FYI.

This story is over 5 years old.

Il futuro della diplomazia digitale

Andreas Sandre ci ha spiegato che la diplomazia digitale è un po' come il rapporto tra 'House of Cards', 'Una donna in carriera' e 'Frozen.'
9.6.15
Immagine via Andreas Sandre

Non è una novità che il dibattito politico abbia riversato i suoi splendori e miserie sul web. Solo in Italia, la pagina facebook di Salvini, i tweet di Alfano e di Renzi, perfino la recente rinascita di Berlusconi su Instagram non fanno che confermare una tendenza comprensibile, ma ancora primitiva e, alle volte, degradante. A marcare il contrasto, quasi contemporaneamente a @berlusconi2015, negli Stati Uniti Obama ha aperto l'account twitter @POTUS, appannaggio dei futuri presidenti americani, a prescindere da chi vincerà le elezioni. È un particolare importante, che ha già dato adito allo scambio più caustico dell'intera campagna elettorale.

Good question, President ObamaMay 18, 2015

Le pratiche di politica digitale sono le più svariate, a volte genuinamente sperimentali, sfuggenti. Per molti politici, internet è ancora uno strano oggetto da prendere a calci finché non fa beep. Altri ancora lo prendono a calci con studiata ferocia. Gli esempi positivi però, a ben guardare, non mancano. In un'epoca di trolling compulsivo, reputation management e leak digitali, è ancora possibile guidare in modo efficace l'integrazione tra tecnologia e politica?

Andreas Sandre, 39 anni, è il Press and Public Affairs Officer dell'Ambasciata Italiana a Washington e ha da poco pubblicato "Digital Diplomacy: Conversations on Innovation in Foreign Policy", una raccolta di interviste a figure governative e della tech industry sul tema della politica digitale.

Motherboard: Ciao Andreas, che cos'è la digital diplomacy?

Andreas Sandre: Digital Diplomacy è l'insieme delle pratiche digitali che diventano estensione e integrazione della diplomazia tradizionale. Un aspetto importante da capire però è che ci sono molti strumenti, non tutti innovativi, a cui rivolgersi. Un facile esempio è la geolocalizzazione dei messaggi di testo nelle situazioni di crisi, dopo uno tsunami o un terremoto, come recentemente in Nepal. Quando si parla di innovazione bisogna mettere l'accento, più che sulle ultime tecnologie, sulle idee che possono cambiare quello che già abbiamo.

Qual è la prima intervista dal tuo libro che ci consiglieresti?

Difficile sceglierne una. Partono tutte da angolature diverse perdare un quadro completo dello stato del digitale in politica e diplomazia. Quella a Joi Ito, direttore del MIT Media Lab a Boston, è quella che piu' mi ha fatto riflettere. Ito dice che l'innovazione non è solo tecnologia, analisi dei risultati e del proprio percorso, ma
anche serendipity, un vero e proprio percorso che lui definisce magico.

Andreas Sandre alla Stockholm Initiative on Digital Diplomacy, SIDD (gennaio 2014) con Moira Whelan. (Credits:Catarina Axelsson/UD/MFA)

E la seconda?

L'intervista a Anne-Marie Slaughter, presidente del New America Foundation, offre senza dubbio una fotografia delle nuove realta' con cui in politica e diplomazia ci confrontiamo giorno dopo giorno. La Slaughter lavorato al Dipartimento di Stato come capo del policy planning, ovvero la strategia di politica estera del dipartimento. Parlando di potere nell'era digitale, quel che lei descrive non è più il tipico scacchiere regolato dai governi, quanto piuttosto una rete complessa di diverse realtà, di cui i governi fanno parte in modo non esclusivo. Piccole nicchie di potere diffuso, collegate una all'altra, di cui fanno parte anche cittadini, politici, organizzazioni no profit, fondazioni, gruppi di società private, e tutti sono in relazione uno con l'altro. Quel che resta da capire è quale sia l'equilibrio ottimale per questi network in un mondo iperconnesso.

