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Gli italiani che emigrano in Svizzera sono sempre di più

Negli ultimi anni si è registrato un aumento di italiani diretti nel paese elvetico, e quella italiana è tornata ad essere la nazionalità straniera più numerosa in Svizzera — superando addirittura i tedeschi, che da tempo detenevano il primato.

di Giulia Saudelli
26 settembre 2016, 9:20am

Foto di Werni via Pixabay

Sembrano lontani gli anni in cui, nel secondo dopoguerra, migliaia di italiani attraversavano le Alpi e andavano a vivere e lavorare in Svizzera, andando a costituire la più numerosa comunità straniera presente nel paese elvetico.

Ma se da decenni l'emigrazione italiana in Svizzera risultava in costante calo, negli ultimi anni si è registrato un aumento di italiani diretti nel paese elvetico, e quella italiana è tornata ad essere la nazionalità straniera più numerosa in Svizzera — superando addirittura i tedeschi, che da tempo detenevano il primato.

Secondo l'Ufficio Nazionale di Statistica svizzero (UST), nel 2015 sono stati quasi 18.900 gli italiani arrivati in Svizzera, secondi solo ai tedeschi. Ma le persone di nazionalità tedesca se ne vanno anche in grandi numeri, rendendo gli italiani i primi nel computo del saldo migratorio, quindi degli arrivi al netto delle persone che hanno lasciato il paese.

Il fenomeno ha iniziato a delinearsi intorno al 2010, e da allora il numero di arrivi di italiani è quasi raddoppiato.

Ma non sono solo i nuovi arrivi a testimoniare questa tendenza: stando ai dati del Segretariato di Stato sulle migrazioni, nel 2015 gli italiani rappresentavano la comunità straniera residente più numerosa in Svizzera, con 313.725 persone - il 15,7 per cento di tutti i residenti stranieri - davanti a Germania e Portogallo.

"Da quando nel 2007 il regime di libera circolazione è entrato a pieno regime, la Svizzera ha avuto due grandi flussi migratori, provenienti dalla Germania per le persone altamente qualificate e dal Portogallo per i poco qualificati," spiega a VICE News Rosita Fibbi, ricercatrice del Forum delle Migrazioni dell'Università di Neuchâtel.

"La novità è che adesso l'Italia è tornata a esportare manodopera, e si piazza nei due segmenti che prima erano coperti dalla Germania e dal Portogallo — che rimangono comunque fonti importanti, ma la situazione economica italiana è peggiorata al punto che abbiamo di nuovo una forte emigrazione."

Il trend degli italiani che si trasferiscono in Svizzera è infatti solo una delle tante facce dell'aumento dell'emigrazione italiana.

Secondo un recente rapporto dell'OCSE, tra il 2010 e il 2014 l'emigrazione italiana è più che raddoppiata. Sulla base di dati ISTAT ripresi dall'OCSE, in particolare dal 2013 al 2014 è aumentato dell'8,2 per cento il numero di italiani che si è registrato come residente all'estero (passando da 82.000 a 89.000).

I principali paesi di destinazione sono la Germania, il Regno Unito, la Francia e, appunto, la Svizzera.

Nonostante l'aumento degli ultimi anni, la proporzione di immigrati italiani residenti in Svizzera negli anni del dopoguerra rimane comunque più alta rispetto ad oggi.

Se nel 1950 i 140.000 italiani residenti in Svizzera rappresentavano il 49 per cento della popolazione straniera presente nel paese, nel 1955 sono arrivati a costituire addirittura il 59 per cento degli stranieri residenti.

Una proporzione particolarmente alta, dovuta alla congiuntura economica che vedeva la Svizzera uscita praticamente indenne dalla seconda guerra mondiale, con un apparato produttivo avanzato che necessitava di manodopera; e l'Italia, devastata dalla guerra e dal ventennio fascista, con un alto numero di disoccupati disposti a spostarsi per guadagnarsi da vivere.

Questa comunione d'interessi è stata poi ufficializzata con una d'intenti tra il governo italiano e quello svizzero, che nel 1948 hanno firmato degli accordi bilaterali che regolamentavano il trasferimento oltralpe di manodopera italiana.

In quanto al tipo di lavoro svolto dagli italiani, erano impiegati perlopiù nel secondo settore, con le donne che lavoravano come domestiche o nel settore tessile o alimentare, mentre gli uomini trovavano lavoro nell'edilizia e nell'industria meccanica.

A partire dagli anni Settanta però, in seguito al miracolo economico italiano e alla crisi economica che colpisce l'Europa e che si fa sentire anche in Svizzera, c'è stata una graduale inversione di tendenza, e non sono stati più raggiunti i picchi di emigrazione in Svizzera dei decenni precedenti — anche se una consistente comunità italiana ha continuato a risiedere nel paese elvetico.

