Il dibattito sul caso di Lavagna ci sta riportando indietro di 30 anni

Una riflessione sulla vicenda del 16enne suicidatosi durante una perquisizione in casa della Guardia di Finanza.
Leonardo Bianchi
Rome, Italy
17.2.17

È da qualche giorno che penso a quello che è successo a Lavagna, in provincia di Genova, e non riesco davvero a farmi un'idea chiara—forse è davvero impossibile avercela.

Dell'episodio ne abbiamo letto tutti: lunedì 13 febbraio un ragazzo di 16 anni  si è tolto la vita buttandosi dal terzo piano della sua abitazione, in presenza della madre, del suo compagno e di un agente della Guardia di Finanza. Stando alle prime ricostruzioni, le forze dell'ordine avevano effettuato un controllo all'uscita della scuola frequentata dal ragazzo, trovandogli una decina di grammi di hashish in tasca. Dopo il sequestro i militari avevano deciso di fare una perquisizione in casa per "ulteriori accertamenti."

Qualche giorno dopo è emerso un altro particolare:  quel mattino è stata proprio la madre a chiamare la Finanza perché "aveva sentore del fatto che girasse la droga davanti a scuola." Il generale Renzo Nisi, comandante provinciale della Guardia di Finanza, ha confermato la circostanza dicendo che la donna "si è rivolta a noi perché dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio di smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare; noi abbiamo organizzato un servizio e siamo andati lì."

Durante i funerali, poi, la madre ha letto una lettera in cui ringraziava le forze dell'ordine, chiedeva perdono al figlio per "non essere riuscita a colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano," e parlava anche di droghe leggere: "Là fuori c'è qualcuno che invece vuole soffocarli facendovi credere che sia normale fumare una canna, normale farlo fino a sballarsi, normale andare sempre oltre."

Ora: per ragionare intorno al caso, credo che sia necessario stare alla larga dalle dinamiche familiari—perché a quanto pare riguardano aspetti così complessi e intimi (la genitorialità, l'adozione, la separazione, le logiche locali e sociali di paese) che per forza di cose non possiamo conoscere fino in fondo.

Starei anche molto lontano dalle parole della madre, e soprattutto da quello che è stato costruito intorno ad esse: da un lato l'elevazione a "madre coraggio" che ha lottato per non vedere scomparire il figlio "dentro una nuvola di spinelli" (copyright di Massimo Gramellini); e dall'altro le "accuse" di non aver avuto coraggio, o le imputazioni di responsabilità di sorta.

Il caso di Lavagna, tuttavia, ha indubitalmente una dimensione pubblica. Ed è restando in questa dimensione che emergono almeno quattro ordini di problemi molto più grandi del caso in sé e per sé.

Il primo è quello dei controlli dentro e fuori le scuole. L'anno scorso, a seguito di numerosi blitz antidroga in diversi istituti italiani, avevo scritto di come le forze dell'ordine avessero scatenato una vera e propria "caccia alle canne." All'epoca la presidente di Forum Droghe Maria Stagnitta ne aveva sottolineato la sostanziale inutilità, dal momento che "i numeri parlano da soli: poca quantità di cannabis sequestrata e qualche adolescente denunciato."

In più, mi diceva sempre Stagnitta, questo dispiegamento di forza non assolve minimamente all'obiettivo principale: quello di far diminuire il consumo tra gli adolescenti. Secondo i dati dell'ultima relazione annuale del governo sulle droghe, nel 2015 il 27 per cento degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha fatto uso—anche occasionale—di sostanze; e quella più utilizzata è stata proprio la cannabis. Un terzo degli studenti intervistati, inoltre, ha detto di averla provata almeno una volta nella vita.

Il consumo di sostanze tra gli studenti di 15-19 anni. Dal "7° Libro Bianco sulle droghe"

Tornando ai blitz, sulla loro invasività non ci sono invece dubbi. Come ha evidenziato Domenico Chionetti, storico portavoce della Comunità di San Benedetto al Porto, nei controlli "non ci sono logiche educative, nessuna mediazione: solo reprimere e colpire con la paura."

Gli effetti, inoltre, sono "più deflagranti nei piccoli centri urbani perché i media locali tendono a dare risalto anche a fatti di piccola entità. […] Un ragazzo che a scuola viene beccato da un cane che gli annusa nello zaino e gli trova quattro grammi di hashish sarà condannato dalla scuola e isolato dai compagni di classe che avranno paura a relazionarsi con lui, messo alla gogna dalla perquisizione delle forze dell'ordine."

E qui arrivo al secondo problema, che è strettamente connesso al primo: le modalità con cui sono condotti questi controlli. Nel caso di Lavagna tutto si è svolto "in maniera regolare," come ha ribadito la Finanza e il procuratore di Genova Francesco Cozzi. E secondo quest'ultimo, è proprio qui il problema.

"Fatti di questo tipo inducono a una riflessione profonda," ha spiegato al Secolo XIX. "In situazioni analoghe, quando sono in corso interventi investigativi doverosi, bisognerebbe garantire un'assistenza al minore, cosa che la legge non prevede mentre è obbligatorio coinvolgere uno psichiatra o uno psicologo infantile in caso sia interrogato come semplice testimone."