In che modo il digitale influenza questa dinamica?

Il digitale finisce per spezzare i confini tra politica e quella che è un istituzione privata, una ONG, il singolo cittadino, ma non solo. Anche le gerarchie all'interno di queste organizzazioni si ricombinano. Non ci sono più solo obblighi calati dall'alto, ma spinte dal basso che salgono con maggiore facilità. Tutti cooperano a diversi livelli in questa rete complessa.

E questo sta ridefinendo le relazioni tra le varie realtà coinvolte?

È impossibile immaginare governi che hanno relazioni solo con altri governi. Prendi il governo italiano. Quando Matteo Renzi ha visitato per la prima volta gli USA, non solo è andato all'Assemblea Generale dell'ONU, ma è stato anche in Silicon Valley ad incontrare gli innovatori, è andato a Detroit per incontrare la comunità italiana. Sono realtà vere e proprie con cui si interagisce inizialmente per via digitale, e poi con un faccia a faccia. La sfera tradizionale, diplomazia o politica, continua a rimanere un elemento fondamentale.

Lo scambio tra Obama e Clinton su @POTUS rivela che la comunicazione digitale viene giocata con molta ironia.

L'ironia è fondamentale. La parola chiave sui social è "engagement." Attirare il pubblico e stabilire una conversazione. È una comunicazione non a senso unico, a differenza del comizio o del comunicato stampa. L'audience diventa una parte attiva della conversazione.

Perché @POTUS ha aperto solo ora?

Obama vuole dare un suo imprimatur a quella che è stata la startegia della Casa Bianca sul tema del digitale. Riguarda il rapporto con il cittadino americano più che la diplomazia con altri paesi.

Andreas Sandre. Immagine via Facebook.

In Italia abbiamo invece Berlusconi su Instagram, possiamo prenderlo a paradigma dell'uso dei social in Italia?

Instagram viene usato meno di quanto non potrebbe essere. L'immagine fotografica o il video hanno sempre più importanza, per la loro immediatezza. Su ogni social si sta ancora cercando di capire quale sia l'integrazione migliore tra immagine e messaggio. Quel che è vero è che l'uso cambia da paese a paese, ma l'obiettivo finale è sempre il cittadino, comunicare la propria strategia politica e in ultima analisi guadagnare voti. Ma se si guarda ai profili dei governi la cui lingua ufficiale è l'inglese, l'impatto all'estero è grande, molto più del profilo di un politico italiano o di un altro paese.

Per valorizzare la diplomazia digitale bisognerebbe cominciare a scrivere in inglese?

No. È sempre meglio cominciare da casa propria.

Quali sono le migliori pratiche da cui potremmo cominciare in Italia?

Da gennaio 2014 esiste un gruppo che si chiama SIDD (Stockholm Initiative for Digital Diplomacy) che mette insieme i professionisti mondiali della diplomazia digitale per capire quali siano le migliori pratiche di ogni paese e delineare una strategia collaborativa per il futuro. Aderire a questo tipo di collaborazioni è fondamentale per capire il futuro.

Quali sono le nuove piattaforme che la politica sta tenendo d'occhio?

Negli Stati Uniti si parla da tempo di Snapchat. È usato soprattutto dai più giovani, quindi da persone che ancora non votano ma presto lo faranno. Viene chiamato "naughty social media" per via dei contenuti espliciti che si trovano, ma anche Snapchat evolve, ora per esempio ha un programma di news. Naturalmente ci sono anche Periscope e Meerkat per il live streaming, questo tipo di real time è molto importante per la politica.

È importante ma ancora non si sa bene come usarlo, si procede per tentativi.

Esatto. È fondamentale sperimentare. I social network hanno spinto i governi a sperimentare di più, e questo è tutt'altro che banale. Pensiamo alla parola innovazione: da un lato significa "disruption", rottura con lo status quo. Per qualsiasi governo è difficile, possibile ma difficile, rompere con lo status quo. Dall'altro lato significa imparare dai propri errori. Considerare gli errori come parte della strategia politica è complicato. Possibile ma molto rischioso. Il rischio è fondamentale.

