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Nada è la madrina dell'indie italiano

È dal 1969 che Nada sconvolge la musica italiana e le menti di chi l'ascolta, l'abbiamo intervistata per parlare del suo ultimo album 'È un momento difficile, tesoro' e del momento difficile che l'ha ispirato.

di Demented Burrocacao
24 gennaio 2019, 4:33pm

Immaginatemi negli anni Ottanta: un ragazzino di otto anni che andava allegramente al mare con la sua famiglia, coi juke box e le radio a fare da contorno con le classiche hit estive. Nell’aria scivolava una voce intrigante, femminile, che cantava “sembra un angelo caduto dal cielo…” e ti rapiva portandoti lontano nel suo mondo. Era Nada. Da quel momento lei diventò una delle mie cantanti preferite e quella canzone, "Amore Disperato", una specie di fotografia della mia crescita come individuo, piena di sapori musicali che ancora oggi mi fanno pensare alla vita come qualcosa che vale la pena di essere vissuta.

Nada è esattamente così: è la vita. Un vulcano di idee, umorale quanto basta per poter andare oltre al canto e alla musica, fino alla recitazione (famosa la sua collaborazione con Dario Fo), alla scrittura di libri (Le Mie Madri le valse il premio Alghero Donna nella sezione poesia), all’autoproduzione, in una visione dell’arte a 360 gradi. Dal suo precocissimo esordio a Sanremo nel 1969 con la mitica “Ma che freddo fa“, Nada ha toccato il cuore di ogni generazione sembrando non invecchiare mai, anzi: ognuno se la ricorda in un periodo storico diverso come simbolo di quel periodo storico preciso, quasi fosse sempre rinata. È l'unica artista capace di tuffarsi nel mainstream e uscirne a piacimento, senza compromessi, senza mai fare un disco uguale all’altro e spiazzando sempre l’ascoltatore. O meglio, da buona scorpioncina (suo uno degli inni più belli mai scritti sul nostro segno, “Scorpione”) lo porta in una zona profonda, dove non si fanno sconti né con la luce né col buio.

La incontro alla galleria Alberto Sordi a Roma il giorno prima della presentazione in Feltrinelli del suo nuovo album, È un momento difficile, tesoro. Accompagnata dal suo fedele sigaro, è una figura in cui "tostezza“ e dolcezza si fondono perfettamente. Ed è una che guarda sempre avanti, mal si presta ai ricordi coperti di ragnatele: noi cercheremo comunque di spolverarli per dare maggior lustro al suo radioso presente.

Noisey: Vorrei partire dall'inizio, dalla famosa zingara.
Nada: Quale zingara?

La zingara che ha predetto a tua madre che saresti venuta al mondo.
Ah quella zingara là! Allora ci stiamo fino a stasera a questo tavolo? [ride]

Per introdurre la tua persona mi sembra un bell’argomento.
Questo è un episodio che mi raccontavano sempre in casa quando ero bambina: che io non dovevo nascere, la mia mamma non poteva avere più bambini, e invece poi sono arrivata io e quindi tutti pensavano, visto che avevo già una sorella, che arrivasse un bel maschietto; invece è arrivata questa bambina, un po’ così… snobbata in famiglia.

Snobbata perché eri femmina e non maschio?
Sì. E il nome venne dal fatto che una zingara lesse la mano a mia madre in quel periodo e predisse che avrebbe avuto una bambina. E questa zingara, secondo mia madre, non so se se l’era immaginato, si chiamava Nada. E allora si disse: se mi nasce davvero una femmina la chiamerò Nada. L'ho raccontato anche nel mio libro Il mio cuore umano.

Ma non solo: quella zingara predisse anche che saresti diventata famosa.
Sì, beh, non so se era la fantasia di mia mamma... ma disse che avrebbe avuto una bambina che le avrebbe dato una vita diversa, che avrebbe girato il mondo... insomma, alla fine fondamentalmente sono favole. Però sono anche belle.

Però poi il discorso della zingara è ritornato ne “Il cuore è uno zingaro”. Ma non parliamo di Sanremo, parliamo del suo opposto: il tuo periodo con Piero Ciampi. Trovo che il disco che avete fatto insieme, Ho scoperto che esisto anch'io, sia uno dei più belli della storia della musica italiana, anche se all’epoca le copie andarono al macero invendute.
Di questo ricordo poco, però mi ricordo che Piero Ciampi era una persona meravigliosa, un poeta. Quando l’ho incontrato avevo 18 anni e quindi ero un po’ ribelle, volevo cambiare tutto come di solito succede a quell’età, e lui è stata la persona ideale. Era una persona vera e non girava intorno a situazioni di convenienza; mi ha spinto a essere me stessa e a prendermi tutti i rischi. Abbiamo vissuto insieme due anni, non come coppia...

