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L'UE ha nascosto un altro studio che contraddice la sua proposta sul copyright

Una proposta che, tra l'altro, è piuttosto insensata.

di Vincenzo Tiani
05 febbraio 2018, 10:27am

Dopo aver commissionato e poi nascosto uno studio sulla pirateria perché non rispecchiava le aspettative, la Commissione Europea avrebbe fatto lo stesso con una ricerca che questa volta tocca i siti di news — o almeno, così è stato riportato dall’europarlamentare Julia Reda del Partito dei Pirati tedesco. Il motivo: contrasta con l'attuale proposta di riforma del copyright.

Secondo questa proposta, infatti, agli editori dovrebbe essere riconosciuto il diritto di chiedere un compenso alle piattaforme online che usano i link ai contenuti editoriali da loro prodotti. Parliamo di social network e di start-up che aggregano i contenuti di terzi.

Pensare che chi pubblica i link (con snippet) debba pagare per, di fatto, aumentare il traffico potenziale dei siti che producono questi contenuti — con conseguente aumento dei click e del valore dei banner pubblicitari che questi ospitano — sembra fuori da ogni logica.

Non solo eurodeputati di diversi gruppi parlamentari e ONG che tutelano i diritti fondamentali, ma anche molti accademici sostengono che l’art.11 sarebbe nocivo per l’intero sistema dell’informazione. E a farne le spese non sarebbero tanto i giganti del web, che hanno potere contrattuale ed economico per sedersi al tavolo con gli editori e uscirne bene, ma soprattutto startup e innovatori che volessero proporre nuove idee e far circolare le notizie.

Ora però, a rincarare la dose arriva uno studio dello stesso centro di ricerche della Commissione Europea. Benché molti fattori abbiano portato al declino dei ricavi dei giornali e del numero di copie vendute, gli aggregatori di news hanno un effetto opposto. Lo studio, ottenuto da Reda con una richiesta di accesso agli atti grazie all’aiuto della ONG AskTheEU.org, rivela che anzi una maggior cooperazione con le piattaforme che aggregano news sarebbe auspicabile per il bene degli editori stessi.

Grab di Julia Reda.

L’unico, non trascurabile dettaglio, è che questa ricerca non ha mai visto la luce. Secondo quanto scoperto dalla Reda, la Commissione ha imposto il divieto di pubblicazione dello studio, che sarebbe dovuto uscire nel Novembre 2016, quando il dibattito nelle commissioni parlamentari era ancora aperto su diversi fronti. Ad oggi, invece, solo la Commissione JURI (affari legali) deve esprimersi sul testo.

Ma questa non è l’unica rivelazione dell’ultimo mese. Su esplicita ammissione dell’avvocato che difende gli editori tedeschi in una causa contro Google e Facebook, il Prof. Höppner: "Questo nuovo diritto vuole assicurare che non nascano nuove piattaforme che possano avvantaggiarsi con i contenuti creati da altri e crearci un business. Non vogliamo neanche che paghino delle licenze d’uso, l’obiettivo primario e più importante è evitare che questi business nascano.

La Germania, assieme alla Spagna, ha già approvato una legge simile a quella proposta dalla Commissione Europea, e i risultati non sono stati quelli sperati. In Spagna Google, non volendo pagare la gabella, ha chiuso Google News facendo registrare un calo di traffico verso i siti spagnoli.

Nel mondo idilliaco dell'UE, voi state leggendo questo articolo perché consultate periodicamente la home del sito di Motherboard. Ovviamente auspicabile, ma purtroppo poco realistico. Ci sono molte possibilità di credere che in realtà voi siete arrivati qui perché avete visto il retweet di un amico, la timeline di Facebook, o il feed che vi propone gli articoli dei giornali che si interessano di temi come il copyright o i diritti fondamentali online.

In questo caso sareste dovuti andare su tutti i siti di informazione che già conoscete e cercare nei loro motori di ricerca interni queste parole chiave. Ed è subito 1994!