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Il primo LP delle Donnas compie vent'anni, ma sarà sempre adolescente nel cuore

Abbiamo parlato con la cantante Brett Anderson dei suoi ruggenti anni da teenager punk e di come, da adulta, è tornata all'università.

di Ilana Kaplan
30 gennaio 2017, 11:00am

Scoprii le Donnas grazie alla mia passione per le commedie romantiche di fine anni Novanta e inizio Duemila. Nello specifico, stavo guardando la finta storia d'amore Adrian Grenier e Melissa Joan Hart trasformarsi in vero amore in Drive Me Crazy, quando Grenier per fare il figo porta Hart a vedere le Electrocutes—che poi sarebbe le ragazze delle Donnas prima che le Donnas le occupassero a tempo pieno. Sul palco portano top glitterati (molto anni Novanta) e la loro attitudine incazzata e riot grrrl sprizza da ogni mossa e da ogni riff. Il loro ruolo era quello di conferire a Grenier l'immagine del cattivo ragazzo ribelle con cui avresti voluto scappare dopo il concerto (ma non dimentichiamo la comparsata della band in Streghe). 

Dopo aver visto il film mi sono tuffata nella discografia delle Donnas. Era il 1999 e la band aveva pubblicato tre album dalla sua formazione nel 1993, potevano bastare. Le Donnas erano giovani donne fortissime la cui estetica era un'intelligente misto di Ramones e Runaways, mentre i loro testi erano decisamente sfrontati e mi insegnarono lo slang per parlare di droga ("Everybody's Smoking Cheeba") e come studiare un piano per uccidere la fidanzata della persona che ti piace ("Get Rid Of That Girl"). Il loro album più famoso è del 2002 ed è uscito su Atlantic Records: si intitola Spend the Night e contiene il pezzo pop perfetto "Take It Off"; ma il primo album omonimo delle Donnas è pieno di melodie lo-fi e inni da tre accordi, un mix di insolenza adolescenziale e ringhio punk. Non c'è una canzone che superi i tre minuti ed è la musica perfetta da ascoltare sul walkman mentre esci di nascosto di casa per una seratona in città. Quest'anno il loro primo album compie vent'anni. Dall'ultimo concerto delle Donnas nel 2012, la cantante Brett Anderson si è data allo studio, a Stanford, alla sua band The Stripminers e alla sua musica da solista (ha appena firmato un contratto con una casa discografica). Ci siamo incontrate per parlare di questo disco sottovalutato, dell'undici settembre, di download e delle diverse personalità delle sue band. 

Noisey: Come vi è venuto in mente di chiamarvi The Donnas?
Brett Anderson: È successo giocando con il logo di McDonald's. È stata una cosa piuttosto casuale. Suonavamo insieme dal 1993, quando eravamo alle medie. Eravamo in due band: The Electrocutes e The Donnas.

Aspetta un attimo, quindi le Electrocutes esistevano davvero? Non le ha inventate il regista di Drive Me Crazy?
Certo! Il regista ha usato il nome della nostra altra band. Era un nostro fan e ci ha detto: "quanto sarebbe figo usare il vostro nome segreto?" Avevamo un disco con il nome The Electrocutes intitolato Steal Your Lunch Money. Quando abbiamo pubblicato il disco bianco e nero delle Donnas, avevamo ancora anche le Electrocutes. Le Donnas erano più punk rock stile Ramones, le Electrocutes più casiniste. Ci piacevano un sacco i Sonic Youth. Una volta abbiamo suonato alla radio di Stanford come Donnas, e subito dopo come Electrocutes. Le Electrocutes erano la nostra vera band, e le Donnas il side project. Poi le Donnas hanno cominciato ad avere successo, così siamo finite per unire le due band. American Teenage Rock 'n' Roll Machine è stato il momento in cui le due band si sono fuse. Penso che da quel momento in poi la musica sia cambiata un bel po'. 

Eri tu la songwriter principale, o ci lavoravate insieme? 
È sempre stata una cosa collettiva. Abbiamo sempre scritto da una prospettiva di gruppo. Tra noi ci chiamavamo la "Fun Generation". Ogni volta che scrivevo i testi, cercavo di concentrarmi su qualcosa che ci rappresentasse tutte e quattro. Quando qualcun'altra scriveva i testi, cercavo sempre di comprendere e di renderla una cosa di gruppo. 

Che cosa stavate ascoltando nel periodo in cui avete composto il vostro primo album?
L'influenza principale di quell'LP erano i Ramones. Per le Electrocutes erano Free Kitten, tutta la roba riot grrrl, Bikini Kill, Bratmobile, L7, Sonic Youth, Faith No More, Metallica, KISS, Poison, Mötley Crüe e David Lee Roth. Ascoltavamo un sacco di roba.

Foto originale presa dall'archivio personale di Brett.

