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Perché dobbiamo fare attenzione quando Selvaggia Lucarelli parla di Internet

Assurdo, vero? E invece quel giorno è arrivato.

di Federico Nejrotti
12 ottobre 2017, 11:05am

Buongiorno a tutti e ben svegliati, oggi parliamo di Selvaggia Lucarelli e del perché dobbiamo ascoltarla quando parla di internet. Assurdo, vero? Ve lo sareste mai aspettato? Io no, onestamente, non avrei mai detto che sarebbe arrivato il giorno in cui Selvaggia Lucarelli sarebbe stata una voce importante del dibattito italiano sull'hate speech su internet e sulla regolamentazione dell'anonimato online, ma quel giorno è arrivato.

Ieri, in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, l'opinionista si è posizionata in maniera precisa e consapevole nel dibattito sulla regolamentazione delle community online (una parte di quella cosa che a noi piace chiamare internet governance): "Deve essere il governo a stabilire delle regole," spiega al Corriere della Sera, "Le piattaforme sono private e faranno sempre il loro interesse economico, motivo per cui Facebook ha tentato di deresponsabilizzarsi e definirsi una piattaforma tecnologica e non di contenuti."

Potrebbe trattarsi soltanto di un'opinione generica X, se non fosse che Martina Pennisi, autrice dell'intervista, ha contestualizzato ottimamente il ruolo della Lucarelli in questo dibattito elencando i recentissimi casi di cronaca che hanno visto internet come piattaforma principale su cui si sono svolti i fatti.

La pagina Facebook Sesso, Droga e Pastorizia era stata chiusa a seguito di una battaglia tra la community della pagina e Selvaggia Lucarelli.

Dalla lite tra i due nuotatori italiani Federica Pellegrini e Gregorio Paltrinieri, fino al caso del video girato nella filiale Intesa San Paolo di Mantova, passando per l'incursione organizzata da Le Iene che ha visto protagonista la cantante Emma Marrone da una parte e un suo hater dall'altra. In un certo senso, benché nessuna di queste notizie si possa davvero definire attinente al mondo della tecnologia, le dinamiche che entrano in gioco quando un individuo "in chiaro" si scontra con uno o più utenti più o meno anonimi online diventano cruciali per capire in che modo evolverà internet nei prossimi anni.

Secondo l'opinionista un primo compromesso potrebbe corrispondere ad "associare un account a un documento di identità, a un codice fiscale," spiega. "Il numero di telefono non basta, perché può essere straniero. Questo non vuol dire togliere l'anonimato. Chiunque potrà continuare presentarsi come "fiorellino" o a usare un avatar al posto della foto, ma le piattaforme devono sapere chi si cela dietro il profilo. Se commetti un reato come la diffamazione non devi restare impunito."

Selvaggia Lucarelli è ormai da anni una delle figure più pubblicamente esposte e attive su internet e ha passato gli ultimi mesi a combattere una guerra feroce contro diverse comunità online a lei particolarmente avverse. Comune denominatore di tutte queste vicende è proprio il concetto di anonimato online e la crescente pressione che i social network stanno ricevendo per migliorare le loro dinamiche di moderazione delle comunità.

Quella della Lucarelli non è esattamente un'idea illuminata: l'anonimato online è un fattore cruciale dell'utilità della rete e ha permesso per anni il fiorire di comunità che, altrimenti, avrebbero rischiato di incappare in problemi di discriminazione e odio comuni al mondo non-virtuale e che con internet hanno trovato un mezzo per esprimersi senza dover necessariamente rendersi vulnerabili a determinate dinamiche sociali.

Allo stesso tempo, con la crescente pressione globale a dare un nome e un cognome a chi passa gran parte del suo tempo a promuovere odio online, sono in molti ad essersi posti una domanda fondamentale: siamo sicuri che eliminare l'anonimato online aiuti davvero?

Secondo uno studio effettuato da alcuni ricercatori dell'Università di Zurigo i soggetti obbligati ad associare un nome e un cognome ai loro commenti non solo non smorzano le loro opinioni, ma anzi tendono a diventare più aggressivi. "Le aggressioni online non corrispondono soltanto a dei comportamenti illegittimi e irrazionali compiuti da persone prive di empatia e con problemi di socialità e di emotività," scrivono gli autori. "I troll spesso credono fermamente in determinati messaggi politici e sociali e sono fieri di associare i loro nomi alle loro opinioni."

Se in Italia il fenomeno dell'hate speech viene ancora raccontato principalmente attraverso fatti di cronaca, all'estero il dibattito sulla questione si interseca con la cronaca politica e sociale e nell'ultimo anno si è acceso a tal punto da rendere approfondimenti una volta esclusivo appannaggio degli addetti ai lavori delle risorse necessarie per capire come gestire un problema che per molti sta, in tutto e per tutto, "rompendo internet."

È per questi motivi che è arrivato il momento di prestare attenzione a Selvaggia Lucarelli, il cui indubbio merito è stato di riuscire a portare un dibattito del genere al grande pubblico. Prima che diventi l'unico baluardo di una politica di approccio online autoritaria e rischiosa, è bene mettere in discussione le sue tesi non ignorando il potere che un personaggio con uno storico e un pubblico del genere può avere nel direzionare il futuro della regolamentazione italiana su internet.

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