ricordi

'Sfortuna' dei Fine Before You Came ha cambiato le nostre vite

A dieci anni dalla sua uscita, ricordiamo un disco che ha fatto la storia della musica italiana con le parole di chi da quel disco si è fatto cambiare.

di Redazione Noisey
28 maggio 2019, 11:05am

Poco più di dieci anni fa, questione di giorni, è uscito Sfortuna dei Fine Before You Came. È un disco che ha cambiato l'emo italiano, e con lui anche la vita di un sacco di persone. Qua sotto ce ne sono alcune, che vi spiegano perché.

ELIA ALOVISI

Prima di scrivere queste parole ho letto tutte quelle che potete leggere qua sotto, e che sono dopo le mie solo perché il mio cognome comincia con la "A". L'ho fatto perché, semplicemente, le ho assemblate io.

C'è un disco che non è ancora uscito. È un disco molto vuoto, sia nel senso di scarno che nel senso di con-un-buco-dentro. La persona che l'ha scritto parla di come le sue relazioni, i suoi sentimenti, la sua nazione, la sua società e il suo modo di vivere siano andati a catafascio insieme a quelle di tutti gli altri miliardi di esseri umani che continuano e continuano a nascere.

Quel disco però finisce con una cosa particolare. La voce narrante, dice, trova pace nei volti delle persone. Anche quando è debole, anche quando si fa schifo, anche quando pensa (perché lo sa) che abbiamo reso il mondo un posto peggiore. Perché sono di esseri umani, e l'empatia è il modo che la sua mente ha per mettere ordine nel disgustoso delirio che il mondo ci sembra oggi.

I Fine Before You Came, da Sfortuna in poi, per me sono stati questo. Trovare pace nei volti di chi, come me, canta le loro parole e in esse sfoga ogni cosa, e rende bello anche il brutto più brutto.

Credo che la stessa cosa, in una forma o in un'altra, valga anche per tutte le persone che sono qua sotto, e anche per quelle che non ci sono ma li hanno vissuti come noi.

Elia scrive su Noisey.

ALESSANDRO BARONCIANI

Ho preso il disco direttamente da Jacopo, non mi ricordo quando. Sicuramente ci siamo visti apposta. Poi sono partito in treno. Prima di ascoltarlo, nel lettore CD portatile su cui avevo attaccato un adesivo grande blu con scritto sopra "Io mi bugo", ho infilato delle pile che avevo messo in carica tutta notte. Me lo sono ascoltato per quattro ore di fila, senza riuscire a smettere, fino al tunnel che dice a tutti quelli che devono scendere che il treno è arrivato a Pesaro. Era un disco tirato, urlato e tremendamente profondo. Un capolavoro. Cupo e secco ma non arido, nel senso di "privo di affetti". Era completamente emotivo e incontrollato, ed era registrato in un modo che sembrava dire che tutto non fosse più lì. Che tu ascoltatore, potevi ascoltare, ma che eri comunque al di là di un vetro.

Nessuna band punk del 2000 è riuscita a fare quello che hanno fatto i FBYC in questo disco. Cantano in italiano e cantano diretti e sembra di non conoscerli per niente. Con loro siamo amici da tanto tempo. Siamo andati in tour in Puglia insieme, non ricordo quando. Sicuramente organizzava Futura e ci siamo conosciuti per la prima volta sul furgone che guidava Greta. Siamo partiti e siamo diventati amici. Tre concerti in posti meravigliosi, ai confini col mare o sotto un gigantesco albero di olive. In uno di questi concerti il palco si aprì a metà mentre suonavano e ci cademmo dentro. Mi feci male ma ero abbastanza ubriaco per non accorgermene. In questo posto i ragazzi del centro sociale occupato volevano cuocere la pasta sul fuoco nel paiolo di Panoramix con la legna di eucalipto raccolta la sera prima.

Poi ci incontrammo sempre di più, ai concerti o alle feste a Casa Heartfield. Feste che sapevamo in pochi e dove Chris & Chris volevano sempre imbucarsi perché abitavano nella cascina affianco. Era un giro strano che se volevi sapere se stasera c’era un concerto in Puglia o a Milano andavi su una message board creata da un ragazzo di Tesis in Friuli. Si chiamava Fastidis (la message board, lui si chiama Lorenzo). C’era qualcosa di speciale a cui noi tutti pensavamo senza sapere esattamente cosa era, e quella cosa era il Tempo. Non importava a nessuno il Tempo. Ad esempio noi Altro non siamo mai andati a tempo.

