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La campagna sui social per 'cacciare' Di Battista dall'America Latina

L'ultimo reportage dell'ex parlamentare del M5S su una comunità zapatista in Messico ha dato fastidio a diversi attivisti, che hanno lanciato un hashtag per contrastarlo.
28.9.18
Immagine via Twitter

Vi ricordate di Alessandro Di Battista? È considerato il volto “di sinistra” del Movimento 5 Stelle, quello che ha spruzzato la retorica anti-casta di suggestioni terzomondiste. Da quando ha deciso di non candidarsi si vede molto meno di prima; e se vi state chiedendo cosa stia facendo ora, be’: è in Guatemala con famiglia al seguito a bersi spremute di umanità, lavorare in una comune e scrivere reportage per il Fatto Quotidiano.

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L’ultima sua fatica letteraria è uscita domenica scorsa. Si intitola “I nuovi zapatisti con la Coca-Cola,” racconta il suo viaggio nella comunità autonoma zapatista di Oventic, in Messico, e ha fatto incazzare parecchia gente nei circuiti di sinistra sia in Italia che in Sudamerica—tanto che Christian Peverieri, attivista dell’associazione Ya Basta! che sostiene lo zapatismo in Italia, ha scritto un post definendo Di Battista uno “zapaturista”: uno di quei “personaggi con un ego smisurato […] non minimamente interessati all’esperienza rivoluzionaria” che fanno solo perdere tempo alle comunità.

A causare queste reazioni non è stato tanto il reportage in sé—che è semplicemente un insieme di luoghi comuni sugli zapatisti che nelle loro comunità bevono la Coca-Cola e quindi il capitalismo sta vincendo senza usare le armi ma col commercio, ignorando il centinaio di morti nel conflitto tra gli zapatisti e il governo messicano.

Il problema è che Di Battista si sarebbe presentato alle comunità mentendo sulla sua identità: non ha detto di essere lì in veste di giornalista per fare un reportage, né ha menzionato il piccolo dettaglio di essere un membro e un ex deputato del principale partito italiano. Non ha ritenuto fosse il caso di far sapere alla comunità che, pur non avendo al momento incarichi ufficiali, resta comunque uno dei volti del M5S o che il suo partito è al governo con la destra. Ha detto solo che fa il volontario in una comunità in Guatemala. Ops.

Così, per evitare che la cosa si ripeta e altre comunità latinoamericane si trovino Di Battista alla porta che viene a fare un reportage, alcuni membri della comunità italiana in Messico e in America Centrale hanno lanciato una campagna su Twitter per “non fare entrare Di Battista” (l'hashtag è #DiBattistaFueraYa).

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“Attenzione: questo signore, Alessandro Di Battista, sta viaggiando per il Centroamerica facendo reportage e foto sui processi di resistenza, si presenta come un cooperante di sinistra, ma in realtà è il leader del M5S, partito italiano che sta al governo e sostiene posizioni fasciste e razziste contro migranti africani, asiatici e latinoamericani,” si legge nell’immagine, in spagnolo. Dietro la campagna ci sono alcuni redattori del blog Lamericalatina e il collettivo Nodo Solidale.

Da quanto mi ha detto via Twitter Perez Gallo, un dottorando italiano che vive e lavora in Messico ed è tra gli ideatori della campagna, questa “non è stata fatta come operazione mediatica ma per contattare le comunità centroamericane. Molti passaggi sono stati fatti informalmente, il che spiega perché mediaticamente la cosa si è diffusa solo in Italia: è in Italia che interessa la polemica su Di Battista, a noi interessava che le organizzazioni e le comunità hermanas del centroamerica fossero avvertite su quali personaggi si spacciavano per cooperanti.”

“Tutto è nato con la lettura del suo reportage sul Fatto Quotidiano, con la menzogna del suo dirsi cooperante e con le banalità sulla Coca-Cola: tutto ciò ci ha irritato profondamente,” mi ha detto. “Soprattutto perché i media mainstream non parlano mai dello zapatismo, quasi non esistesse, e invece ne parlano quando lo racconta uno come Di Battista.”

Mi ha spiegato che considerare la campagna un fake o qualcosa di montato ad arte sulla base del fatto che dietro ci sono pochi account Twitter di italiani “è scoprire l’acqua calda.” È ovvio che sia stata organizzata da italiani, perché in America Latina Di Battista non è minimamente conosciuto – se lo fosse non ci sarebbe bisogno di fare questa campagna per mettere in guardia le comunità su di lui.

Tramite questa diffusione parallela, mi ha detto, “[la campagna] per ora sta girando tra movimenti, organizzazioni, comunità centroamericane. Parallelamente alla diffusione in Italia sui social c’è stata un’importante diffusione in Messico e America Latina. È tutto appena iniziato, chiaramente ha più visibilità tra gli italiani perché in America Latina nessuno sa chi è Di Battista.” Beati loro, aggiungerei.

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