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Recensione: Marissa Nadler - For My Crimes

L'ottavo album della cantautrice americana è il più intimo che abbia mai pubblicato.

di Andrea Bosetti
08 ottobre 2018, 3:09pm

Amo profondamente il folk venato di tristezza e sentimentalismo di Marissa Nadler da un decennio. L’ascolto di Little Hells mi folgorò profondamente, lasciando una ferita aperta mai del tutto rimarginata nonostante l’andare degli anni.

Quegli arpeggi, quella voce leggera e cristallina che ti racconta di tutte le cose che la vita ti ha dato e poi ti ha tolto, quei suoni crepuscolari che ti ricordano che in fin dei conti puoi essere felice quanto vuoi, ma nell’ora che conta sarai sempre e comunque solo, perché tutto finisce, e non smetterai mai di struggerti. La grandezza di Nadler sta nel rendere accettabile tutto ciò, nel comprendere che non ci sono alternative e che tanto vale vivere tutto al massimo, così almeno da questa vita di merda ne cavi qualcosa.

For My Crimes è un disco che si apre con un’esortazione: “I’ve done terrible things / please don’t remember me / for my crimes”, dice la title track in apertura. L’ottavo album di Marissa è stato scritto in un momento di tensione, in quel periodo in cui una relazione tocca il suo punto più basso prima di sgretolarsi irreversibilmente. Non è dato sapere quali siano i crimini, ma è chiaro che è finita, è chiaro che bisogna voltare pagina, e che questo porta con sé delle conseguenze, come il non poter più ascoltare quella canzone o quell’autore che tanto amavi e in cui hai lasciato un pezzo di cuore. Per la cantautrice del Massachussetts è il caso di Gene Clark, il fondatore dei Byrds, perché non ne può più di mentire trattenendo le lacrime.

Allo stesso tempo For My Crimes è un album che parla della necessità del distacco, della tossicità di portare avanti qualcosa che non va portato avanti (“Lover Release Me”) e di come da una passione incontenibile si possa finire per svanire nell’etere. Proprio in “Blue Vapor” Marissa Nadler mette insieme tutte le sue anime: c’è il folk, c’è un sottofondo elettrificato molto (molto) vagamente grungy, ci sono gli archi, c’è la sua voce mai così corporea e allo stesso tempo algida, e tutte queste cose insieme costruiscono una canzone incredibilmente sofferente e incredibilmente liberatoria.

Non ci sono ballate, non c’è quella malinconia tutto sommato serena dei “River Of Dirt”, né i demoni di “Apostle”: in For My Crimes tutto ruota attorno ai sentimenti, alle relazioni, e a come questi entrino in conflitto tra loro. Non è un caso che Nadler si sia fatta aiutare, nella realizzazione di questo disco, da una nutrita schiera di turniste, limitando la presenza maschile ai due co-produttori e a un sassofonista. Così come è indicativo che la copertina, per la prima volta, sia opera di Marissa stessa, laureata alla Rhode Island School of Design e insegnante di arte quasi-pensionata, che continua ad avere un’unica studentessa, la novantacinquenne signora Doris (il comunicato stampa del disco è molto puntuale a riguardo e mi parrebbe di fare un torto alla signora Doris non riportando l’informazione).

Tutti segnali che danno un’idea chiara di quanto profondamente personale sia l’ottavo album di Marissa Nadler, ma anche di quanto sia grandiosa la forza di questa cantautrice, che ormai da quindici anni ti prende per mano e accompagna nei più reconditi anfratti della sua vita per fartene sentire parte.

For My Crimes è uscito il 28 settembre per Sacred Bones.

Ascolta For My Crimes su Spotify:

TRACKLIST:
1. For My Crimes
2. I Can't Listen to Gene Clark Anymore
3. Are You Really Going to Move to the South?
4. Lover Release Me
5. Blue Vapor
6. Interlocking
7. All Out of Catastrophes
8. Dream Dream Big in the Sky
9. You're Only Harmless When You Sleep
10. Flame Thrower
11. Said Goodbye to That Car

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