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Il secolo africano

Forse è arrivato, o forse l'idea della crescita dell'Africa è solo un'altra narrativa "paternalistica" che non coglie la situazione nella sua complessità.

di Oscar Rickett
28 gennaio 2013, 8:59am

Per decenni, nei media, il termine Africa è stato associato a carestia, guerra e malattie. Di recente, alla luce di un ribaltamento economico e della relativa riduzione nella gran parte del continente dei sopracitati fattori, la narrativa è cambiata, assumendo i toni di un ambizioso progresso. Negli ultimi due anni, sia l’Economist che TIME Magazine hanno pubblicato articoli di un certo eco intitolati “Africa Rising”, con tanto di statistiche e fotografie di bambini che fanno volare aquiloni arcobaleno con la forma del continente africano.

Così, siamo passati dalle fotografie di bambini affamati col volto brulicante di mosche a immagini di giovani uomini che parlano al cellulare nelle grandi città. Ovviamente nessuna delle due narrative è quella giusta—nessuna narrativa che cerchi di rappresentare qualcosa di così grande e diffuso potrà mai esserlo. Ma c’è qualcosa, in queste storie convenientemente totalizzatrici, capace di infiammare in egual misura credenti e cinici. Quelli che ci credono guardano alle economie in rapida crescita e alle democrazie fragili ma intatte, mentre gli altri fanno riferimento a ciò che lo scrittore e giornalista investigativo Parselelo Kantai ha definito “un’insidiosa, misera invenzione montata dalle multinazionali della finanza.”

L’idea della crescita dell’Africa è dovuta a un’interpretazione diretta degli alti tassi di crescita e degli investimenti stranieri, in aumento in alcune parti del continente. Come ha sottolineato il pezzo dell’Economist, “nello scorso decennio, sei delle dieci Nazioni con la crescita più rapida al mondo erano africane.” Secondo il McKinsey, nel primo decennio del ventunesimo secolo il PIL reale dell’Africa è cresciuto due volte più velocemente di quanto non abbia fatto negli anni Ottanta e Novanta. Improvvisamente tutti hanno un cellulare, e quel cellulare ha un’ottima ricezione.

Charles Robertson di Renaissance Capital, autore di The Fastest Billion, ha portato alla mia attenzione i tassi di crescita annuale, pari “nell'Africa sub-sahariana, all’incirca al sei percento a partire dal 2000. Alcuni dicono che una rapida crescita sia inevitabile partendo dal basso. Ma non ha senso. Tra il 1980 e il 2000 l’africa subsahariana si è impoverita.” La recente crescita del continente e il rapido aumento di commerci e investimenti tra Asia e Africa hanno avuto luogo su uno sfondo di difficoltà economiche globali. Mentre nell’Europa meridionale si lotta, risorse come il gas e il petrolio stanno arricchendo una nuova generazione in Tanzania, Kenya, Etiopia e—con buone probabilità, stando alle stime—in Somalia e Somaliland.

Il problema, però, è che la maggior parte di questo benessere proviene dall’estrazione. C’è, come mi ha detto Patrick Smith, collaboratore di Africa Confidential, una “mancanza di valore aggiunto dalla parte africana. Le compagnie energetiche vedono un’enorme domanda interna proveniente dall’Asia e stanno creando capitale con quella."

Parselelo Kantai è stato più schietto: “A livello economico, nel continente assistiamo a una nuova era di massiccia estrazione di risorse, catalizzata per lo più dalla richiesta interna della Cina. E visto che si tratta quasi esclusivamente di estrazione senza valore aggiunto in loco, è un processo da cui le élite del continente, i cinesi e gli occidentali, sono gli unici a trarre beneficio. Non vedo perché non dovremmo chiamarlo con il suo vero nome: la seconda spartizione dell’Africa.”

Nel suo eccellente e molto discusso articolo “The Myth of Africa’s Rise”, Rick Rowden si riallaccia a questo fatto e sottolinea come i predicatori in aumento in Africa “non parlino di manifattura, o della sua inquietante assenza.” Un recente rapporto dell’ONU mostra come la manifattura sia rimasta stagnante in gran parte del continente e sia addirittura regredita in 23 Nazioni. Come fa notare Rowden, i Paesi ricchi “hanno capito tempo fa che se le economie non rinunciano alle attività che forniscono soltanto ritorni d’investimento in diminuzione (agricoltura primaria e attività di estrazione), a favore di attività che producono ritorni di investimento crescenti (manifattura e servizi), allora non si può davvero dire che stiano crescendo.”

Lucy Corkin della Rand Merchant Bank mi ha spiegato che “la chiave per le Nazioni africane sta nel concentrarsi sull’industria dei servizi che si sviluppa con lo sfruttamento delle risorse naturali.” È in disaccordo con Rowden, in generale, ma la domanda rimane la stessa: se soltanto pochi beneficiano della cosiddetta crescita economica—e se il continente non finanzia da solo il suo sviluppo—l’Africa riuscirà davvero a “crescere” nei prossimi anni?

Questo è forse più evidente nel modo in cui le multinazionali si sono avidamente attaccate all’idea di un’Africa simile a una fenice, che risorge dalle ceneri di carestie e malattie per sfrecciare verso il sole degli eccezionali affari che si prospettano con l’estrazione di petrolio e minerali. La scrittrice nigeriana Chika Unigwe l’ha messa in questi termini, “Le risorse e l’accesso ai servizi sono distribuiti in modo ineguale in Africa.” La Nigeria, per esempio, ha un PIL altro e in crescita, ma ciò è dovuto in parte allo sfruttamento sistematico del Delta del Niger ad opera delle multinazionali del petrolio.

