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Benvenuto nell'era di streaming e on-demand: non possiedi nulla e tutto è in affitto

Ebook, musica, film e serie in streaming, videogiochi (presto) in streaming: l'intrattenimento e la cultura sono diventati una questione di accesso e non di possesso — ma qual è il prezzo reale che paghiamo?

di Matteo Lupetti
18 aprile 2019, 10:25am

Immagine originale: Frank Okay su Unsplash. Composizione: Motherboard

Il mercato dello streaming — e in generale il mercato dell’on-demand, di cui fanno parte anche servizi come Uber — sta diventando sempre più importante nelle nostre vite. Nel 2018 gli abbonamenti a servizi di streaming video come Netflix hanno superato quelli a servizi via cavo e gli incassi dallo streaming di musica hanno sorpassato quelli dalla vendita dei CD. Anche i videogiochi si stanno adattando, con servizi come PlayStation Now di Sony e il prossimo Google Stadia.

È una trasformazione già in corso da tempo — con il passaggio dai supporti fisici all’acquisto di beni digitali e, ancora prima, con la diffusione della riproduzione delle opere d’arte e la progressiva scomparsa dell’originale e del suo valore. Walter Benjamin ha pubblicato L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica nel 1936, e 20 anni fa Jeremy Rifkin parlava già degli sviluppi attuali nel suo L'era dell'accesso. La rivoluzione della new economy (The age of access: the new culture of hypercapitalism, where all of life is a paid-for experience in originale).

“Abbiamo visto negli ultimi due decenni un passaggio da un’economia costruita intorno al trasferimento di beni fisici, e dalle sue leggi, a un’economia sempre più costruita intorno a controllare l’accesso a dati e servizi connessi in rete,” ha detto a Motherboard Aaron Perzanowski via email. Perzanowski — professore di Legge alla Case Western Reserve University — ha scritto insieme a Jason Schultz The End of Ownership: Personal Property in the Digital Economy, un libro che si concentra su un’interessante conseguenza di questa nuova economia: l’inizio di un’era in cui non possediamo più cultura e intrattenimento ma in cui li affittiamo da chi ne gestisce l’accesso, e la confusione anche legislativa che ne emerge.

“I beni digitali possono scomparire”

“La proprietà si manifesta per quello che [...] è sempre stata: una costruzione giuridica che sancisce il diritto all’uso di un bene,” ci ha scritto via mail Luca Rossi — professore associato di Digital Media Analysis presso l’IT University di Copenhagen. “Un aspetto interessante di questo è che da un punto di vista pratico i beni materiali chiariscono bene i privilegi dell’accesso — se io mangio una mela [cioè ho accesso alla mela] tu non la puoi mangiare. Questa cosa è un po’ più complicata per quanto riguarda i beni digitali dove se io uso un contenuto è difficile dire che tu non possa fartene una copia. È chiaro che quindi, per i beni digitali, il possesso [...] deve essere ripensato.”

“I consumatori spesso pensano erroneamente che quando fanno acquisti digitali hanno gli stessi diritti di quando fanno acquisti fisici,” ha spiegato Perzanowski. “In parte, questo equivoco è dovuto ai distributori che usano termini come ‘compra’, fuorviando i consumatori sulla natura di queste transazioni.” Per risolvere questi problemi sarebbero necessari interventi legislativi. “Potremmo estendere ai beni digitali la First-Sale Doctrine [il concetto legale che permette per esempio di rivendere la copia di un libro che abbiamo acquistato], permettendo un possesso reale,” ha proposto Perzanowski. “Dovremmo anche pretendere che i regolatori facciano valere la legge sulla pubblicità ingannevole, in modo che distributori e fornitori di servizi non possano spacciare il pagare per un accesso temporaneo a un gioco per una vendita.”

“I beni digitali possono scomparire,” ha continuato Perzanowski. “Accade con gli ebook di Amazon, con i film di Apple e succederà con i giochi di Google. Queste opere possono essere aggiornate per aggiungere o rimuovere contenuti e funzionalità.” Microsoft ha per esempio da poco annunciato la chiusura della sezione ebook del Microsoft Store, togliendo agli utenti l’accesso a tutti i libri da loro acquistati. Lo streaming — come già raccontato su Motherboard US — diventerà un grave problema per la preservazione futura della nostra produzione culturale e, soprattutto, contro-culturale, che si sviluppa, spesso, in interventi di appropriazione, manipolazione e reinterpretazione di un certo prodotto.