"La Svizzera ha sempre fatto parte delle destinazioni classiche per gli italiani, e l'attuale situazione economica della Svizzera permette effettivamente di assorbire manodopera," spiega Fibbi. "L'emigrazione verso la Svizzera può avvalersi di due canali diversi: l'uno, quello dell'emigrazione più qualificata, si avvale del reclutamento su scala europea e internazionale, mentre per i livelli di qualifiche medio-basse funziona il classico canale delle reti sociali, che interviene a fare da tramite tra domanda e offerta di lavoro," prosegue.

In realtà, il numero di italiani che lavorano in Svizzera non si esaurisce solo con i residenti nel paese. È abbastanza alto anche il numero dei cosiddetti "frontalieri", cioè coloro che vivono in Italia vicino al confine e si recano giornalmente oltre confine per lavorare.

Nel secondo trimestre del 2016 i frontalieri italiani in Svizzera erano 69.616, secondi solo ai francesi. Rispetto al 2002, il numero è quasi raddoppiato.

Proprio l'altro numero di frontalieri è stato uno dei motivi che ha portato gli elettori del Canton Ticino a votare ieri in un referendum per la modifica della costituzione cantonale.

Il 58 per cento dei residenti in Ticino ha infatti approvato un'iniziativa del partito di destra Unione Democratica di Centro (Udc) - chiamata, non a caso, "Prima i Nostri" - per una riforma della costituzione volta a privilegiare i lavoratori "indigeni" rispetto a chi risiede all'estero ma lavora nel cantone.

La riforma, sostenuta anche dalla Lega dei Ticinesi, compagine del populismo di destra, si propone di tutelare i cittadini del Cantone, proteggendoli "dal dumping salariale in atto grazie al continuo aumento del frontalierato in campi dove la manodopera indigena non trova più lavoro."

In particolare, secondo il principio della cosiddetta "preferenza indigena," la proposta chiede di inserire nella costituzione cantonale un comma per privilegiare sul mercato del lavoro, a pari qualifiche professionali, chi vive nel Canton Ticino rispetto a chi risiede altrove, e di impedire che i cittadini svizzeri siano licenziati per essere sostituiti con lavoratori stranieri, o subiscano riduzioni di salario a causa dell'afflusso di lavoratori dall'estero.

"In Ticino c'è una fortissima polarizzazione politica attorno al tema dei frontalieri," afferma Fibbi. "Si rimprovera ai frontalieri di diminuire il salario medio nei diversi settori, perché ricoprono posizioni medio-basse in Ticino. Tuttavia si è osservato che, anche se effettivamente c'è stata una pressione sui salari, i redditi medi delle famiglie non sono diminuiti — il che vuol dire che i frontalieri hanno dei salari più bassi degli svizzeri, e questo non va a impattare la popolazione residente."

Il Gran Consiglio, cioè il Parlamento del Cantone, aveva già dichiarato di non appoggiare la proposta e aveva promosso un controprogetto che riprendeva in linea di principio la proposta dell'Udc, ma che allenta significativamente il tiro.

Secondo l'Udc, l'iniziativa mira ad applicare sul territorio ticinese il risultato del referendum federale del 9 febbraio 2014, rinominato "contro l'immigrazione di massa," secondo cui entro tre anni la Confederazione deve stabilire dei tetti massimi per gli ingressi annuali degli stranieri nel paese in base alla necessità economiche della Svizzera.

Tuttavia, la preferenza espressa con il referendum del 2014 non è ancora stata attuata, in quanto il governo federale sta ancora cercando di trovare una soluzione che possa superare il conflitto tra il desiderio di limitare gli ingressi di lavoratori stranieri e gli accordi internazionali per la libera circolazione firmati con l'Unione Europea.

E questo conflitto si riscontra anche con l'iniziativa referendaria approvata in Canton Ticino.

"Il problema è capire se questi accordi sono compatibili con la libera circolazione, e per il momento lo sono," spiega Fibbi a VICE News. "Si stanno cercando delle soluzioni, ma per ora non si è trovato un modo per superare questo conflitto tra due principi, da una parte l'accordo internazionale, dall'altra questa norma introdotta nel 2014," conclude.

Sul merito, intanto, si è espresso il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che in un tweet ha dichiarato che nonostante il referendum non abbia effetti pratici nell'immediato, "senza libera circolazione delle persone i rapporti Svizzera-UE [sono] a rischio."


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Foto di Werni rilasciata su licenza Creative Commons

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