Era un rapporto artistico.
Sì, eravamo amici. Abbiamo passato due anni insieme, perché per scrivere quel disco voleva conoscermi bene, ed è nato un grande affetto, una grande storia d’amicizia, che poi ha partorito quel disco, una cosa completamente diversa da quello che avevo fatto fino a quel momento. Fu l'inizio di un cambiamento che poi è continuato negli anni e ancora va avanti.

Era un disco molto autobiografico quello.
Sì. Quando uscì non se lo filò nessuno, però a noi non importava: data la mia età e dato il mio carattere, stavo vivendo un momento di crescita, di scoperta di me stessa, di quello che mi era successo intorno. Piero ha scritto un disco sul mio modo di essere, sulla mia sensibilità, su quello che ero, ma come mi vedeva lui, come capiva la mia sofferenza, il mio disagio. Solo una persona come lui poteva vedere queste cose. E le ha scritte senza paura, le ha tirate fuori, e io altrettanto senza paura le ho cantate. Fortunatamente Piero Ciampi è stato riscoperto, magari non a livello popolare, però ha un discreto seguito, molti musicisti lo conoscono, lo stimano, si rapportano a lui, hanno anche cantato le sue canzoni.

Quel disco ha degli aspetti che ricordano anche la psichedelia. Per essere precisi, i Pink Floyd. C’è un brano che ricorda "The great gig in the sky"…
Eh io ero una grande fan, e lo sono tuttora, dei Pink Floyd. In quel momento era uscito The Dark Side of the Moon e io ne ero completamente rapita. La canzone finale di quel disco, che è un po’ il riassunto di tutta l’opera, nacque in questo modo: io portai The Dark Side of The Moon al maestro e gli dissi "senti qua", e gli piacque tantissimo, anche se lui era un musicista classico. E venne fuori una cosa bellissima, ”Esisto anch’io”, che è una citazione.

Raramente secondo me nei dischi d’epoca si sentono riferimenti così precisi a quel tipo di genere. Ma tu poi non ti sei fermata lì.
No. Dopo aver fatto quel disco mi resi conto che non potevo più cantare cose che mi portavano gli altri, con parole che non erano le mie. Capii che dovevo scrivere. È stato grazie a Ciampi che ho capito quanto la scrittura potesse essere potente e quanto fosse bello tirar fuori le cose da sé stessi. Perché nelle canzoni degli altri non mi ci rivedevo, non mi interessavano, non mi ci sentivo. E così sono stata ferma qualche anno, a parte che io sono sempre stata ferma a periodi…

Anche a causa della tua attività di attrice e scrittrice?
No, non per quello. Era perché ero sempre in cerca di qualcosa e sai, quando cerchi hai anche momenti di difficoltà. A volte sono stata anche costretta a fare altre esperienze proprio per maturare.

Quando hai iniziato ufficialmente a scrivere le tue canzoni?
Il primo disco che ho scritto interamente è stato L'Anime Nere, nel 1992. Però avevo già scritto "Ti stringerò", "Amore disperato"... principalmente testi. Lì ho iniziato a scrivere anche la musica, perché le parole non mi bastavano più. Allora mi sono messa a imparare la chitarra; non sono mai diventata una vera chitarrista, però mi serve per raccontare quello che mi piace, per esprimermi col mio gusto e con la mia attitudine.

Però il rock chitarristico in te è uscito tardi, ce n'è voluto di tempo per arrivare a sonorità più dure.
L'Anime Nere è abbastanza rock, ma anche "Amore disperato" o il disco Smalto. C’è stato anche Noi non cresceremo mai...

Ecco, quello è un disco eccezionale, forse il mio preferito.
Era tutto elettronico. La questione è che ho attraversato tante fasi. C’era il periodo elettronico e io ero impazzita per i Kraftwerk e gli Yazoo. Così ho fatto un disco tutto marchingegni, ho affittato un sacco di macchine, poi non mi ponevo il problema se venisse bene o venisse male.

C’erano anche Pignatelli e Guarini dei Goblin.
Anche quello è un disco che avevo scritto tutto io, testi e musiche, con l’aiuto di qualche amico.

