Illustrazione di Simone Tso.
Come sapete vivo in una zona di Roma che è sulla bocca di tutti, il Pigneto. Poche volte citato in senso positivo, in linea di massima la sua storia sembra divisa da un muro temporale che potrei chiamare pre e post pasoliniano.
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Ma non perché io ci creda veramente a ‘ste stronzate, anzi: piuttosto perché il mito dei luoghi di Accattone è talmente forte nell’immaginario radical chic da diventare oggetto di pellegrinaggio e turismo coatto. Una volta c’erano le baracche, Pasolini passava il suo tempo in quelle favelas diventandone un testimone per eccellenza, ma—appunto—in quegli stessi luoghi ci sono oggi locali orrendi e calamite per ruffiani che manco Trastevere (cosa che Pasolini aveva a suo modo previsto). Nello stesso momento però almeno a Torpignattara si respira l’aria di un terzomondismo ancora verace, che forse avrebbe fatto la felicità del poeta sembrando un bignami dei suoi film, dal Fiore delle mille e una notte a Appunti per un’Orestiade africana. Ma anche in quel frangente Il problema è che Pasolini viene citato con semplificazioni a caso: vedi un cumulo di monnezza con quattro zingari intorno: “Situazione pasoliniana”. Vedi prostitute e quartieri degradati: “Tutto ciò è pasoliniano”, due che si inculano alla luce del sole, “lo spirito di Pasolini.”
Al povero Pasolini hanno dedicato fra le più brutte vie della storia, forse pensando di fargli un favore… ma quando vedo il comprensorio di via Pier Paolo Pasolini a Roma, a due passi dal carcere minorile di Casal del Marmo in cui Pelosi venne spedito subito dopo il delitto, penso più che altro a una presa per il culo a suo danno.
Non solo: “si sono imparati” a rigirare il suo pensiero come un calzino, tanto oramai lui è cenere non potrebbe più difendersi che so… dalle accuse di aver difeso la polizia in occasione degli scontri di Valle Giulia oppure di essere filoisraeliano. Nel primo caso basta citare superficialmente tre righe su una poesia di cinque pagine che non è altro che una giustissima accusa al movimento del ‘68 di attuare una rivoluzione borghese contro i padri borghesi e nulla più, coll’aggravante di usare i proletari come scudi umani arruolandoli nella polizia. Nel secondo basta chiudere gli occhi su tutta una serie di riflessioni storiche sulla questione mediorientale colpevoli solo di non essere rassicuranti. Insomma, alla fine te lo ritrovi strumentalizzato da sinistra quanto, incredibilmente, da destra.
Lo stesso vale ancora e forse di più se si parla delle sue opere letterarie e soprattutto filmiche, con chi credere di averci capito qualcosa e finisce a fare involontariamente il gioco di Pasolini stesso, sempre pronto a dare di sé un’immagine scivolosa e inafferrabile e a far credere all’intellettuale—quanto al rivoluzionario—borghese di essere nel giusto proprio nel momento in cui lo percula. Pasolini è diventato una statuetta da comodino, un santino, cercano tutti i modi per consumarlo anno dopo anno e non credo che lui, che era convintissimo che l’arte vera, se ha ancora senso questa parola, fosse inconsumabile, sarebbe stato contento di questa continua forzatura che porta il personaggio in cima e la sua opera in coda. È arrivato il momento di dire basta.
Pasolini passeggia per il Pigneto: non l’avesse mai fatto.