Forse queste canzoni parlano appunto di questo: di tempo. Di quando si è pronti a fare una cosa, di quanto tempo ci vuole per arrivare a qualcosa di importante, di quando è tempo di cambiare, di fare un disco semplicemente perché è il momento di farlo e non perché ci fosse una casa discografica che ce lo chiedesse. Nessuno si preoccupava del Tempo perché ne avevamo tutti da perdere! Studiavamo tutti e avevamo del tempo per andare a suonare in Puglia. Questo disco segna il tempo. E come se ci dicesse che abbiamo sempre usato il tempo senza accorgersi che esisteva davvero, e per questo Sfortuna sa anche di fine - l’unica parola inglese che è anche in italiano nel loro nome. È arrivato il momento di capire che tutti i nostri sbagli, i nostri ripensamenti si basavano tutti sul tempo e per questo che questo disco lo senti che brucia. Brucia come quando continui a lanciare la neve con le mani senza guanti. Brucia di freddo. Ti fermi un attimo e puoi sentire il cuore che batte tra le dita rosse delle mani.

Alessandro disegna. Suona negli Altro e nei Tante Anna.

LUCA BENNI

Forse saranno i capelli bianchi, gli anni 90 del rock vissuti a 20 anni e l'essersi appassionati alle musiche italiche del DIY nei primi 2000, ma il successo di Sfortuna l'ho vissuto come un punto di arrivo e non di partenza. Probabilmente per molti quel disco è stato la punta dell’iceberg, magari grazie anche alla popolarità di un’etichetta come La Tempesta che produceva il tutto e che, al tempo, andava per la maggiore.

Per me questa piccola rivoluzione è partita dal sottobosco ben prima, dall’inizio degli anni 2000 con i La Quiete, i Raein, i Death Of Anna Karina e gli stessi FBYC che hanno sfornato Sfortuna dopo 3 album, bellissimi, cantati in inglese. Di gruppi che usavano l’italiano nel punk/emo, per come viene inteso ora, c’erano già gli Altro e i Dummo con Gelo chiama gelo (uscito nel 2007). Sfortuna ha portato nuovi ascoltatori e soprattutto un ricambio generazionale sia davanti che dietro al palco con una marea di band, nuove piccole etichette e ascoltatori interessati, finalmente, a quelle sonorità lì.

Luca fa un'etichetta che si chiama To Lose La Track.

ALESSANDRO CANEVA

Nel 2007 avevo ancora lo studio all’angolo con Via Cenisio che si entrava facendomi lo squillo perché non potevo nemmeno mettere il citofono però ci venivano tantissimi gruppi punk quasi tutti quelli di Milano direi. Un giorno telefona un certo Marcone e dice che gli hanno dato il mio numero i Rifiuti perché vuole venire a suonare da me che gli hanno detto che il mio studiolo spacca. Va bene gli rispondo ma come vi chiamate FINE BEFORE YOU CAME mi dice lui e io sorrido e penso che il nome è veramente figo tipo il più figo che ho sentito negli anni che faccio sto mestiere.

Quindi la settimana dopo arrivano i ragazzi e dopo 5 minuti che erano in sala eravamo già amici ridevamo e dicevamo un sacco cazzate stavano scrivendo il loro nuovo disco si chiudevano in sala e suonavano questo riff di CENA che ogni volta che lo risento mi viene subito il flashback di quei giorni là. Bei giorni. Mi sa che lo sanno in pochi ma in quei primi tempi c’era anche uno che suonava il synth e provava ad unirsi alla banda ma è sparito quasi subito e non lo ho mai più visto. Suonavano un sacco di pezzi strafighi io li sentivo da fuori perché le porte dello studio spesso le chiudevano male e l’arpeggio di Fede ancora me lo ricordo la prima volta che l’ho sentito.

Poi sono andati a torino a registrarlo sono tornati e lo abbiamo ascoltato tutto d’un fiato nelle Alesis M1 che avevo al tempo che mica mi potevo permettere le genelec come adesso. Si chiama SFORTUNA mi hanno detto. Che bomba cazzo. L’abbiamo ascoltato tutto e poi ancora tutto un’altra volta.

SFORTUNA è un titolo figo quasi come il nome fine before you came che è il più figo che ho sentito gli ho detto e loro si sono messi tutti a ridere che al tempo non ero ancora della banda ma forse da quel momento sì perché poi dopo 10 anni ci ritroviamo qua che abbiamo fatto insieme due dischi tantissimi concerti migliaia di kilometri in furgone e ci siamo raccontati tutti i cazzi nostri come li racconti solo ai tuoi fratelli. Sì loro sono i miei fratelli. Quindi io non lo so esattamente cosa abbia rappresentato SFORTUNA per la musica italiana so solo che è un album meraviglioso come tutti quelli che hanno fatto i Fine Before You Came. I miei fratelli.

