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La teoria del bravo americano armato, smentita

Analizzando 37 anni di dati, un gruppo di scienziati ha scoperto che la teoria alla base dei gruppi pro-armi degli Stati Uniti è completamente priva di senso.

di Alex Yablon
04 ottobre 2017, 5:15am

Thumbnail via Wikimedia Commons.

Nei suoi quarant'anni di storia, una delle più grandi vittorie del movimento americano per il diritto a portare armi non è arrivata dalle elezioni, da un ordine esecutivo presidenziale o da una sentenza di tribunale. È avvenuta nelle menti di milioni di persone.

Dalla fine degli anni Settanta, la National Rifle Association e altre lobby delle armi hanno esercitato enormi pressioni per rendere sempre più accettabile la presenza delle armi nella vita di ogni giorno. E c'è una grossa mole di dati—i più recenti ricavati dal Pew Research Center—che mostra che gli americani hanno sempre meno problemi con il fatto che qualcuno possa girare in pubblico con armi nascoste. La motivazione più citata da chi rivendica il diritto di possedere un'arma è l'autodifesa, fatto che ha reso le pistole l'arma più diffusa nell'arsenale degli americani. Ma queste abitudini e questi comportamenti hanno conosciuto diversi grandi cambiamenti: a metà degli anni Novanta, ad esempio, gli americani possedevano armi principalmente per scopi ricreativi; nel 2005, invece, una grossa percentuale della popolazione pensava che solo i poliziotti dovessero avere il diritto a portare armi in pubblico.

Al centro della campagna per vincere i cuori, le menti e le fondine degli americani c'è una credenza che la NRA e i suoi alleati hanno sostenuto fino almeno dagli anni Novanta: la sicurezza pubblica non può che beneficiare dal fatto che tutti i privati cittadini girino armati per potersi difendere in caso di pericolo. Questa teoria—più armi ci sono in giro, minore è il tasso di criminalità—è stata sviluppata per la prima volta dall'economista John Lott nel suo libro del 1998 More Guns, Less Crime, e da allora è diventata estremamente popolare.

La NRA ha utilizzato l'opera di Lott per rispondere a tutte le richieste di regolamentazioni sul possesso e l'uso delle armi. Dopo il massacro alla scuola elementare di Sandy Hook, la sfortunata dichiarazione del leader della NRA Wayne LaPierre—"l'unico modo per fermare un criminale con una pistola è una brava persona con una pistola"—faceva riferimento proprio all'idea secondo cui il possesso di armi tra i cittadini garantirebbe maggiore sicurezza.

È un'idea forte e affascinante, specialmente per gli americani che considerano la libertà personale più importante del benessere collettivo. Ma è anche completamente sbagliata, almeno secondo una recente analisi che ha preso in esame 40 anni di dati sulla criminalità.

In uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research, un gruppo di ricercatori della Stanford Law School ha analizzato questa mole di dati tramite quattro diversi modelli statistici—tra cui anche quello sviluppato da Lott e usato in More Guns, Less Crime—ed è giunto a una conclusione priva di ambiguità: negli stati americani dove è più facile girare armati, il tasso di criminalità è più alto rispetto a quello degli stati in cui il diritto a portare armi è soggetto a restrizioni. La sola eccezione riguarda la categoria degli omicidi: in questo caso, i ricercatori hanno stabilito che gli effetti delle regolamentazioni al diritto a portare armi sull'incidenza degli omicidi sono statisticamente insignificanti.

Mentre altri studi condotti dal 1994 ad oggi avevano già messo in dubbio la tesi di Lott, quest'ultima ricerca la smentisce in modo inequivocabile. "Per anni la questione è sempre stata posta in questi termini: esiste un beneficio in termini di sicurezza pubblica direttamente collegato al diritto a portare armi? Oggi questa questione è risolta," ha detto l'autore principale dello studio, il professor John Donohue. "La risposta è no."

Donohue e i suoi collaboratori hanno analizzato dati sulla criminalità raccolti dal 1977 al 2014 sia a livello nazionale che in 33 stati americani che hanno implementato leggi "Shall Issue" sul porto di armi nascoste. Si tratta di leggi fortemente influenzate dalla NRA e dal suo lavoro di pressioni sulla classe politica, che ha fatto sì che la maggior parte degli stati allentassero le loro regolamentazioni sulle armi. Negli stati in cui sono in vigore leggi "Shall Issue"—che nel suo studio Donohue indica con la sigla RTC, "right to carry"—la licenza a portare armi nascoste in pubblico viene concessa a chiunque soddisfi una serie di criteri di base. In questi stati inoltre la frequenza con cui le domande vengono accettate e il permesso concesso è molto più alta che negli stati in cui sono in vigore leggi "May Issue," ossia gli stati in cui le autorità hanno più margine discrezionale per decidere chi può girare armato e chi no.