Poi c’è stato Baci Rossi, quello un po’ più industrial, con Mauro Paoluzzi, chitarrista della Nannini, alla produzione.
Ero impazzita per Prince. C’è una canzone che, quando gliela portai, l’editore mi disse: "Ma questi ci denunciano, questa è 'Purple Rain'!" Sono cose talmente naturali che io mi stupisco quando mi dicono: "Nada, sei sempre diversa". Nel periodo di "Amore disperato", per esempio, c’erano il punk e la new wave . Prima ancora, in Nada del 1979, c’era la disco, il funky. Insomma io seguo la musica, e quello che mi piace mi ispira.

Ci sono dei testi del periodo Noi non cresceremo mai, tipo "Il piccolo genio", che sembrano descrivere i millennials di oggi, tutti computer e virtualità. Avanti di mille anni. Alla fine, diciamolo: hai sempre fatto dischi sperimentali.
Sì, ma anche semplici. Per me sono semplici. Ho cercato di fare della buona musica , di rappresentare quello che ero in quel momento, quello che mi colpiva, quello che mi piaceva. Semplicemente. Se questo poi è uno sconvolgimento, sconvolgetevi!

Beh, quando ascolto "Nel mondo delle illusioni", da Baci Rossi, mi sconvolgo abbastanza. Sembra poesia sonora scoppiata!
A A Scala a a B B a B destra SCHHH aaaa scen sore…

Ma la fai dal vivo?
Ora che mi ci hai fatto pensare...

Dovresti farla.
Beh quella è fica, potrebbe uscire adesso. Ma come vedi le cose giuste non hanno tempo, lo dice John Parish. Quando è uscita "Senza un perché", che è finita su The Young Pope, gli ho detto: John, dopo tredici anni? E lui: "Ma Nada, le cose belle non hanno tempo, sono sempre belle”. È per questo che bisogna fare le cose belle, perché prima o poi sono sempre utili.

nada demented burrocacao
L'autore con Nada (foto di Jonida Prifti).

È stato a fine anni Novanta, dopo Dove Sei Sei, prodotto da Mauro Pagani, che sei stata finalmente e universalmente riconosciuta come cantautrice di razza.
Ho combattuto per anni per fare le mie canzoni, ma nessuno mi prendeva sul serio. Mi ero un po' rassegnata a cantare le canzoni degli altri, i "grandi cantautori"...

Tra l’altro a metà anni Settanta svariati cantautori come Baglioni e Venditti avevano scritto per te ma poi non uscì nulla.
Non tocchiamo questo tasto che è meglio. A proposito di Dove Sei Sei: quello nacque da uno sbaglio. Avevo mandato una cassetta a un discografico in cui cantavo le canzoni di un altro, sai, quelle belle confezionate, classiche, con i bei ritornelli, le belle aperture... il classico cantautorato. Solo che gliele avevo mandate registrate su una cassettaccia mia, e quando è finita questa demo sono partiti i miei provini che ci avevo registrato sotto! [ride]

Assurdo!
Era il 97/98. Mi hanno chiamato e mi hanno detto: "Hai altre cose così?" E io: “No, oddio, ho sbagliato! Scusa, quelle non le dovevi sentire!” E invece no, volevano proprio quello. A quel punto chiamai Mauro e facemmo questo disco. Una volta finito mi disse: ”Ma perché non lo presentiamo anche a Sanremo?” Io non ci andavo da anni e non mi sembrava il pezzo adatto, e infatti non lo volevano.

Ah davvero?
Già. Fu Bacalov, l’autore de Il Postino, a farla passare. Me l’ha raccontato uno che era presente in commissione. Ma queste sono storie che non hanno importanza: è stata una canzone fondamentale, che mi ha permesso di fare pubblicamente le mie cose.

E il rapporto con John Parish come è nato?
Avevo cantato una canzone nel disco di Cesare Basile, Gran Cavalera Elettrica, che si intitola “Senza sonno”. Ogni volta che la sento mi viene da urlare per la bellezza di quella canzone. Quel disco è stato mixato da John Parish a Berlino, e insomma, ascoltando "Senza sonno" gli è piaciuta tantissimo la mia voce e ha voluto lavorare con me. Così abbiamo fatto quel bellissimo disco che è Tutto l’amore che mi manca.

nada momento difficile tesoro cover
La copertina di È un momento difficile, tesoro. Cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify. (Foto di copertina di Claudia Pajewski)

Questa ultima collaborazione, È un momento difficile, è molto diversa dalla prima. Molto più asciutta, e poi c’è la tromba di Pete Judge dei Portishead.
L’impronta è sempre quella di John, che è un grande produttore e ha uno stile tutto suo. Questo però lo dovresti dire tu. Io ti posso dire solo che è un disco meraviglioso, il più bello della mia vita, perché l’ultimo disco che esce è sempre il più bello, perché ti rappresenta in quel momento.