Alessandro, fonico e producer, è il proprietario di Mobsound (studio di registrazione e sala prove a Milano, casa dei Fine dal 2007). Ha registrato e mixato Come fare a non tornare e Live acustico - Teatro Altrove. Dal 2013 è il fonico live dei FBYC. Ci ha chiesto di pubblicare le sue parole così, senza punteggiatura.

LAURA CAPRINO

Da anni ho istituito una tradizione con uno dei miei migliori amici: viviamo in nazioni diverse e ci incontriamo a metà strada ogni volta che i Fine Before You Came annunciano una data. Loro comandano, i cuori obbediscono. È il 2017, e davanti all'ingresso del Covo, a Bologna, la fila raggiunge il chilometro di lunghezza. Sold out senza appello, negli occhi dei privi di biglietto la disperazione consapevole di star perdendo una data epica. Il club è una pentola a pressione di vapore e pareti madide, trepidanti al momento in cui Jacopo pronuncerà la fatidica frase in grado di pompare sangue al cuore più della siringa di adrenalina nel petto in Pulp Fiction: "Noi siamo i Fine Before You Came e veniamo da Milano". E fu sera e fu mattina, impossibile distinguere con precisione quanto accaduto dopo in un bagno di sudore, pugni chiusi al soffitto e occhi commossi. "Piovono pietre da un cielo di cotone, le cose non fatte il loro valore". Farsi prendere a pugni in faccia e allo stomaco, scossi e percossi, in un inno a rinascere giunto a compiere dieci anni. Crollare in ginocchio per farcela ancora, "non vestirsi mai da adulto" e superare amori spezzati di cui tutti, a un certo punto, smetteranno di chiedere. I Fine Before You Came non solo mi hanno donato la vicinanza del mio amico lontano, ma, soprattutto, hanno messo in poesia il fragore di un mondo così brutto, da ricordarmi bella e risentirmi viva.

Laura scrive per Noisey, Zero e Soundwall.

MARCO DE VIDI

Nel 2009 Myspace va alla grande tra chi è appassionato di musica. Io ho appena finito con i miei tentativi di improvvisarmi speaker radiofonico. Con il mio amico Pigio facevamo un programma alla radio dell'università dedicato alla musica alternativa cantata in italiano. È un bel momento per chi ha fatto sempre tanta fatica a credere che si potesse fare musica veramente bella e cattiva e aggressiva usando la nostra lingua. O almeno: non succedeva da tanto. Non conto più gli amici che hanno inviato il demo alla Tempesta, sperando di farsi pubblicare.

Quando i Fine Before You Came pubblicano Sfortuna, il loro primo disco in italiano, gli emo sono ancora quei ragazzini che si fanno i tagli in cameretta, con quei ciuffi lunghissimi davanti alla faccia e chiunque li vedeva ai concerti pensava “Ok, se ci pogo contro questo si rompe in mille pezzi”. Invece con i FBYC uno comincia a dire: “Hey, aspetta: emozionarsi è BELLO”. Quel disco è una bombardata. Arriva dritto alle viscere. È la colonna sonora di una generazione che da quel momento lì vive di precariato, difficoltà a costruire tutto, gioie solo a sprazzi. Ma che prova ad andare avanti comunque. La frase che mi ha commosso sempre è la presentazione, “I Fine before you came sono e sempre saranno Jacopo, Marco, Filippo, Mauro, Marco”. Nel senso che una band è per sempre, sennò che cazzo fai musica a fare. Poi abbiamo chiuso gli occhi, è stato davvero un attimo, ed è arrivato l'itpop.

Marco scrive per Noisey e un po' di altre cose.

GIULIA FORMICA

Sfortuna. Cosa significa per me? Difficile spiegarlo bene. È un disco che coinvolge tante emozioni intime, le più difficili da descrivere. Ogni sua nota va a toccare corde profonde e malinconiche, ma mai tristi. Anzi, c’è sempre una forza sotto che smuove tutto e fa andare avanti. Forza: la si percepisce sia dalle parti strumentali che dai testi, che si fondono perfettamente in un nucleo e procedono dritti verso una direzione. Nucleo unico perché stiamo anche parlando di una band che è anche una piccola e solida famiglia: Jacopo, Marco, Filippo, Mauro, Marco. E questa cosa per me è importante, fondamentale, necessaria. In qualche modo, nonostante le mie esperienze siano diverse da quelle di chi ha scritto i pezzi, è come se le vivessi con loro. Le accolgo e le faccio mie, anzi, nostre. Ed è proprio per questo che reputo Sfortuna un disco importante e pericoloso, che condivide in modo sincero un’evidente necessità, quasi disperata, di ‘’buttar fuori’’ e analizzare. Quando c’è questa sincerità nel fare le cose, si crea una magia che riesce a mettere tutti sullo stesso piano. Siamo tutti emotivamente esposti, insieme, disperatamente coraggiosi.