Dato che abbassare l'asticella per la concessione di licenze per portare armi nascoste fa sì che ci siano sempre più persone che le possiedono (solo in Florida, ad esempio, le persone con regolare licenza di portare armi nascoste sono 1,8 milioni) e dato che secondo la teoria di Lott avere più privati cittadini armati dovrebbe ridurre il crimine, ci si aspetterebbe di trovare tassi di criminalità inferiori nei paesi in cui sono in vigore leggi "Shall Issue."

Invece i ricercatori hanno scoperto che è proprio il contrario: "Dieci anni dopo l'adozione di leggi RTC," si legge nello studio, "la percentuale di crimini violenti è di 13-15 punti più alta di quella che ci sarebbe dovuta essere senza le leggi RTC."

Le prime critiche alle legislazioni RTC sono arrivate anni fa, in risposta all'ondata di leggi "Shall Issue" emanate negli anni Ottanta e nella prima metà degli anni Novanta. Tra queste risposte c'era anche un famoso report del 2004 del National Research Council che metteva in dubbio le conclusioni di Lott, ma non aveva dati per sostanziare l'impatto che le nuove legislazioni più permissive avrebbero avuto sulle statistiche relative alla criminalità. Lo studio dei ricercatori di Stanford ha invece potuto osservare quello che è successo negli stati in cui queste leggi sono rimaste in vigore per più di un decennio.

Nello studio, i ricercatori suggeriscono che il maggior numero di armi legalmente registrate in seguito all'abbassamento dei requisiti potrebbe aver contribuito in diversi modi all'aumento delle percentuali di criminalità. Man mano che sempre più cittadini comuni si procurano le armi, lo stesso fanno anche i criminali. Inoltre, argomentano i ricercatori, il fatto che vengano emessi più porti d'armi comporta una maggiore quantità di armi disponibili al pubblico, e di converso fa aumentare la probabilità che più armi vadano perse o finiscano nel mercato nero. Mano a mano che le persone si accorgono che ci sono sempre più armi in giro, cominciano a sentirsi sempre più insicure, spaventate e arrabbiate—diventando di conseguenza più violente.

"Non mi ha sorpreso scoprire che il numero dei crimini violenti era aumentato," ha detto Donohue. "Mi aspettavo che un maggior numero di armi in circolazione avrebbe influenzato il tasso di criminalità in questo senso."

Le scoperte degli studiosi di Stanford contraddicono non solo il messaggio centrale delle campagne della NRA, ma anche la percezione comune sull'andamento del crimine negli ultimi vent'anni. Su scala nazionale, la percentuale di crimini violenti ha raggiunto un picco nei primi anni Novanta, per poi crollare. Questo crollo ha coinciso in buona parte con l'entrata in vigore di leggi meno restrittive sul porto d'armi in pubblico. Lott e i suoi seguaci usano questa tendenza come prova a favore della loro teoria, o perlomeno per contraddire la tesi secondo cui un numero maggiore di armi provocherebbe più crimini violenti.

Tuttavia, come fanno notare Donohue e i suoi colleghi, c'è un problema nel collegare la diminuzione delle restrizioni sul porto d'armi e la diminuzione del tasso di criminalità su scala nazionale. E questo problema sta nel fatto che quest'ultimo non è sceso in modo simile in tutte le parti del paese; lo ha fatto maggiormente negli stati che hanno mantenuto legislazioni restrittive al diritto a portare armi, come lo stato di New York e la California. Quando altri stati hanno deciso di rendere più facile possedere armi da fuoco, i dati mostrano la mancata riduzione della criminalità. Quindi sì, in generale la criminalità è diminuita anche negli stati che hanno emanato leggi meno restrittive sulle armi da fuoco—ma non quanto avrebbe potuto diminuire in base alla tendenza nazionale.

Esaminando statistiche prese dallo US Census Bureau e dati estratti dall'o Uniform Crime Reporting dell'FBI gli autori stimano che negli stati con leggi più restrittive sulle armi da fuoco il tasso di criminalità sia diminuito del 42 percento tra il 1977 e il 2014. Negli stati con leggi meno restrittive, la diminuzione è stata del nove percento.

Nel condurre la loro analisi, i ricercatori di Stanford hanno voluto assicurarsi che fossero proprio le differenze nella legislazione e non qualche altro fattore—come, ad esempio, l'economia o una diversa organizzazione delle forze dell'ordine—a essere responsabili della diminuzione della criminalità in certi posti rispetto ad altri.

Per scoprirlo, gli studiosi hanno fatto una proiezione di quello che sarebbe successo negli stati con leggi meno restrittive se non avessero abbassato i propri standard sul rilascio del porto d'armi nascoste—il tutto, tenendo in considerazione la crescita economica e le differenze demografiche.

Anche in questo caso, i ricercatori sono stati in grado di fare dei calcoli che non sarebbero stati possibili negli anni Novanta e Duemila, quando per la prima volta la teoria di Lott è stata sottoposta a scrutinio, perché all'epoca la quantità di dati analizzabili era decisamente insufficiente.

