Il miglior regalo di San Valentino è l’automazione totale

Se il capitalismo sta uccidendo l'amore, possiamo immaginare un sistema che lo salvi?
Giulia Trincardi
Milan, IT
14.2.18
"Capitalism Kills Love," di Claire Fontaine. Foto di Jeremy Hunsinger, via Flickr 

La prima volta che ho visto la scritta al neon “Capitalism Kills Love,” creata dall’artista francese Claire Fontaine nel 2008, ho pensato che fosse il riassunto perfetto per tanti dei problemi della mia generazione.

I millennials sono una generazione che — in grossa parte — non compra case e automobili, si sposa meno e fa meno figli di quelle precedenti, introietta di più lo stress pre-traumatico del cambiamento climatico e sta ripudiando le dinamiche basate su discriminazioni sessuali, razziali e di classe, mentre la scena politica vede il rafforzarsi di movimenti reazionari opposti. Siamo una generazione che, in un certo senso, subisce ingiustamente le profonde contraddizioni del fallimento del capitalismo e del modello sociale a esso legato.

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Il modello economico nato e nutrito dalle grandi rivoluzioni industriali dell’Occidente ha creato l’equivalenza illusoria tra il valore di una persona e la sua produttività materiale, definendo l’individuo prima di tutto come lavoratore-consumatore. Anche l’amore è una questione di consumo nella società moderna: non facciamo esperienza delle relazioni in modo assoluto, ma, piuttosto, le consumiamo secondo modelli e ritmi prestabiliti, rispettando il più delle volte una serie di istruzioni che determinano la nostra validità sociale e dunque il nostro potenziale relazionale.

Come fare per riappropriarsi dell’idea stessa di futuro, per poterne inventare uno davvero diverso?

“Mi mancava poco per essere completo,” dice il protagonista del film Fight Club quando il suo appartamento va in fiamme, distruggendo tutto ciò che possiede e, dunque, serve a definirlo. Pensiamo che ci serva possedere cose per avere un’identità specifica da offrire all’altro, e, allo stesso tempo, costruiamo le relazioni sentimentali come una grottesca staffetta — trovati un lavoro, sposati, compra una casa, prendi un cane, fai dei figli, vai in pensione, muori —, come se non ci fosse, in fondo, alternativa.

Ma se il Capitalismo ha ucciso l’amore, possiamo immaginare un sistema che lo salvi?

Nel saggio di teoria politica Inventare il Futuro - Per un mondo senza lavoro, pubblicato in italiano da Not - Nero Editions, gli autori Nick Srnicek e Alex Williams chiedono proprio questo al lettore: come fare per riappropriarsi dell’idea stessa di futuro, per poterne inventare uno davvero diverso? Uno in cui il lavoro non sia più né necessario per vivere né auspicabile per definirsi socialmente — magari perché l’automazione avrà liberato l’uomo da questa falsa equivalenza tra identità e produttività?

Copertina dell'edizione italiana di "Inventare il Futuro - Per un mondo senza lavoro"

All’inizio del Ventesimo secolo, si legge nell’introduzione del libro, l’immaginario collettivo della sinistra politica di allora era stato in grado di concepire utopie radicali che, con l’avanzamento tecnologico di cui disponiamo ora, sarebbe effettivamente possibile elaborare e costruire.

“Eppure,” si legge nell’introduzione, “sotto la scintillante patina dell’era tecnologica in cui viviamo, rimaniamo schiavi di relazioni sociali vecchie e obsolete,” dove il lavoro massacrante e precario è necessario eppure insufficiente a sopravvivere e, soprattutto, sempre più privo di senso ultimo.

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“Nell’esatto momento in cui le crisi che ci troviamo ad affrontare acquistano forza e velocità,” prosegue il testo, “la politica appassisce e si tira indietro. E, nella paralisi dell’immaginario politico, il futuro viene cancellato.”

Siamo, senza dubbio, in un momento politico di scontri radicali, dove una visione progressista sociale che vuole smarcare definitivamente la propria generazione dall’imposizione di ruoli e discriminazioni, ha a disposizione una rivoluzione tecnologica senza precedenti, eppure non trova un contraltare politico con cui convergere.

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La chiave del cambiamento possibile, secondo Srnicek e Williams, sta nell’interpretazione che decidiamo di attuare proprio della rivoluzione tecnologica dell'automazione intelligente, nel suo “riorientamento:” se una tecnologia ottimizza la produzione al punto da causare tagli dei posti di lavoro, “rende anche superfluo il lavoro umano.” Dovremmo smettere di chiederci "E allora che cosa farei?," scrivono gli autori, e intavolare nuove definizioni di umanità.

Con il giusto pensiero politico e sociale, in altre parole, l’automazione potrebbe essere la rivoluzione che ci potrebbe davvero permettere di vivere in un mondo post-capitalista.

Il miglior regalo che possiamo farci a San Valentino — approfittando per riappropriarci di una delle feste più capitaliste in assoluto — è pretendere l’automazione totale, la liberazione dell’uomo dal lavoro e, magari, la riscoperta di un concetto di amore che prescinda dal consumo.

“Inventare il Futuro - Per un mondo senza lavoro” di Nick Srnicek e Alex Williams esce il 14 febbraio edito da Nero Editions. Lo trovate sul sito di NOT.