Giulia fa l'animatrice e l'illustratrice. Ha suonato in un sacco di gruppi: Naftalina, Julie Ant, The Smudjas, Leute, Erin K.

ALESSANDRO GUERCINI

Credo di essere stato ancora al liceo quando lessi per la prima volta il nome dei Fine Before You Came. In quegli anni ero quello che si potrebbe definire un ascoltatore solitario, nel senso che non avevo praticamente nessun amico in fissa con la stessa musica con la quale ero fissato io; niente passaparola, niente fratelli più grandi che ti consigliano i dischi da ascoltare, nessun appassionante dibattito su quale fosse il chitarrista migliore dell’indie rock britannico. Per fortuna però c’era internet ed io mi ero costruito una bella rete di webzine e blog da cui andavo ad attingere informazioni quasi quotidianamente. Tra questi sono piuttosto sicuro che fu in “Emotional Breakdown” (un nome, un programma) che trovai il nome dei FBYC.

Sfortuna entrò di prepotenza nella mia vita. Ricordo che lo scaricai dal sito della band, misi le cuffie ed aprii il file word con i testi; non penso che ci si possa affezionare ad un file word eppure quel file lì me lo ricordo benissimo. La prima cosa che mi colpì fu l’attacco di “Lista”: la decisione di farla iniziare con quel giro tagliato male, quasi come se ci fosse stato un errore durante la fase di master, mi spiazzò, così come mi spiazzò l’ingresso della voce urlata dopo due minuti di quel bellissimo crescendo strumentale. Non era semplicemente la versione in italiano della musica americana che ascoltavo, era molto di più: gli intrecci di chitarra perfetti, i cambi di accordi mai scontati, la sezione ritmica serrata ma al contempo ariosa (i colpi di tom alla fine di “Fede”), la “non-struttura” delle canzoni. Credo che Sfortuna sia uno di quegli album in cui tutto è dosato alla perfezione.

Riascoltando il tutto con la mente un po’ più lucida del quasi trentenne che sono oggi, credo di aver capito che la grandezza dei testi risiede, almeno secondo me, nell’aver mantenuto e fortificato nel tempo una loro personalissima connessione con la mia vita. Ogni volta che ricompro un paio di Vans, invece che la versione da persona matura di un paio scarpe, canticchio tra me e me quel “io non mi sono mai vestito da adulto” urlato in “Fede”. Ogni volta che scorgo delusione o frustrazione nel volto di una persona a me cara, la mia mente viaggia subito verso quel “vista da qui sei tutto al contrario e quello potrebbe non essere un sorriso” che apre “Piovono Pietre”. Ogni volta che qualcosa non va secondo i miei piani, do subito la colpa a quella maledetta sfortuna. Col tempo sono diventato meno solitario nei miei ascolti e nonostante qualche diatriba su qual è il miglior album dei Pavement, coi miei amici di solito siamo sempre tutti più o meno d’accordo: Sfortuna è uno di quei dischi che ci ha cambiato la vita.

Alessandro suona la chitarra nei Fast Animals And Slow Kids.

DANIELE "LAKE" LAGHEZZA

(mini) Introduzione 2001
I Fine Before You Came sono il mio gruppo rock italiano preferito a partire dal demo. Ho avuto infatti la grande fortuna di conoscerli e vederli in concerto, tra il 2000 ed il 2001, periodo immediatamente precedente la pubblicazione del primo album Cultivation of Ease. Jacopo mi regalò il demo in formato CD-R un pomeriggio a Milano nella "mitica" casa di via Malaga, all'epoca quartier generale nonché studio/abitazione dell'etichetta discografica Heartfelt, gestita da lui stesso, da Marco "Marchetti" (bassista dei FBYC) e da Greta, amica-sorella-fan numero uno-driver eccetera dal giorno zero della banda.

(Intermezzo)
L'impatto sulla mia vita dei FBYC è stato immediatamente fortissimo. Vivevo a Como e lavoravo a Milano. Ascoltavo emo98 (mio copyright per descrivere la seconda ondata del sottogenere punk) tutti i giorni, i Fine erano la band perfetta per me in quel preciso istante e diventammo amiconi immediatamente. Non ci potevo credere, erano il mio gruppo preferito e potevo andare in tour, in sala prove, a mangiare la pizza, cazzeggiare con loro. Una volta in concerto, ho cantato una canzone del primo disco al posto di Jacopo.