Quali sono le tue canzoni preferite sul disco bianco e nero?
In quel periodo scrivevamo insieme al produttore Darin [Raffaelli]. Quel disco sembra composto di vecchi classici alle mie orecchie. Io amo i vecchi classici. "Let's Rab" e "Let's Go Mano" sono canzoni che avevamo scritto con Darin. "Rab" è una parola che diceva una nostra compagna di scuola, e noi l'abbiamo trasformata in slang per quella canzone. Anche "Mano" era una parola inventata. "Last Chance Dance" è interessante perché l'intro della canzone è il nostro insegnante di geometria di terza media che fa un vero annuncio. Non ricordo se abbiamo scritto la canzone su quel ballo in particolare o era una coincidenza. Ricordo Allison che gli chiedeva se potevamo usarlo per la canzone. 

Avete iniziato ad avere successo già dal vostro primo disco, o solo da Spend the Night?
Questo disco per me rimane sconosciuto. Ho sempre pensato che ai tempi nessuno sapesse chi eravamo. Mi ricordo che "Huff All Night" era una delle mie canzoni preferite. Era molto divertente da suonare e anche comporla fu divertente. È stata una delle prime volte che ho pensato sul serio a come mettere insieme la struttura del ritornello con la melodia.

Come è cambiata la vostra vita con Spend the Night e il contratto con Atlantic?
È stato pazzesco. Ho appena risentito questa storia da una prospettiva diversa, e io non me n'ero resa conto, ma avevamo un tour in programma subito dopo l'undici settembre. È successo di lunedì, e quel venerdì noi abbiamo suonato a Los Angeles, al Palace. Avevamo un intero tour pianificato e i nostri genitori non volevano lasciarci andare. Noi abbiamo deciso di andare comunque, perché era importante. Siamo arrivate a New York e ci aspettava un sold out all'Irving Plaza, un mese dopo l'undici settembre. C'erano i rappresentanti di tutte le case discografiche. Era la prima volta che la gente usciva perché dopo l'undici settembre erano rimasti tutti nascosti per un po'. È stato un tempismo davvero strano. L'intera nazione era in lutto. Noi eravamo spaventate e sconvolte, ma nel frattempo la band stava andando molto bene. È stato molto complicato. Ricordo anche che quel concerto fu una figata nonostante tutto quello che stava succedendo. Ci siamo dette: "Se c'è una cosa che siamo in grado di fare, è un bel concerto".

Sei ancora in contatto con le altre ragazze?
Certo! Anzi, sto messaggiando con Maya in questo preciso momento.

Avete suonato insieme ultimamente? Tornerete mai a suonare insieme?
No, è passato un bel po' di tempo, tutti ce lo chiedono. Ma abbiamo suonato abbastanza per una vita quando eravamo giovanissime. 

Che cosa fai ora?
Ora sono a Stanford. Sto per laurearmi. Lo so che è molto strano. Nel nostro primo disco c'è una canzone intitolata "I Don't Wanna Go To School". Fa ridere quando si fa questo salto d'identità. Mi ricordo di quando ero in tour e dicevo: "L'università è una stronzata. Una montagna di debiti e poi non riesci a trovare lavoro". E ora sono all'università. Studio psicologia. Avevo iniziato questa facoltà a Berkley nel 1997. Pazzesco. Stavamo per partire per il tour, ma non pensavamo che avremmo avuto successo, così ci eravamo iscritte tutte all'università per un semestre.

Qual è il cambiamento più grande che hai visto nell'industria musicale nel corso degli anni?
La prima cosa è stata Napster, e quello è stato un bel disastro perché le etichette pur avendolo previsto non hanno voluto adattarcisi. Avrebbero dovuto, e avrebbero avuto molte possibilità. È facile dirlo per me perché non lavoro per una casa discografica, ma eravamo abbastanza coinvolte nel business e sapevamo che sarebbe successo. Non si può fermare l'America. Dobbiamo farci furbi su queste cose. Quello che invece siamo finiti per fare (controvoglia) è che il nostro prodotto, il disco, è diventato solo un mezzo di promozione. Quindi è finita che fai uscire i dischi sperando che spargano la voce sulla tua band, e i tuoi prodotti diventano il concerto e il merchandise.

Guardando a come stanno oggi le cose, pensi che l'industria musicale sia cambiata in meglio o in peggio?
Quando è successo noi è diventato completamente impossibile vivere del nostro lavoro. Abbiamo dovuto cercare di fare soldi da tutte le altre cose marginali. È stato difficile e scoraggiante e poi è arrivata la crisi. È come se la crisi dell'industria musicale fosse stata l'avanguardia di quella nazionale. È stato un doppio colpo. Mi sembra che i soldi non siano mai più ritornati nell'industria musicale. È stata una valvola che si è aperta in un senso solo. Se ci penso adesso e penso a come se la cavi una band che inizia al giorno d'oggi, proprio non so come ce la faccia.

Che consiglio daresti a te stessa da giovane?
Direi: non preoccuparti del domani così tanto, e di come quello che stai facendo ora influirà sul tuo futuro perché, davvero, non importa. Pensavo che ogni cosa influisse sulla mia vita e fosse o-la-va-o-la-spacca, ma non è così. Mi direi di andare al ballo dell'ultimo anno di superiori. Non ci sono andata perché pensavo fosse una stupidata, una formalità. Ma del ballo mi sarei ricordata per tutta la vita, mentre ora non ricordo che cosa ho fatto quella sera.

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