Lo spunto per questo articolo mi viene infatti dall’uscita del film di Abel Ferrara su Pasolini, in questi giorni in concorso a Venezia: in realtà molti miei amici e conoscenti già in anteprima mi avvisarono, avendo lavorato sul set, ma ancora la tematica era piuttosto vaga. La prima cosa che mi viene in mente è un sonoro “Che palle”. Poi però penso al Cattivo tenente, a tutte quelle menate sulla colpa, la religione e il peccato tipiche di Ferrara che forse forse il nostro potrebbe anche azzeccare il colpo, vista la complessa e intricata vita psicologica di Pasolini. Potrebbe uscirne fuori anche un bel blaxploitation movie, un film d’azione magari niente affatto agiografico, perché oggi Pasolini va visto in questa prospettiva, come ben diceva lui stesso: ”Bisogna ragionare, non applaudire o disapprovare. Abituatevi al dubbio, e a dibattere veramente i problemi.” Ci vorrebbe nessuna mitizzazione, ma uno sguardo alla Moravia che non esitava a dire che il suo amico era sì uno degli ultimi grandi intellettuali italiani, uno di quei poeti che nasce una volta ogni 100 anni, ma soprattutto era un pazzo fuori di testa da competizione.
Quindi mi sposto nella terra adottiva dei miei nonni materni per raccogliere le idee sull’ennesimo recupero di Pasolini. Un suo luogo ancora non recuperato: il Pontino. Per la precisione Sabaudia, dove in estate passava quelli che lui chiamava “riposi forzati e ansie di lavori futuri.” Nel dopo ’68 prese in affitto una casa sulle dune con Moravia e i due, in mutande canotta e un paio di birre da 66, scrivevano e riflettevano e con Ninetto Davoli, Laura Betti e Schifano (che anche lui trascorreva le vacanze a due passi) facevano cenette a base di pesce fresco ed elucubrazioni. Esiste anche un filmato per la Rai in cui Pasolini parla di Sabaudia come esempio di fallimento del regime fascista, dicendo che quest’ultimo non ha intaccato la mentalità operaia della popolazione, anzi gli è scivolato dietro. A lui interessava molto questa resistenza implicita nel popolo- sentimento che Mogol avrebbe forse ripreso da lui e immortalato con i versi “che nessun detersivo può aver veramente sbiadito” dal meraviglioso Anima Latina. Purtroppo non l’ho mai incontrato al bar in piazza, in mezzo al popolo: è morto nel 1975, pochi giorni prima della mia nascita.
Esiste un Pasolini uomo, con i suoi momenti di purezza estrema e non solo l’artista votato a dare scandalo più o meno calcolato. Come dice rispondendo a un attacco di Umberto Eco riguardo la sua semiotica del cinema: “che io sia ingenuo non c’è dubbio: e anzi poiché non sono—con tutta la violenza di un maniaco anche nel non volerlo esserlo—un piccolo borghese, non ho paura dell’ingenuità: sono felice di essere ingenuo, ed anche qualche volta ridicolo.”
E quindi eccolo scendere a mare scherzando con Bertolucci, Maraini e Sergio Citti, come da ricordi di Paolo Giaccio, trovando nelle “nuvole di muffa rosa” la pace temporanea nel ribollire di idee inquiete del suo animo, perché come dice la vedova Schifano “per un artista non c’è vacanza, sempre è vacanza e sempre è lavoro.” Poi, ovviamente, con la notte, il nostro si avventurava alla ricerca della cruda realtà. All’epoca a Sabaudia c’erano un bel po’ di quartieri baraccati, un sottoproletariato fitto e primitivo; a volte se ne andava al lungomare alla ricerca di compagnie particolari. Dai racconti di mia madre, che dava ripetizioni di italiano ai bambini di queste favelas in miniatura, Pasolini era visto come un alieno, e ovviamente giravano brutte storie su di lui. Vere o false che siano, lui faceva qualsiasi cosa alla luce del sole perché non aveva paura dei suoi mostri di contraddizione, anzi con essi si faceva leva.