Lo streaming, più che davvero mettere fine alla proprietà, la pone interamente in mano a grosse corporazioni private, che ne diventano i guardiani.

“Tendenzialmente siamo abituati a pensare la proprietà come immediatamente convertibile in denaro (ho una casa, la vendo, tu mi dai denaro e io ti do la casa),” ha aggiunto Rossi. “Questa cosa non funziona quasi più nell’ambito dell’accesso (tant’è che non puoi vendere i tuoi libri Kindle — a fatica puoi prestarli). [Su questa] questione mi pare che in un qualche modo si potrebbe trovare finalmente un uso per le tecnologie blockchain [...].” La tecnologia blockchain — che permetterebbe di registrare quale utente possiede la singola copia digitale di un’opera permettendogli quindi anche di rivenderla — implica però tutta una serie di altri problemi, tra cui l’elevato consumo di energia e il suo impatto ambientale.

Inoltre, la blockchain va fondamentalmente contro i principi su cui si basano internet e il mondo digitale: libertà, condivisione, remix, la fine di concetti come autorialità e unicità dell’opera. Lo streaming, d’altra parte, più che davvero mettere fine alla proprietà la pone interamente in mano a grosse corporazioni private, che ne diventano i guardiani.

"Quello che ti resta è un terminale a cui paghi per avere accesso, e se un mese non hai i soldi non hai più nulla"

“Sicuramente tutto questo fa parte di un processo più ampio,” ha detto lo sviluppatore indipendente Ivan Preziosi a Motherboard, in una chiamata vocale su Discord. “Un processo di centralizzazione degli snodi da cui passa la cultura e di marginalizzazione di ciò che non è interno a un flusso controllato. [...] Da un lato questa tendenza aumenta le possibilità di controllo delle aziende che erogano la cultura, dall’altra va a detrimento dell’utente e ne riduce la libertà. [...] Quello che ti resta è un terminale a cui paghi per avere accesso, e se un mese non hai i soldi non hai più nulla. [...] Un impoverimento culturale [ci sarà] sicuramente, perché [lo streaming] restringerà il campo di azione in cui i creatori potranno lavorare se questo diventerà il metodo di fruizione principale.”

Il consumatore non sembra comunque essersi reso conto di questi cambiamenti. Durante una chiamata vocale su Skype, Bernadette Kamleitner — professoressa alla WU Wien — ci ha svelato il perché. “Il possesso, dal punto di vista psicologico, può essere provato anche per qualcosa che non è davvero tuo. [...] Anche se le persone non sono realmente i proprietari di qualcosa non se ne rendono conto, sentono ancora una sensazione di possesso perché questi prodotti sono in qualche modo sotto il loro controllo. [...] Un CD non può essere ascoltato davvero ovunque, [...] ma con i servizi digitali hai un controllo completo: puoi sentire una canzone ovunque tu sia, in qualsiasi momento, su qualsiasi dispositivo.”

Sembra che le persone siano però anche contente di possedere (legalmente) di meno. “Possedere qualcosa vuol dire poterci fare quello che vuoi, ma c’è un prezzo per questo: ne diventi responsabile,” ci ha spiegato Kamleitner. “Il possesso può quindi diventare un peso. Quindi quello che sta succedendo ora è che le persone hanno il desiderio di possedere oggetti, di poterli definire di loro proprietà, ma hanno il timore di diventarne responsabili e temono di non poterli gestire.”

Le corporazioni diventeranno gli unici gestori dell'accesso del nostro tempo libero.

Lo streaming — così come prima di lui la distribuzione digitale e ancora prima la stampa — offre alla cultura grandissime nuove opportunità di diffusione. Idealmente, ogni persona del mondo potrebbe un giorno avere accesso immediato da qualsiasi dispositivo a tutto ciò che l’umanità abbia prodotto e conservato e a potenti computer remoti grazie al cloud computing. La distribuzione via streaming o comunque su abbonamento potrebbe persino rendere fattibili opere che attualmente non avrebbero modo di essere realizzate. Ma, contemporaneamente, le corporazioni che gestiscono questo accesso diventeranno gli unici gestori dell'accesso a grossissima parte della cultura, dell’intrattenimento, e — in ultima istanza — del nostro tempo libero.

In un ipotetico futuro in cui ogni software — compresi i videogiochi — arriverà in streaming al nostro computer, le corporazioni possederanno tutta la potenza di calcolo, la controlleranno e la affitteranno agli utenti, che accederanno a queste risorse da “terminali stupidi,” incapaci di lavorare indipendentemente.