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Keith Flint ha sempre fatto quello che gli pareva, compreso morire

Di solito i raver non diventano icone pop, ma la storia del cantante dei Prodigy spiega bene perché gli anni Novanta sono stati irripetibili.

di Andrea Bosetti
05 marzo 2019, 9:57am

Screengrab via YouTube.

Sono rimasto sconvolto quando ho scoperto che Keith Flint si è ammazzato a casa sua, nell’Essex, in un paesino da poche migliaia di anime. Non solo per il dispiacere nel sapere che se n’è andata una delle figure più iconiche della musica mainstream che ha cresciuto la mia generazione, ma anche e soprattutto perché la mia bacheca Facebook sembrava all’improvviso diventata un fan club dei Prodigy. Per quanto io mi ci sia divertito parecchio e in UK sia stato il sesto loro album su sette a finire in cima alle classifiche, l’anno scorso No Tourist non aveva particolarmente scaldato gli animi qui da noi, eppure il pensiero che le punte più acuminate di tutti i capelli d’occidente si siano abbassate per l’ultima volta ha risvegliato un’intera generazione dal torpore.

Il quantitativo di “così se ne va la mia adolescenza” o “insegna agli angeli gli anni Novanta” da cui mi ritrovo circondato in queste ore, oltre ad essere la solita marchetta di attentionwhorismo da social su cui iniziano addirittura a svilupparsi studi accademici, mi dà l’idea di quanto effettivamente i Prodigy abbiano dato e detto a tutti quanti. Ma veramente TUTTI, ché se è normale che nella mia bolla ci sia gente che ascolta gli zarri da rave, magari lo è un po’ meno che i principali quotidiani nazionali piazzino la notizia in homepage appena dopo l’ennesimo cosplay del Capitano dell’interno.

Eppure così forte è stato l’impatto dell’immagine di Flint, tanto magnetico il suo sguardo incastrato tra quella tuta a stelle e strisce che sa di camicia di forza e quella pettinatura assolutamente improponibile ancora oggi come ventidue anni fa. Perché alla fine, volenti o nolenti, il motivo principale per cui tutti si ricordano di lui è perché è difficile scordarsi il video di “Firestarter” una volta che l’hai visto (anche quello della cover di Gene Simmons, ok, ma in modo diverso). O quello di “Breathe”. Il fatto più divertente è che Keith componeva relativamente poco, anzi, quasi niente, e addirittura aveva iniziato la sua carriera dicendo a Liam Howlett “Tu porta sul palco la tua musica, che io la ballo”. Così sono nati i Prodigy, con un musicista e degli squinternati attorno a lui che si agitavano. Il confine tra icona pop su scala mondiale e Mauro Repetto d’Albione è una lama sottilissima.

Al contrario della metà migliore degli 883, Keith Flint è riuscito non solo a trovare la sua dimensione all’interno di una delle macchine sparahit più forti degli ultimi trent’anni, iniziando poi a cantare proprio su “Firestarter” prima e su quasi tutto The Fat Of The Land poi, ma anche a diventarne il volto, a raccoglierne e catalizzarne l’immagine. Proprio l’album di “Breathe”, nel suo libretto, dà una chiave di lettura importante dell’economia che il tatuato frontman rivestiva all’interno del gruppo, allora un quartetto: nella pagina centrale c’è un’illustrazione cartoonesca della band con Thornhill, Maxim e Howlett tutti e tre belli schiacciati nella metà sinistra del disegno. La metà destra è interamente riempita dal ghigno malefico di Keith, dai suoi occhi allucinati e impestati di eyeliner e da quel taglio doppio mohicano da sciroccato.

prodigy fat land booklet cd

Va da sé che nessuno dei Prodigy abbia mai dato un’immagine particolarmente puritana, ma se qualcuno poteva essere immediatamente identificato come protagonista nel vituperato video di “Smack My Bitch Up” diretto da Jonas Åkerlund, qualche minuto di soggettiva allucinata tra droghe, bassifondi e violenza notturna, era ovviamente Flint. Uno che non si è mai fatto problemi, anche a quarant’anni suonati e sostituite le punte con una più sobria coppola, a dire che a vent’anni non aveva un posto dove andare, dormiva sul divano dell’allora fidanzata di Howlett e voleva tantissimo diventare parte della scena rave, finché un bel giorno “ho preso un po’ di acidi, un po’ di ecstasy e non mi sono più guardato indietro”.

Howlett rincarava la dose già nel 1996, durante le riprese di “Firestarter”: “Dicono che Keith ultimamente sembri pazzo. È pazzo da anni [...] solo che la gente ha iniziato ad accorgersene ora perché si tinge i capelli”. “I momenti migliori”, rispondeva il diretto interessato, “sono quando faccio stagediving e mi fingo morto. Si preoccupano tutti, pensano che sia in overdose, e quando mi risollevano e sono a peso morto torno in vita. Di solito lo faccio vicino a qualcuna con una bella scollatura”. Ma questa non era una maschera, non era una versione di Keith riservata al suo personaggio sul palco con il resto dei Prodigy.

Molti anni dopo lo shooting di quel video galeotto si sarebbe raccontato al Guardian dicendo che “spesso la gente pensa che tutta quell’energia sia roba solo per il palco, ma quello sono io”, dicendosi “quel tizio che è saltato sul palco durante un concerto e non è mai stato sbattuto giù”. Nella perenne e infinita battaglia contro il potere costituito, da vero raver, Flint si è scagliato contro qualsiasi forma di ordine: “[i politici] sono tutti degli imbroglioni, sono solo persone che cercano di mantenere il proprio posto di lavoro. E no, non voterei per nessuno di loro”. Anzi, ha preso ulteriormente le distanze da qualsiasi forma di controllo da parte della società occidentale: “Quando salgo sul palco [...] è come una piccola rivoluzione per me, sapere che non lavoro per nessuno”.

Che a quarantanove anni, con alle spalle una carriera di successo e una vita in cui ha potuto scegliere liberamente di fare tutto ciò che voleva, Keith Flint abbia deciso di andarsene, è una notizia triste. D’altra parte, che un personaggio così carismatico e fuori dagli schemi abbia preteso di decidere il modo e momento per lasciare questo mondo è perfettamente coerente. E a noi non resta che ricordarlo così, con tutta la sua body art e lo sguardo allucinato, che diceva: “Mamma? Oh, mamma adora i miei capelli”.

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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