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Sono Rachele, ho vent'anni e allevo pecore

"Mentre i miei amici passavano il fine settimana a pascolare nei centri commerciali, io li passavo sulle montagne pistoiesi a pascolare le pecore."
28.9.17
L'autrice mentre pascola il suo gregge. Foto di Gaia Baldassarri.

Avete presente quella vecchia pubblicità della Mercedes in cui si vede una maestra elementare chiedere agli alunni cosa vogliono fare da grandi? "Io voglio fare l'avvocato", "Io voglio fare il medico", e alla fine tutti rimangono strabiliati quando il protagonista dice che la sua più grande aspirazione è aprire un leasing per una macchina? Quando alle elementari ero io a dire alle maestre e ai miei compagni cosa avrei voluto fare da grande, nessuno rimaneva strabiliato.

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Probabilmente all'epoca "voglio fare la pecoraia" sembrava solo la suggestione di una bambina che aveva passato molto tempo nell'allevamento dei nonni, come avevo fatto io. Tutti gli adulti lo liquidavano con un sorriso e con l'espressione di chi in realtà pensa "vabbè, poi di sicuro cambi idea." Invece non l'ho mai cambiata, e una volta finite le medie mi sono iscritta ad Agraria—una scelta un po' inusuale per una ragazza—proprio perché il mio unico desiderio era quello di poter avere un mio caseificio e continuare quello che i miei nonni facevano da sempre: allevare pecore, mungerle, portarle a pascolare e produrre il formaggio per poi venderlo.

Gli anni delle superiori sono passati velocemente: mentre i miei amici trascorrevano il fine settimana a pascolare nei centri commerciali, io li passavo sulle montagne pistoiesi, a pascolare le pecore. Ogni volta che avevo un po' di tempo libero salivo dai miei nonni per rifugiarmi in quello stile di vita, e cercare di imparare il lavoro. Ovviamente anche io avevo il mio gruppo di amici, e cercavo di bilanciare questo mio interesse con il fatto di essere un'adolescente: andare in discoteca, sbronzarsi, avere relazioni. Ma salire in montagna per stare con le pecore per me ha sempre rappresentato una priorità, oltre che un rifugio.

Gli altri ormai avevano bollato questa mia caratteristica come una "stranezza", dandola quasi per scontata. Negli anni ero diventata la ragazza con questa passione un po' bizzarra per la vita all'aperto e gli aspetti più pratici dell'esistenza, e a cui non interessava molto delle mode del momento o della vita su internet. Tutto questo è continuato fino a che non ho compiuto 17 anni, e mi sono trasferita stabilmente dai miei nonni per cominciare l'apprendistato vero e proprio, che mi avrebbe permesso di intestarmi il caseificio e prendere il controllo dell'azienda.

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La mia non era soltanto una scelta dettata da una specie di retaggio familiare: la prospettiva di passare anni a studiare in una città universitaria mi spaventava, perché detesto lo stile di vita cittadino. Quella sensazione costante di essere circondata da un clima caotico, che ti sovrasta, mi è sempre sembrata una prospettiva terribile. Anche la vita in montagna è caotica dal punto di vista materiale—prendersi cura di un gregge ti tiene impegnato tutto il giorno, e ci sono sempre imprevisti e problemi da risolvere—ma l'approccio mentale è diverso. Non c'è mai nessuno che scandisce il tuo tempo: sei tu che ti organizzi, liberamente, prendendoti i tuoi tempi e senza nessun tipo di pressione esterna. Mi è sempre sembrata una scelta per persone che vogliono sentirsi libere.

All'inizio è stata molto dura: stavo ancora finendo l'ultimo anno di liceo, e nonostante credessi di conoscere le asperità di questo lavoro, non ero preparata. Ora tre volte a settimana faccio il formaggio nel mio piccolo caseificio, la mattina presto, mentre gli altri giorni comincio la giornata mungendo le pecore. Che debba fare l'una o l'altra cosa, non mi sveglio mai dopo le 6,30 di mattina. Subito dopo pranzo, poi, mi occupo del gregge: lo porto a pascolare, medico le pecore che non stanno bene, mi occupo della manutenzione della stalla e addestro i cani da gregge.