Recenti studi sembrano collegare un migliore uso del digitale a un calo della corruzione nel pubblico e nel privato. Allo stesso tempo, il digitale viene percepito come un pericolo per la privacy.

Il ruolo della privacy è fondamentale. Qualche anno fa Target, un grande retailer americano, spedì un coupon per mamme partorienti a una sedicenne. Incrociando i recenti acquisti della ragazza, vitamine e altri prodotti, avevano dedotto che fosse incinta. Era vero, ma la famiglia ancora non lo sapeva e ci fu uno scandalo per violazione della privacy. Questo per dire che l'uso digitale dei dati permette molte cose, ma per i governi situazioni del genere sono impossibili. Il rispetto della privacy dei cittadini viene prima di tutto se si vuole instaurare un rapporto di fiducia. E in Europa le leggi sono ancora più stringenti che negli Stati Uniti.

Cosa hanno in comune House of Cards, Frozen e Una donna in carriera?

Come vedi il futuro della diplomazia digitale?

Bisogna lavorare sul concetto di engagement. Raggiungere chi non è sui social. Come si può interagire con chi non usa Facebooko Twitter? Nel continente africano la maggior parte dei movimenti finanziari privati avvengono tramite sms da cellulari di vecchia generazione, non smart. È necessario comprendere cosa vuol dire "era digitale": significa abbracciare la tecnologia, dalla più semplice alla più complessa. Significa inoltre capire Internet, le connessioni complesse che la rete offre. E significa anche cercare di rendere l'accesso a Internet una priorita'. Facebook per esempio sta portando avanti un importante progetto attraverso Internet.org

Qual è la storia che ti ha più colpito durante il tour di presentazione del libro?

Il percorso del Kosovo è particolare e di grande successo. La loro politica estera aveva come priorità il riconoscimento del proprio paese e hanno esteso questa priorità a internet. Il governo ha creato un programma con il quale poter interagire con i cittadini che non abitavano più in Kosovo, per spingere Twitter e Facebook a creare l'opzione "Kosovo" tra quelle del paese d'origine. Lo stesso hanno fatto con le maggiori università internazionali, perché chi era del Kosovo non poteva iscriversi con la propria nazionalità, perché sull'elenco non risultava.

Un'ultima domanda. Segui House of Cards?

Sono un grande fan.

Immagine: 'House of Cards'

Ha molti fan sia a Washington che alla Casa Bianca, dicono che sia molto realistica.

Diciamo, più che realistica, che è molto legata alla realtà. Ero a un evento organizzato da Mashable a Washington la scorsa settimana, il Digital Beltway. La mia presentazione della digital diplomacy l'ho fatta proprio partendo da House of Cards. La domanda che ho fatto al pubblico è stata: cosa hanno in comune House of Cards, Frozen e Una donna in carriera?

La risposta è che House of Cards rappresenta il volto tradizionale della politica. A un certo punto si dice "la diplomazia è ancora il rapporto tra due capi di stato" e questo è sempre vero. Il digitale ha un grande impatto, ma il tradizionale rimane. Una donna in carriera è l'aspetto innovativo, una ragazza che da segretaria vuole diventare capo d'azienda, e nel percorso impara cosa vuol dire innovazione. Frozen è invece il discorso di Joi Ito, il magico, che deve rimanere parte del processo innovativo. Quest'ultimo è l'aspetto più difficile da capire per i governi.

In House of Cards allo stesso tempo si vede molta influenza del digitale. Basti pensare ai videogame di Frank Underwood, penso soprattutto a Monument Valley.

È un esempio molto significativo. Monument Valley ha questo aspetto di scoperta che è un tema portante di House of Cards.

Ed è un chiaro simbolo della serie: le apparenze ingannano.

Proprio così.