2009 (primo concerto di Sfortuna)
La sera della presentazione di Sfortuna il Dauntaun, piccola sala per concerti nel sotterraneo del Leoncavallo, era strapieno di gente. Il disco precedente, intitolato semplicemente Fine Before You Came, era stato l'ultimo in inglese. Lo avevo trovato un pò interlocutorio, sofferto ed intenso come al solito ma forse, troppo "post-rock" per i miei gusti. Rappresentava il tentativo di uscire dai circuiti più prettamente punk/HC, ci furono concerti in apertura a band americane indie rock, tipo i Calla, ad esempio. I ragazzi in concerto facevano sempre la loro parte ma io da vecchio fan sentivo che mancava qualcosa. Sfortuna era il primo album cantato in italiano ed eravamo tutti mega curiosi di sentire i pezzi nuovi.

La svolta linguistica non fu la sola cosa che mi colpì. I FBYC erano tornati al punk, all'emocore, all'urgenza di spaccare tutto come se fosse l'ultimo concerto di sempre. C'era però una grossa differenza rispetto al passato: erano diventati tecnicamente fortissimi ma sopratutto non assomigliavano a nessun altro gruppo. E poi c'erano quei testi in italiano a far lievitare la cifra stilistica della band. Mi capita spesso, ancora oggi nella vita quotidiana di citare la frase "io non mi sono mai vestito da adulto". Il concerto fu memorabile, davvero. Un concerto spartiacque per il più classico degli album spartiacque nella carriera di una band. I FBYC erano tornati a casa, dopo aver tentato di allargare la fan base (cose del tutto lecita, sia chiaro), in quel basement c'era la loro gente, la loro famiglia. La foto interna allegata al vinile dice tutto quello che c'è da sapere su questi cinque ragazzi. Corpi e magliette sudate, un palco piccolo e basso, sorrisi ebeti stampati sulle facce di tutti i presenti. Ancora oggi, a distanza di dieci anni ricordo una frase che mi disse Mauro "Marino" nei giorni successivi all'uscita del disco: "Ma noi Lake, facciamo canzoni troppo tristi, chissà a quante persone piaceranno."

2019
Dauntaun non esiste più ma anche se esistesse ancora, non sarebbe in grado di contenere tutto il pubblico dei Fine Before You Came. Perché ebbene sì, caro Marino, quelle canzoni tristi di dieci anni prima sono piaciute a tantissime persone.

Daniele "Lake" Laghezza, ha inventato il termine Emo98 ed è stato leader dei fantomatici "Ragazzi della Curva 98", assidui frequentatori ed organizzatori di concerti "punk" nei gloriosi anni '00. Dal 2013 si è trasferito all'Estero, in Località Segreta dove svolge l'attività di party harder. Continua ostinatamente a non vestirsi da adulto.

GABRIELE "CAPRA" MALAVASI

Sfortuna è uscito nello stesso anno in cui è nata mia figlia Ester. Credo sia un disco che, proprio come lei, ancora per una manciata di anni, abbia la capacità di non invecchiare, perché - semplicemente - cresce.

Gabriele suona la chitarra nei Gazebo Penguins

ENRICO MOLTENI

Ho conosciuto i Fine Before You Came in un pomeriggio di tanti anni fa davanti al Magic Bus di Marcon, Venezia. Io aspettavo che arrivasse la sera per suonare con la mia band Fargo in apertura agli idoli emo statunitensi Get Up Kids. I FBYC arrivavano da Milano proprio per vedere loro. Abbiamo giocato a pallone sull’asfalto fuori dal capannone di quella ridente zona industriale veneta e ci siamo scambiati 7” e cassette come fossero gagliardetti. Dopo pochi giorni io e i miei amici li abbiamo chiamati a suonare a Maniago, nel mio paese in provincia di Pordenone. Se non ricordo male era la loro prima data fuori Milano.

Forse l’ho presa un po’ lunga, ma tutto ciò per dire che quando alcuni anni dopo Jacopo, Marco, Filippo, Mauro e Marco hanno deciso di passare dall’inglese all’italiano è stato per me come vedere Gesù. Le radici e le ali, credo che nella musica che amavamo fosse sottintesa questa indicazione. All’epoca con La Tempesta pubblicavamo solo dischi in italiano (00/10) e c’era molta voglia di fare le cose assieme. Era giusto così, eravamo amici, ci capivamo, avevamo gli stessi riferimenti. Siamo ancora oggi tutte queste cose. L’utilizzo della lingua italiana aumentò notevolmente la posta in gioco, cosa che non sempre accade. La scrittura carveriana, il fine sarcasmo, la profondità dello sguardo, la disperata sincerità, il tutto urlato e frullato in quella macchina bellissima che sono i FBYC. Sfortuna. Disco della vita. Ora me lo riascolto.

Enrico suona il basso nei Tre Allegri Ragazzi Morti e fa La Tempesta.