Finisco sempre a tarda sera, ed è un lavoro totalizzante. Non esistono vacanze, non esistono giorni di malattia protratti: negli ultimi quattro anni sono riuscita, organizzandomi per trovare qualcuno che prendesse il mio posto, a prendermi al massimo tre giorni consecutivi per allontanarmi dal gregge. E solo nei periodi di scarsa mungitura. Per come sono fatta io, e per il tipo di vita che desidero condurre, non mi pesa. Mi piacerebbe poter fare un viaggio dall'altra parte del mondo? Certo. È frustrante a volte vivere in un posto in cui c'è pochissima offerta d'intrattenimento per i giovani? Ovvio. Ma non cambio certamente impostazione di vita per questo genere di cose.

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Ho un fidanzato che fa il mio stesso lavoro—e che quindi ha le mie stesse priorità—e degli amici con cui passare il tempo libero andando a cavallo o organizzando uscite serali. Il resto è superfluo, per me.

Questo tipo di approccio credo abbia a che fare con un aspetto profondo, anche se all'apparenza banale, della vita da allevatrice (e di chi fa un lavoro a contatto con la natura e gli animali in generale): abitare in montagna, essere continuamente immersa nel ciclo naturale e pratico dell'ambiente circostante e del proprio lavoro, non lascia spazio per le frivolezze. Capisci direttamente come funzionano certi meccanismi, e non in modo astratto. È quello che cerco di spiegare agli altri quando mi chiedono se non mi sento scollata dal mondo contemporaneo, visto che non posto quasi niente sui miei profili social. È una prospettiva estremamente ingenua sulle cose.

Questo stile di vita era ormai talmente lontano dalle prospettive moderne, che non appena la crisi economica ha cominciato a far sentire i suoi effetti, è diventato una specie di grande contraltare per i giovani: la scelta di rottura, "mollare tutto e andare a coltivare la terra o allevare animali". Per anni sono usciti articoli giornalistici che evidenziavano come sempre più giovani facevano questo tipo di scelta, ma sinceramente queste notizie mi hanno sempre lasciata un po' basita.

Purtroppo, come qualsiasi altra cosa, è quasi impossibile improvvisarsi allevatori o contadini. Per questo dico che c'è stato un distacco generazionale talmente forte da questo tipo di vita da renderla quasi fiabescamente bucolica. Io avevo la fortuna di avere alle spalle una famiglia che poteva tramandarmi questo mestiere, ma se avessi dovuto cominciare tutto da sola probabilmente avrei optato per qualcos'altro. Avrei continuato gli studi in agraria, ma non avrei rilevato un caseificio e preso la responsabilità di un gregge.

E sì, lo Stato ha creato agevolazioni fiscali ottime per i giovani che desiderano tornare a fare questi mestieri, anticipando loro la maggior parte dell'investimento—a fondo perduto—per iniziare. Ma la questione economica non è neanche l'inizio: questo lavoro prevede una costante mole di problemi che nessuno può insegnarti a risolvere. Serve solo la pratica di intere giornate.

Come guidare il gregge in modo che non si disperda e si creino dei pericoli, come addestrare i cani in modo che rispondano costantemente ai tuoi comandi, come riconoscere i campi di erba medica dove non far pascolare le pecore—altrimenti gli si gonfia lo stomaco e muoiono—come tenerle protette dai lupi (e nonostante le protezioni vedersene sparire tre o quattro comunque), come curare le malattie che abbassano la produttività delle pecore, come mungere, come produrre del buon formaggio: sono praticamente vent'anni che sono immersa in questo ambiente, e ho ancora davanti una mole di cose da imparare. Chi parte da zero, ha davanti a sé un fallimento quasi certo.