Qui per esempio, abbiamo la Chevron che utilizza la narrativa dell’Africa in crescita suggerendo che “stanno aiutando il mondo a espandersi.” Sostituendolo con “aiutando il mondo a finire” e “distruggendo sistematicamente l’ambiente e corrompendo costantemente politici e signori della guerra” avreste una pubblicità più veritiera, seppur meno orientata al consumatore. Per compagnie come Chevron, Shell e BP, questo è ciò che la crescita dell’Africa può rappresentare nel secolo a venire: la possibilità di renderle ancora più ricche di quando non siano già.

Ci sono tuttavia dei segnali—in nazioni come il Ghana, in particolare—che indicano che le risorse energetiche non continueranno per sempre a fluire automaticamente dai Paesi africani verso l’Occidente. Alcuni stanno cominciando a usare la loro energia. Per dirlo con le parole di Patrick Smith, “ora c’è più di un modello”: prima era quello di “trovi il petrolio, chiama la Shell”. Come sostiene Parselelo Kantai, “Tutti gli altri si finanziano il proprio sviluppo, quindi perché non possiamo farlo anche noi?” Anche Stephen Chan della SOAS, autore di The Morality of China in Africa, vede un po’ di speranza nella zona. Mi ha detto che il secolo a venire sarà il secolo africano, perché:

“L’Africa imparerà a negoziare come si deve con la Cina. Questo sarà il trampolino per un secolo interessante, in cui la Cina sarà il principale attore globale, ma l’Africa inizierà la sua crescita. Avrà ancora dei vantaggi in termini di materie prime, ma, oltre a imparare come trattare con la Cina, avrà anche sviluppato una capacità manifatturiera, così da poter giocare due carte importanti nelle trattative.”

La Cina, con la sua popolazione che invecchia e l’ostacolo della politica del figlio unico, inizierà a perdere il vantaggio nelle sue trattative con l’Africa. La popolazione africana sembra destinata a raddoppiare entro il 2050 e, se lo sport è una cosa su cui basarsi, la squadra con il maggior numero di giocatori è spesso quella vincente. Ad ogni modo, l’oscuro neo-colonialismo del coinvolgimento cinese in Africa viene spesso esagerato, perché si inserisce in una narrativa conveniente ai mezzi di comunicazione occidentali.

La crescita africana nel secolo a venire non sarà determinata esclusivamente da indicatori economici. E, come ho detto, l’insistenza sulla narrativa della crescita nella cultura e nei media va a braccetto con la finanza. Elliot Ross, che scrive per Africa is a Country, un sito che cerca di sfatare costantemente e accuratamente i paternalistici luoghi comuni e pregiudizi occidentali sull’Africa, ha scritto quanto segue in risposta a un video che cercava di mettere gli africani (in questo caso, kenioti) in buona luce:

“Abbiamo davvero bisogno di cose di questo genere per ottenere un’immagine positiva dell’Africa? Se va bene, può essere considerato come un correttivo necessario, ma tutto il discorsetto da RP sul ‘marchio Africa’ è noioso, paternalistico e inconsistente nel suo tentativo di trasformare il venerando modo occidentale di immaginare il continente, idee che sono strettamente interconnesse con le profonde—e molto amate—nozioni sulla supremazia della cultura e dell’identità euro-americana.”

Anche Mary Harper, la collaboratrice che si occupa dell’Africa per BBC’s World Service, ha fatto riferimento a quel punto. Secondo lei, l’idea di una crescita dell’Africa non è altro che il mero rovescio dell’idea dell’Africa “che muore di fame” che perdurava prima. Si tratta di narrative “paternalistiche” che falliscono nel considerare le complessità della situazione, tanto quanto i problemi politici come il crescente islamismo, i leader radicati e i combattimenti di vario genere in tutto il continente.

Questo porta a quello che lo scrittore Teju Cole ha notoriamente definito come il “Complesso del Salvatore Industriale Bianco”, che ha esposto in sette tweet. “Il salvatore bianco,” ha scritto Cole, “appoggia politiche brutali la mattina, fonda organizzazioni benefiche il pomeriggio e riceve premi la sera.” Dobbiamo essere cauti, quando pensiamo al futuro dell’Africa dal punto di vista occidentale, nel non pensarlo in una maniera capace soltando di soddisfare il nostro desiderio di essere emotivamente nutriti dalle buone azioni.

La questione della crescita dell’Africa non è determinata esclusivamente da partecipazioni esterne. Attualmente c’è una cintura quasi ininterrotta sotto il controllo degli islamisti che va dal Kenya e dalla Somalia a est fino alla Nigeria a ovest. I combattimenti in Mali lo confermano. La religione non è mai stata ragione di divisioni in Africa come lo è nel resto del mondo, ma questo secolo potrebbe segnare una svolta.

La presenza di Robert Mugabe, Paul Biya, Teodoro Obiang, Jose Eduardo Dos Santos e Yoweri Museveni, ognuno dei quali è stato al potere nel rispettivo Paese per più di 25 anni, non indica l’esistenza di una generazione di politici africani “in carriera”. Ma le città crescono e la speranza scorre nelle strade del continente, anche in Paesi come la Somalia, la cui reputazione non è certo delle migliori.

Il continuo, implacabile sciacallaggio (sia emotivo che finanziario) degli stranieri continuerà per tutto il prossimo secolo. La reale crescita dell’Africa arriverà soltanto se il controllo delle risorse passerà nelle mani degli africani e sarà utilizzato per ridurre le disuguaglianze e distribuire il benessere. Come per molte Nazioni in Occidente, una cosiddetta “crescita” potrebbe significare in realtà soltanto un trionfo dell’economia di libero mercato e un aumento della disuguaglianza. Questo potrebbe funzionare per una cricca d’elite di potenti africani e CEO occidentali, ma non significherebbe nulla per gli uomini e le donne normali di tutto il continente.