MATTEO OREGLIO

Sono nato il dieci Maggio del 1994. Avevo appena compiuto quindici anni, il maggio di dieci anni fa. Frequentavo il liceo in una città di provincia ed abitavo in un piccolo paese in campagna. Non amavo il mio liceo e non amavo il piccolo paese. Ero sicuro di questo, allora come oggi. È facile definire ciò che non ti piace o che non vuoi. Lo è sempre stato, per me. Ho molte parole per descrivere tutto ciò che non amo. Ho molte meno parole, invece, per descrivere ciò che mi piace. Ne ho ancora meno, se possibile, per descrivere ciò che amo.

Il 7 Ottobre 2018, verso le otto di sera, io ed E. ci siamo recati al teatro Dal Verme, a Milano, per assistere ad un concerto dei Low. A concerto finito, uscendo dal teatro, E. si è fermato a salutare uno dei musicisti che ha inciso, dieci anni fa, Sfortuna. Abbiamo chiacchierato qualche minuto, ed ognuno ha espresso la propria opinione sul concerto. “Amo i Low, ma stasera non mi sono piaciuti”, ho detto. “Avrei preferito una performance più scarna, mentre invece hanno fatto un sacco di casino, con le chitarre”. “Io li ho apprezzati molto proprio per questo, invece”, la risposta del musicista. Ho salutato E. ed i suoi amici, ed mi sono avviato verso la fermata del tram.

Sono molto sicuro di ciò che non mi piace, e lo sono sempre stato. Oggi vivo a Milano, sono laureato, ed il ragazzo che andava al liceo non c’è più. Non ne sento la mancanza, anche se sono sicuro sarebbe contento di poter dire “grazie” ad uno qualunque dei FBYC, qualora ve ne fosse occasione. Quel ragazzo potrebbe incontrare uno di loro fuori da un concerto, una sera, ed approfittarne, magari. Perché, anche se quel ragazzo non c’è più, le parole e le canzoni di Sfortuna sono ancora tutte qui, con lui.

Matteo è uno dei ragazzini volanti che danno il nome a un'etichetta nata grazie a Sfortuna.

ADELE NIGRO

Lo ammetto: fino a prima di lavorare al disco di Generic Animal, che è stato il momento in cui ho conosciuto Jacopo, non avevo mai ascoltato davvero i FBYC. Avevo sentito delle cose sparse, ma tutto lì. L'impressione che avevo però di loro è che fossero molto spontanei e dignitosi – ho sempre apprezzato moltissimo il fatto che si facessero i cazzi loro, senza tirarsela e senza la fissa del presenzialismo. Poi però, dopo che ci siamo avvicinati, ho voluto capire un po' chi avevo vicino, e tra le varie cose in cui mi sono imbattuta c'era Sfortuna. È stato bello ascoltarlo senza alcuna pre-conoscenza in merito, ma sarei veramente falsa se non dicessi che mi è sembrato da subito un disco incredibile. È forte e urgente e diretto e sincero. Niente fronzoli e niente prese per il culo.

Stavo per scrivere di questo o quel pezzo che mi ha colpita di più, ma onestamente non credo che sia questo il punto. Non credo che il punto di questo disco sia il testo bello, o il riff bello o il pattern ritmico bello. Questi qui non sono dei musicisti, sono delle persone che suonano, e lo fanno non per obbligo o per ego, ma perché hanno bisogno di farlo e di farlo tra di loro. Questi qui si vogliono bene e si fidano l'uno dell'altro, e per quanto sembri scontato, non lo è per niente. Non so cosa dire di Sfortuna in sé, probabilmente ne parlano meglio e con più precisione altre persone. Ma questa cosa qui, del volersi bene, e dell'essere pronti a venirsi incontro, e di crescere insieme ai tuoi migliori amici, segna davvero tanto il modo di fare musica. E questa cosa si sente e è di grande ispirazione anche per persone che fanno dischi esteticamente diversi da quelli dei FBYC. Siamo fortunati ad averli. Io di sicuro sono fortunata.

Adele suona negli Any Other.

MARIO ORSINI

Sfortuna per me è stato uno spartiacque, nel senso che dopo aver ascoltato Sfortuna a vent’anni io ho scoperto un mondo nuovo. Fino a quel momento, l’unica roba del mondo del punk e del DIY che avevo sentito di quel mondo era la roba, boh, americana, roba lontana. I Fine Before You Came erano importanti, ma erano vicini, non c'era divismo, non seguivano i diktat della comunicazione.

Anche a Napoli, Sfortuna ha dato una spinta per la rinascita di certo emo e post-hardcore, scoperchiando il vaso di Pandora delle band che giravano attorno all’AntiMTVDay, al Sons of Vesta, insomma, alla scena DIY.

Sono passati dieci anni e oramai non sono più un ragazzino emo-punk. Ma posso ancora affermare con forza che non mi sono mai vestito da adulto e che ai colori pastello ho sempre preferito il nero. Certe cose non passano mai; Sfortuna è uno di quei dischi che non passeranno mai.

