Recensione: Judas Priest - Firepower

Vario, potente e divertente: il diciottesimo album della leggendaria band inglese è molto meglio di quanto fosse lecito aspettarsi.
16.3.18

Quando ho detto ad un amico che avrei scritto del nuovo album dei Judas Priest mi sono sentito rispondere: “Non so se avrò cuore di leggere la tua sferzante stroncatura made in Vice”. Smettiamola con questi luoghi comuni, Michele: le nostre sferzanti stroncature sono riservate solo e soltanto ai dischi se le meritano. E Firepower, contro ogni mia previsione, non se la merita.

Il fatto che il diciottesimo (d i c i o t t e s i m o) disco in studio dei Judas Priest a quarantaquattro (q u a r a n t a q u a t t r o) anni dalla nascita riesca davvero ad avere delle cose da dire e a dirle bene è già una notizia di per sé. Se poi ci aggiungiamo che i Priest arrivano da un periodo quantomeno travagliato, allora Firepower assume dei contorni a dir poco mitologici. In pillole: il disco precedente, Redeemer Of Souls, era una martellata sui maroni. K.K. Downing, uno dei due storici chitarristi, nel 2011 ha deciso di andare in pensione. Glenn Tipton, l’altro dei due storici chitarristi, ha dichiarato poche settimane che non andrà più in tour con la band e continuerà solo a scrivere e registrare in studio perché ha il Parkinson. E poi Firepower.

Come da copione c’è già chi parla del nuovo Painkiller, di uno dei migliori dischi dei Priest in assoluto e della rivelazione dell’Arcangelo Gabriele sotto forma di strofa-ritornello-bridge-strofa; ecco, forse non è proprio così, forse Firepower non cambierà la vita al metallaro medio, ma è indiscutibile che nel 2018 sentire un disco heavy che scorre così bene e che non faccia cadere i maroni nella più totale atrofia prima della fine è sicuramente un evento. Anzi, bisogna dirlo: Firepower è proprio divertente. Le melodie acchiappano e i ritornelli sono da cantare a squarciagola, poco importa se mentre sei a casa a fare i mestieri o in macchina col finestrino giù e il braccio fuori. E poi la varietà: è commovente sentire come dopo quarant’anni e rotti sia ancora possibile tirare fuori le stesse cose, ma in modo diverso, in modo fresco, in modo giusto. Sono tutti pezzi heavy al duecento percento, eppure non ce n’è uno uguale all’altro, un risultato abbastanza raro persino negli anni d’oro della NWOBHM.

Tipton ha fatto un ottimo lavoro, come se avesse voluto infondere tutta la sua voglia, il suo desiderio di continuare a tenere alto il vessillo del metallo nonostante gli impedimenti fisici, e Halford, beh, è Halford. Istrionico, iconico, pacchiano. Un eroe. Insomma, il Prete di Giuda predica ancora benissimo, a dispetto delle avversità. Non si sa ancora se Firepower sia un punto fermo o un preludio a una nuova era di terza, ma anche quarta età, fatto sta che qualsiasi cosa sia, è molto più di quanto fosse lecito aspettarsi.

Firepower è uscito il 9 marzo per Sony.

Ascolta Firepower su Spotify:

TRACKLIST:
1. Firepower
2. Lightning Strike
3. Evil Never Dies
4. Never The Heroes
5. Necromancer
6. Children of the Sun
7. Guardians
8. Rising from Ruins
9. Flamethrower
10. Spectre
11. Traitors Gate
12. No Surrender
13. Lone Wolf
14. Sea of Red

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