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Ma c’è un precedente rispetto a questo episodio. Prima di Tarantino, forse l’unico regista ad aver detto davvero NO a Morricone e averlo gettato in pasto al cinema splatter è John Carpenter: il film incriminato è La cosa e la sua genesi è, a mio avviso, la summa del Morricone pensiero, con tutte le sue contraddizioni.Premettiamo: da sempre Morricone è considerato il più importante compositore italiano di musica da film. Gli altri non hanno la visibilità e probabilmente il suo carattere, ma neppure il lungo curriculum che spazia dalla musica concreta (Nuova Consonanza) alle canzonette (Morandi, Mina e co.), ai film comici fino alle prove più propriamente sinfoniche, e una grossa fetta del suo lavoro è dedicata all’arrangiamento. Una buona maggioranza lo considera un genio, e senza dubbio è una mente. Se seguiamo il motto di Carmelo Bene, cioè “il talento fa quel che vuole, il genio fa quel che può” obiettivamente Morricone è un genio, avendo piegato qualsiasi stile alla sua personalissima visione del mondo. Purtroppo viene ricordato principalmente per i film di Sergio Leone, e questo non gli rende giustizia. In effetti i temi delle colonne sonore dei film di Leone sono popolarissimi e chiunque è capace di fischiettarli: all’epoca talmente ficcanti da poter essere paragonati alla sorte di “Imagine” di John Lennon: col passar del tempo quella musica rivela tutti i suoi limiti e invecchia musealmente. Personalmente non mi è mai piaciuta l’enfasi di molte sue composizioni classicheggianti, e spesso rimango perplesso anche di fronte alle sue canzoni, che trovo a volte ruffiane se non puri esercizi di stile (a parte nei casi tipo Cicciolina); ma è là che se ne vedono il mestiere e il cinismo di fondo. Non importa cosa e per chi scrivo, l’importante è la grana. Tu sei il cliente ed io “mi vendo”, per cui avrai il prodotto che desideri anche se sono al minimo storico per quanto concerne l’ispirazione.
Nonostante questo, la grandezza di Morricone è quella di tramutare anche le cagate in oro e il mestiere in sentimento e capolavoro, da vero artigiano della musica. In tal senso è sempre stato dichiaratamente un uomo pronto al successo di massa quanto alla commozione sincera. Infatti, accanto alle collaborazioni vissute quasi come militanza passionale (vedi Petri) di base si concede a chiunque lo cerchi, anche a personaggi che non stima (vedi Zucchero). L’importante, appunto, è il cash. In questo senso Morricone è “the great score swindle”, e andrebbe rispettato solo per questo. Ma alcune sue recenti mosse quali l’affiancarsi al figlio nella composizione e la pressante richiesta di un Oscar (praticamente un contentino di lusso) rivelano un suo profondo desiderio di consacrazione che in un contesto culturale e politico come quello odierno dovrebbe essere più che felice di non ricevere: perché anche senza riconoscimenti accademici, è sempre stato un’icona imbattibile.
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Ad aiutare questo senso di mostruosa impotenza ci sono i sintetizzatori, centellinati ma efficacissimi: la prima versione in apertura, solo con gli archi, è quasi rassicurante. Tutto sommato un classico score fanta-drammatico. Ma coi sintetizzatori glaciali e ossessivi messi in gioco da Carpenter, dall’intera colonna sonora fuoriesce satana. Qualcosa di davvero disumano e spaventoso, zone maniacali che sembrano non solo evocate, ma anche vissute sulla pelle del compositore. Sembra che questa musica metta a nudo l’anima lacerata di Morricone, e la calda matematica freddezza delle sue rigorose composizioni. Tutto il disco trasuda malattia e delirio, ma per la maggior parte dei brani in maniera “kubrickiana”—cioè basandosi su un estremo ordine formale, aiutato anche dai probabili sequencer utilizzati.
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