cinese si definisce "appassionato di Asia". L’Asia è un continente, non una passione. "Mi è capitato di veder emergere la cosa sia negli uomini che nelle donne, come quando un’amica una volta mi ha detto, 'Ti devo far conoscere un mio amico che ha la passione per le asiatiche' come se fosse scontato che a me potesse minimamente interessare," continua Valentina. Cercare di spiegare perché questo tipo di considerazioni siano deumanizzanti è una battaglia persa. "A volte rispondo maleducatamente anche quando so che chi ha atteggiamenti del genere lo fa con ingenuità," conclude.

Episodi del genere vengono spesso banalizzati, sminuiti, e in ultima istanza normalizzati da un sistema che non mette mai in discussione il suo concetto di "diverso", lasciandolo cristallizzato alla sua forma più coloniale e denigratoria.

Può sembrare incredibile, ma la mia pelle marrone, i miei capelli scuri e le mie origini indigene non mi rendono automaticamente Pocahontas. Posso definirmi "latina" e abbracciarne la cultura, ma la cosa non autorizza nessun DJ caucasico amante del reggaeton a proiettare su di me le sue fantasie sessuali a partire dall'idea stereotipata che ha di latinidad.

"In molte delle mie vecchie relazioni sono sempre stata vista come una bomba sexy solo per il fatto di essere venezuelana," mi racconta Isamit Morales. "Frasi come 'Ma ti sei stancata già? Ma non sei venezuelana?' erano frequenti, e spesso evolvevano in 'Oh, questa venezuelana è complicata, ascolta troppa musica noise, uhm, non vuole scopare tutto il tempo…' Anche la mia pronuncia era un’arma a doppio taglio. All’inizio poteva essere il tipico 'accento esotico e sexy'; una volta che la relazione si consolidava, poi, diventava spazio di infantilizzazione e paternalismo decisamente molesto. Il confine tra sessismo e razzismo è davvero sottile, in queste dinamiche."

Isamit Morales. Foto per gentile concessione dell'intervistata.

Tanti degli auto-nominati "alleati" ci mettono un attimo a trasformare le nostre esperienze nel fiore all’occhiello dell’attivismo che vanno professando nei loro circuiti—a prevalenza bianca. Nel migliore dei casi veniamo visti come "fonte d’ispirazione", nel peggiore usati come prova innegabile di una fantomatica "inclusività" e quindi tokenizzati, specie in contesti lavorativi.

Altri grandi classici sono i termini "esotico" o "etnico". Etnico è la versione socialmente accettata di esotico, quella che la white supremacy ha scelto per indicare genericamente una qualche appartenenza minoritaria. Ristorante etnico, gelateria etnica, mobilificio e abbigliamento etnico. La popolazione etnicamente connotata è quella che non rientra nella maggioranza bianca—maggioranza in nessun modo filtrata dalla lente razziale perché punto zero della società stessa—e che quindi viene definita a partire dalla sua alterità.

Esotico è possibilmente ancora più greve. L’estetizzazione del diverso affonda le sue radici infatti nell’esotismo, processo attraverso il quale una cultura altra da quella dominante è resa eccitante e appetibile per le ovvie differenze di prospettiva: coloniale vs colonizzata. Solo in apparenza è una visione che valorizza positivamente ciò che è lontano dall’immaginario quotidiano della cultura e società dominante; in verità già solo il fatto che a quest'ultima sia concesso di assumere quell’atteggiamento giudicante è espressione della sua supremazia, e perciò dello status quo dei rapporti di potere.

Riassumendo: dire “Ho sempre sognato di farmi una *inserisci etnia non caucasica*" appena Tinder ne dà occasione è razzista. Nessuno sta condannando le fantasie sessuali in sé, quanto la tensione tra oppressore e oppresso che alcune di esse accentuano. Se la suddetta fantasia sessuale è generata dalla feticizzazione di una certa etnia, c’è qualcosa che non va.

Se una persona ti dice che sei bella perché non sembri assolutamente qualcuno della tua etnia/nazionalità, per favore, eliminala dalla tua vita. Se il match su Tinder esordisce con “Mi sono sempre piaciute le sudamericane,” togli subito il match. E non sentirti in paranoia per provare fastidio davanti a certe situazioni. Parlane, se ti va rompi le palle, discuti, ma sappi anche che non è tuo dovere educare nessuno.

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