Durante questa permanenza marina Pasolini scriveva gli articoli per il Corriere, quelli che saranno poi raccolti negli Scritti Corsari. Va bene il poeta, va bene il cineasta, ma le sue analisi e i suoi “parlar da solo” sull’attualità vanno oltre. Soprattutto i botta e risposta con i lettori contenuti ne Le belle bandiere, del periodo in cui collaborava con Vie nuove. Un uomo che non si esime dal dialogico, anzi ci si butta a pesce rivelando una personalità consapevole di vivere in un’era di nevrotici che hanno bisogno di essere scossi, lui compreso. Era uno di quelli che in inglese si chiamano “confrontational guys”, un portavoce della terapia d’ urto intellettuale. Questi carteggi sono il tentativo ovviamente fallito di uscirne fuori, in confronto ai quali l’opera letteraria e filmica risulta quasi accessoria, quasi un riassunto delle puntate precedenti e successive.
Solo Petrolio, il libro che molti dicono causa del suo assassinio viste le tematiche scomode legate al delitto Mattei, riesce in qualche modo a restituirci il vitalismo di Pasolini grezzo e senza sovrastesure, proprio perché frammentario e incompiuto, postumo e per questo eterno. Per non parlare del suo teatro di parola, sempre sottovalutato, ma che con la sua antiretorica allucinata è riuscito a bucare molto più delle velleità teatrali del gruppo ‘63. E poi nelle canzoni, vere bombe a mano, popolari e nello stesso tempo così atrocemente moderne: ricordiamo soprattutto “Cristo al mandrione” e “Cosa sono le nuvole”, un pezzo musicato da Domenico Modugno nato per l’omonimo episodio de Capriccio all’italiana poi diventato manifesto a sé, dalle liriche sublimi e dritte al bersaglio.
Anche in questo caso esiste un sabotaggio rispetto alla musica di Pasolini, o meglio di Morricone per Pasolini: impossibile trovare le colonne sonore se non in sporadiche compilation come se fossero avvolte da una spessa pellicola repellente. E che dire del Pasolini critico? Descrizioni di descrizioni è un monumento, uno schiacciasassi già dal titolo: un Pasolini che sembra quasi Stefano Tamburini alle prese con Eno/Byrne quando stronca incredibilmente Fenoglio, e allo stesso modo incredibilmente incentra la sua critica su temi bassi anziché il contrario. Nonostante i suoi limiti non esita a mettersi in gioco, non indossa il giubbotto antiproiettile: questo praticamente in ogni campo del sapere che sperimenterà, con dirompente piglio autodidatta.
In effetti il cervello di Pasolini sembra una macchina artigianale per fabbricare il vetro soffiato: tutte le sue intuizioni—soprattutto quelle in cui potrebbe essere considerato un geniale dilettante—stanno in piedi come un vaso di pregio. Ma basta una spallata e bam, addio. È la spallata che hanno dato a lui, che è morto come uno Jaco Pastorius della poesia: ha rotto il cazzo un po’ a tutti, ha accettato la sfida, ha lottato ad armi impari, ha provocato i buttafuori della morale senza averne il fisico. I suoi avversari hanno vinto, arricchendosi anche a sue spese, ma la loro vittoria è una sconfitta. Con Salò Pasolini li aveva avvisati: non siete altro che leoni in gabbia con l’illusione di fare i domatori: vi farò quindi vincere, così che possiate sbranarvi fra di voi. Salò è in questo senso tutto quello che tocca vedere di Pasolini, il suo capolavoro assoluto.
Salò V per Vendetta Salò è La sequenza del fiore di cartaE infatti chi consuma Pasolini oggi consuma solo il Pasolini “buono”, non questo qua, che si autoannulla nei fotogrammi secondo una programmatica ben precisa espressa in Empirismo Eretico: “la libertà è un attentato autolesionistico alla conservazione,” per cui un autore deve scandalizzare e lo spettatore deve necessariamente godere dello scandalo se non vuole restare passivo. Perché l’unico modo di fare arte è quello di scardinare l’agio, quindi tendere verso la morte propria del perdersi guardando un film e nel fare un film.
Speriamo che valga anche per Ferrara.
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