La mia impressione è che il disco sia lo specchio di te immersa nel mondo moderno. Quasi una tua autoanalisi nel rapportarti alla contemporaneità.
Più che altro racconto un mondo interiore. E in questo mondo c’entra anche l’esterno. Chiaramente non è che il mondo sia in un momento meraviglioso. È un momento difficile, tesoro, appunto. Nelle canzoni racconti i tuoi impulsi, la tua emotività rispetto alle cose. È molto più interessante raccontare le cose più scomode, più difficili, quelle che nascondiamo, che a volte neanche noi conosciamo ma che sono la nostra parte più vera.

C’è un brano che mi ha colpito molto nel disco perché forse non me l’aspettavo. Ha un alone religioso, quasi: "O Madre".
Beh, sono quasi tutti brani religiosi in fondo. Quella è una preghiera laica. Perché non te l’aspettavi?

L'argomento è trattato in modo molto forte.
Quando l’ho scritta ha un po’ scosso anche me. Probabilmente ci metti dei riferimenti tuoi…

Che poi diventano universali.
Esatto. Il rapporto con la madre mi viene sempre un po’ fuori nelle canzoni o nei libri, non è la prima volta. Questa effettivamente è un po’ come fosse il compimento di un percorso che ho fatto cercando di risolverlo. È un rapporto complicato quello con la madre, la rifiutiamo e la cerchiamo in continuazione. In questa canzone accolgo la madre, anzi per riprendermela vorrei quasi rientrare di nuovo nel suo grembo per rinascere... Mi è uscita così. Capisco che è un'immagine forte, ma io vedo le cose così.

In “All’ultimo sparo” invece c'è il rapporto col padre, le generazioni che si passano il fardello.
Anche lì il padre è una figura simbolica. Come si dice: gli errori dei padri ricadono sui figli. E poi tutto si ripete.

Ma nel disco ci sono anche pezzi più solari, come “Due giorni al mare”.
Sì, ma nel disco in generale di solare c’è poco.

Tu sei anche stata la madrina dell’indie italiano. Con Vamp, nel 2011, tu andasti in tour con gli Zen Circus come backing band. E la tua influenza nell'indie odierno, dalle melodie alla composizione, si sente molto. Hai anche preso a battesimo Motta.
È vero.

Vorrei anche parlare del disco L’amore devi seguirlo, del 2016: mi piace molto e soprattutto mi piace come inizia, con “Aprite le città”. In questo periodo quel brano non solo torna di grande attualità, ma è davvero un balsamo per l’anima.
È un messaggio di apertura, contro i muri.

Ma anche i suoni di quel disco sono assurdi.
Quello me lo sono prodotto io, ho fatto tutto da sola. È un disco che in parte è riuscito, ma ci sono troppe atmosfere musicali diverse. La differenza con È un momento difficile, tesoro è che quest’ultimo è quello che volevo fare. Mi piace di più quando le cose sono più definite.

Hai sempre collaborato con tantissime realtà femminili della musica italiana emergente, come Cristina Donà o Carmen Consoli. E continui ancora a cercare stimoli in quel senso, so infatti che ti è piaciuto Linfa, il documentario sulla scena femminile di Roma Est.
Sì, mi è piaciuto moltissimo. Mostra un mondo ruvido, vero, senza filtri, senza paura di essere in un modo o in un altro, libera espressione senza pensare alle mode.

E a questo proposito tu cosa ne pensi di quello che stanno proponendo le nuove leve della musica italiana?
Più che quello che ne penso, è quello che spero. Non sono abbastanza informata per dare un pensiero giusto e preciso, anche perché giudicare le persone non mi piace. Spero solo che la nuova musica italiana sia un pochino più aperta e meno chiusa in una dimensione senza sperimentazione. Da quel poco che sento oggi mi manca il blues. Non tanto come stile di musica: mi manca la nota storta, l'urlo, la parola fuori posto. Spero che ci sia un po’ più di coraggio, perché il coraggio nella musica aiuta a liberarci da una realtà che ci opprime. Non deve farci diventare cretini, ma farci volare, farci andare oltre. Da quello che sento ho l'impressione che ci sia un’omologazione generale che non si capisce più neanche bene da dove parta. È una ricerca molto superficiale. La musica, ahimè, rispecchia i momenti che viviamo nella nostra società, e questo... È un momento difficile, tesoro.

Un grazie speciale a Francesca Bianchi.

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