Mario canta nei La Via Degli Astronauti e organizza concerti a Napoli con Controcanti.

PAMELA PERNATSCH

Oggi tutti parlano di questi dieci anni, che effettivamente son volati. Però se penso ai Fine per me son ben più di dieci anni, perché Milano sembra tanto grande ma è un paesino quando suoni il punk e vai sempre negli stessi posti. Coi regaz ci si beccava sempre: al Leoncavallo, al Garibaldi, al Bulk, alla Pergola, tutti posti scomparsi ma non dimenticati. La nostra è una storia che vede tanti momenti del cuore: l'Holidays Party nel 2003 nel chiosco delle angurie a Segrate. Il compleanno della Paola a Torino, prof di Marco e mia in Erasmus, di fronte ai suoi alunni del liceo che pogavano. Il release party del mitico split con As A Commodore al Baraonda vecchio, che ce l’ho in macchina e tutte le volte che lo sento mi viene un pò il magone. Però vabbè, Sfortuna è Sfortuna.

Che poi Sfortuna ha un pò cambiato tante cose, ma anche no. Però ho mille cose da raccontare. Posso dire di aver contribuito a un mini riff! Perché nel 2005 i regaz ci pensavano già a cantare in italiano. Io avevo appena preso la Clio rossa, ancora perfettamente funzionante, e avevamo iniziato a provare io al basso, Marcone alla chitarra, Posu alla voce e Rella alla batteria. Il gruppo si chiamava Scarpa e a vederla bene sono stati un po' dei proto-Verme. Punkettone in italiano. Carichi. E poi da bravi scappati di casa che siamo ci siam persi via e a parte qualche prova in zona Corvetto non se ne è fatto più nulla. Però Marco mi ha recentemente raccontato che uno dei riff degli Scarpa e poi stato ripreso in "Buio", e questa cosa mi fa mega ridere.

Mi ricordo benissimo la sera del release party. Erano gli anni più belli di Dauntaun, quando sotto al Leo si era creato questa situa veramente fighissima. Passavano mille gruppi fighi, tutto DIY, tutto in famiglia. Era uno di quei momenti d’oro che Milano ciclicamente propone e che ti rimangono nel cuore perché ne senti tutta la magia. Eravamo tutti carichi, anche perché i pezzi li avevamo già imparati. Poi c’era Lake che aveva appena inventato il concetto di "curva del ‘98", o forse l’ha inventato quella sera, quindi tutti carichi, fingerpointing e vai di emo. In tutto questo io quella sera ero stata colta da un mal di schiena lombare devastante e non riuscivo a stare a più di 45 gradi. Vidi tutto il concerto dolorante appoggiata alla cassa di sinistra. La cosa che fa più ridere se si guarda la foto nel libretto e che son proprio lì con la maglia bianca e un’aria decisamente anziana. piegata dal dolore.

Un'ultima cosa: io so dov’è il bar delle "brioches di cartone"! Ma non vi dico dov'è.

Pamela suona e ha suonato in tanti gruppi, tra cui Agatha, The Smudjas, Skulld e Flowral.

CARLO LUCIANO PORRINI

Nel 2015 Alvin ha mandato 9 songs di Leute a Enrico e Jacopo senza dirmelo. Poco dopo Jacopo ci ha scritto per dire che voleva incontrarci, abbiamo fatto Leute insieme e ora siamo amici e ci raccontiamo i segreti. Però mi ricordo ancora quando c’è arrivata la chiamata, ci siamo guardati e ci siamo resi conto che uno dei miei cantanti preferiti di una delle nostre band preferite che aveva fatto uno dei nostri dischi preferiti volesse parlare con noi e mangiare in una trattoria di Tolmezzo che ci ha offerto un Ritter Sport. In realtà poi due anni dopo abbiamo suonato in Santeria insieme, io ho preso coraggio e gliel’ho detto: Jacopo, Marco, Marco, Filippo, Mauro, siete i migliori.

Carlo ha suonato nei Leute e ora fa parte dei 72-HOUR POST FIGHT.

TOMMASO RENZINI

Quando venne alla luce Sfortuna, il Verme era già nato da qualche mese. Io e Giacomo abitavamo nella stessa casa e Jacopo era spesso da noi a fare le prove in cucina. Una sera attaccò il lettore mp3 alle casse e ci fece sentire i premix di qualche pezzo che sarebbe finito nel disco; non ricordo assolutamente quale, ma per buttare là due aneddoti mettiamo che suonò "Buio" e che il soffitto ci crollò addosso. Non tanto per la novità dell'italiano, ma per il fatto che suonava come il gemello disilluso e con problemi di droga di It all started in Malibù, uno dei tre dischi della "scena" che avevo ascoltato di più in assoluto assieme a La fine non è la fine e Prodotto. Per me i Fine Before You Came erano quelli, citavano le teorie della Gestalt e strizzavano l'occhio a Britney Spears. Perché adesso avevano cominciato a parlare di insuccessi e poveri mutilati? E poi che cazzo era quella band pic sovraesposta da gruppo del dopolavoro ferroviario?