Cristina Maggia, procuratrice minorile della Liguria, è stata molto più netta. "Sarebbe stata sufficiente una telefonata e avrei sconsigliato la perquisizione," ha affermato in un'intervista. "So bene che le forze dell'ordine hanno agito in modo formalmente corretto; ma non mi risulta che la Finanza abbia competenze particolari sui minorenni."

Il magistrato spiega inoltre che serve una cautela particolare quando sono coinvolti minori, perché su di loro l'azione penale ha la finalità di recupero. "Se scatta qualche provvedimento su uno studente con 10 grammi di hashish, moltissimi s'identificano in lui e le ricadute sono su ogni ragazzo della scuola," continua Maggia. "Se un sedicenne che studia, è un ragazzo modello e non ha precedenti con la giustizia, viene sorpreso con poco stupefacente, non reagisce come il criminale 'cattivo', ma sprofonda."

A chiudere il cerchio sono poi arrivate le dichiarazioni del comandante provinciale della Finanza Renzo Nisi, che ha effettuale la perquisizione. "Col senno di poi immaginerei sicuramente un intervento diverso, con un supporto psicologico presente in casa," ha detto a Il Giorno. "Penserei a una soluzione alternativa. Conoscendo l'esito tragico di quel servizio, adesso dico che era meglio non farlo."

Il terzo problema sollevato dalla vicenda di Lavagna è il disastroso stato dell'informazione sulle droghe in Italia. Come sottolinea Andrea Oleandri sul blog della campagna "Non me la spacci giusta," da troppo tempo passa—sia per i giovani che per i genitori—un unico messaggio: tutte le droghe fanno male, e quindi non serve a nulla conoscere composizione ed effetti.

Tralasciando i soliti deliri di Giovanardi, la plastica rappresentazione di questo atteggiamento è apparsa in un allucinante articolo di Antonella Boralevi pubblicato su La Stampa. Ne riporto il pezzo centrale, perché vale davvero la pena:

Va detto ai nostri figli. La 'canna' non è 'che bello, tre amici , una ragazza e uno spinello' come diceva la canzoncina. La 'canna' è droga. Si chiama hashish. È la chiave che apre la porta della perdita di sé stessi e del proprio futuro. È l'inizio della dipendenza. Porta al crac, alla eroina, alla cocaina, passando per ecstasy e pillole. Drogarsi non è ganzo. Drogarsi é uccidersi la vita da sé.

Per l'autrice, insomma, ci sarebbe "un solo modo per fermare il trionfo della droga nelle scuole. C'è una sola parola che funziona. 'Chi si fa una canna è uno sfigato'." Perché, sostiene Boralevi, "essere 'sfigato' è l'incubo di tutti, e insisto, tutti gli adolescenti. Finché la 'canna' sarà 'fortissima', 'mitica', normale, i nostri figli si adegueranno."

Un bel mischione di convinzioni anti-scientifiche, moraliste e perbeniste, no? Il dramma è che opinioni come queste non sono fuori dalla realtà, ma al contrario organiche ad un discorso generale sulle droghe in Italia che non riesce a schiodarsi dagli spot proibizionisti degli anni Trenta.

In effetti, dice Oleandri nel post, spiegare che "non sempre il consumo di sostanze è problematico o è frutto di uno stato di malessere, come non lo è il consumo di alcol";  e che proprio quando diventa "problematico"  è necessario avere tutte "le informazione adatte per sapere come intervenire."

Per finire, il quarto problema riguarda le politiche generali sulle droghe—e in particolare sulla cannabis.

Dopo essersi affacciata alla Camera, la proposta di legge dell'intergruppo "Cannabis legale"—che è un passo in avanti, ma nulla di rivoluzionario—è stata immediatamente ricacciata in commissione. In pratica, langue in un pantano parlamentare di cui non si vede la fine.

Il relatore Daniele Farina ha dichiarato all' Espresso di sperarci ancora, ma che "finora lo schema è quello di tutti i temi sensibili: continuamo a navigare in un altro mondo." Il senatore Benedetto Della Vedova, commentando il caso di Lavagna, ha poi precisato che "la legalizzazione restituirebbe la giusta misura al consumo di hashish, che va trattato al pari di alcool e tabacco e tolto alla criminalità e al conseguente stigma sociale."

In tutto questo, la Conferenza nazionale sulle droghe (prevista per legge ogni tre anni) non viene convocata da ben nove anni. In quella sede, ad esempio, potrebbe essere utile ricordare che negli Stati Uniti—dove più di 63 milioni di persone vivono in stati in cui la marijuana è legale  anche per scopi ricreativi—si è registrata una diminuzione dell'uso di droghe proprio nelle fasce d'età più giovani.

Ma l'immobilismo sul tema, e la mancanza di un serio dibattito, condanna l'Italia a percorrere una strategia di pura logica penale che rapporti e relazioni hanno ormai indicato come fallimentare e controproducente—e in cui, purtroppo, confluiscono anche tragedie come quelle di cui si dibatte in questi giorni.

Thumb via YouTube.

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