Le scoperte dello studio si basano su due metodi statistici con nomi molto tecnici e apparentemente oscuri: l'analisi di dati "a pannello" e l'analisi a controllo sintetico. Il primo metodo cerca di scomporre fenomeni sociali complessi—e il crimine è un fenomeno sociale complesso—studiando le loro componenti più piccole e facilmente misurabili, come i tassi d'incarcerazione, la quantità di poliziotti in uno stato, i tassi di povertà, i salari, la densità di popolazione.

Il secondo metodo invece consente ai ricercatori di mettere a raffronto i dati raccolti dopo l'introduzione di un cambiamento—come, ad esempio, l'entrata in vigore di una legge più lassista sul porto d'armi—con delle proiezioni basate su quello che sarebbe successo se quel cambiamento non si fosse verificato. Questo metodo si fonda su dati demografici e sui risultati ottenuti in luoghi demograficamente simili, in cui il cambiamento non si è però verificato.

Ci sono diverse ipotesi su quali siano i fattori più importanti nell'aumento e nella diminuzione dei tassi di criminalità. Piuttosto che basare l'analisi su un solo set di variabili, il team di ricerca di Stanford ha analizzato 37 anni di dati sulla criminalità con quattro panel diversi: il loro preferito, chiamato DAW; un metodo sviluppato dal centro ricerca indipendente Brennan Center; quello usato da John Lott per More Guns, Less Crime e un quarto sviluppato da Carlisle Moody e Thomas Marvell, due ricercatori favorevoli al libero possesso delle armi.

Le proiezioni fatte con tutti e quattro i panel hanno mostrato che negli stati in cui le leggi sul porto d'armi sono meno restrittive, ci sarebbe stata una diminuzione ancora maggiore del tasso di criminalità se quelle stesse leggi fossero state più restrittive.

"Le conclusioni così ottenute suggeriscono che non ci sia alcuna conseguenza positiva da una legislazione più favorevole al diritto a portare armi," ha detto Donohue.

Prendiamo il Texas, ad esempio. In questo caso le proiezioni di Donohue hanno mostrato che dieci anni dopo l'introduzione di una legge poco restrittiva sulle armi, la percentuale di crimini violenti era di 16 punti più alta di quella che ci si sarebbe aspettati di trovare se questa legge non ci fosse stata, come mostra il grafico sottostante. La linea tratteggiata—denominata "synthetic control unit"—è una proiezione di quello che sarebbe potuto accadere al tasso di criminalità del Texas se non avesse allentato i controlli sul porto d'armi.

L'unica differenza tra le proiezioni utilizzate di preferenza dai ricercatori pro-armi e le altre è relativa agli omicidi. Secondo la NRA, lo scopo finale di una cittadinanza armata è di scoraggiare o prevenire un potenziale omicidio. Quando i ricercatori di Stanford hanno applicato ai dati sugli omicidi le formule dei ricercatori pro-armi, i risultati hanno mostrato come le leggi meno restrittive sul diritto di portare armi abbiano fatto aumentare il tasso di omicidi.

D'altro canto il metodo DAW e quello del Brennan Center hanno mostrato solo che se gli stati non avessero fatto entrare in vigore leggi "Shall Issue" ci sarebbe stata una diminuzione soltanto nel crimini violenti non fatali. Ma è significativo che entrambi i metodi abbiano mostrato questo risultato in tutti e 33 gli stati per cui è stata fatta la simulazione, senza eccezioni.

Resta un'ultima domanda: avere ricerche accurate può produrre miglioramenti nel mondo reale?

Per rispondere, Donohue non ha usato la statistica, ma i suoi anni di esperienza come studioso del problemi delle armi. "Molte persone hanno idee molto forti e precise sul tema," ha ammesso. "È difficile fargli cambiare idea."

Donohue è ben conscio della sfida con cui lui e gli altri ricercatori hanno a che fare. Le ricerche sociologiche e antropologiche suggeriscono che le opinioni degli americani riguardo alle armi da fuoco, al diritto di possederle e portarle in giro per autodifesa siano motivate da questioni di identità e di virilità, e non siano influenzate più di tanto dalle statistiche sulla sicurezza.

La NRA si è data molto da fare per inculcare l'idea che il diritto a portare armi sia una delle colonne portanti dell'identità americana, e che quella all'autodifesa sia "la prima libertà." Le aziende produttrici di armi le pubblicizzano giocando sul bisogno dei consumatori di sentirsi potenti e virili. È difficile che uno studio accademico riesca a fare la differenza.

Ma giudici e politici sono un tipo di pubblico diverso, e Donohue spera che le sue scoperte possano influenzare almeno loro.

"Alla fine sarà la Corte Suprema a dover decidere sul diritto a portare armi," ha detto, commentando la decisione di un giudice che ha respinto un ricorso volto a rendere meno restrittiva la legge sulle armi della California. "Terranno in considerazione queste nuove prove?"

Questo articolo è stato pubblicato anche su Trace, una testata nonprofit che si occupa del diritto alle armi negli Stati Uniti. Segui Trace su Facebook e Twitter

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