Se l'incipit di "I'd Rather Believe in UFOs" suonava come l'elettrocardiogramma di un cuore in salute, l'attacco di "Buio/Appello" era quello di un morto. Con il passare dei minuti, cominciò a essere sempre più chiaro che la Malibù che avevo idealizzato in realtà non era altro che un complesso di sale prove in piazza Vetra. Molto più vicina, scura, incombente, rumorosa e relatable di quanto immaginassi o volessi immaginare.

Poco tempo dopo ci ritrovammo a Dauntaun per il quinto compleanno di Holidays Records. I FBYC suonarono Sfortuna e fecero volare i kids da tutte le parti. Le tubature di Dauntaun erano così vicine e al palco e la condensa era tale che è plausibile che a fine serata dai rubinetti uscisse sudore. Se avete la prima stampa del vinile, quella su Triste, nella foto mi potete vedere dietro la nuche di Lake e Jacopo, felice, avvolto dall'abbraccio caldo ed ebbro della curva del '98.

Tommaso suona la chitarra nei Dummo e la suonava nei Verme.

FEDERICO SARDO

Quando si parla di questo tipo di cose è un attimo finire nel sentimentale. Infatti sono sicuro che attorno a me ci saranno un sacco di ricordi e smancerie. Del resto stiamo parlando del disco emo per eccellenza degli ultimi tot anni di musica in Italia: per alcuni la fine di tutto, per molti un nuovo inizio. Io, in seguito a quella cosa lì, ho pure messo su un'etichetta e pubblicato un libro. È anche vero che ha dato l'inizio alla piaga dei troppi gruppi che hanno provato a rifarlo, ovviamente senza riuscire a avvicinarsi all'originale. Perché la verità è che in fin dei conti, anche privato di tutto quello che ha significato per ciascuno, Sfortuna era e resta un disco della madonna.

È il disco perfetto di un momento perfetto in cui cinque amici hanno trovato la quadra tra il post-rock, il punk e il cantato in italiano, con testi super personali in cui ha finito per identificarsi mezza Italia - o almeno quella che ascolta certa musica. Forse se fosse successo oggi e non dieci anni fa le cose sarebbero andate diversamente. Forse quei cinque amici avrebbero deciso di vivere di musica, e avrebbero cominciato a fare roba sempre meno interessante. Invece è successo dieci anni fa, e la scelta è stata quella di andare avanti a fare le cose come-cazzo-ci-pare. Perché "i Fine Before You Came sono e sempre saranno Marco, Iacopo, Mauro, Filippo e Marco". E vaffanculo, sono finito nel sentimentale pure io. Bravi cicciuzzi, cento di questi giorni.

Federico scrive per Noisey e un po' di altre cose. Ha fondato, insieme a Renato Angelo Taddei, Philip Di Salvo e Tommaso Ottaviani, Flying Kids Records.

ANDREA SOLOGNI

Sfortuna per me è uno di quei ricordi che ti porti dentro sempre. Quando lo rivivi lo arricchisci o ti tornano in mente ogni volta dettagli nascosti che prima non vedevi. Mi fa questo effetto quando lo riascolto. Gli devo tanto. Grazie.

Andrea suona il basso nei Gazebo Penguins.

ANDREA VASUMINI

Nelle realtà che frequento o che ho frequentato sono due le principali cose che mi sbalordiscono ogni volta: la convivenza di personalità spesso totalmente diverse tra loro e il riaffiorare di date e ricordi ben scanditi nei vari anni, facendo sembrare del tutto naturale questa capacità mnemonica. Quasi impossibile per me. Sfortuna però è uno di quegli avvenimenti che colloco precisamente in un tempo matto, fatto di stravolgimenti continui, di rapporti umani messi a dura prova, cercando però di esaminare sempre sia il positivo che il negativo, crescendo giorno dopo giorno.

Sfortuna è dentro quella "Lista" di dischi che oltre alla musica mi hanno permesso di coltivare delle amicizie: MIODI 2010, Soglianois anno X, e da lì in poi tutte le chiacchiere e le birre a seguire. Mi piace quando ognuno può permettersi di interpretare le storie raccontate nelle canzoni, quando capisci che un disco è fatto di fatiche reali, quando le prove in garage sono già quello un traguardo, quando leggi che i FBYC sono e sempre saranno loro. Beh, che dire, sempre in piena!

Andrea suona nei Riviera.

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