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Dottor Rick Strassman: Sentivo di avere una grossa responsabilità, ma sapevo anche che non c’era molta gente a conoscenza di questa ricerca. Non ero responsabile di fronte a così tante persone, anche se gli effetti a lungo termine della ricerca mi imponevano di portare avanti lo studio con il massimo rigore e la massima attenzione. Al di là della necessità di ridurre al minimo la possibilità di incorrere in effetti negativi, il grado di osservazione diretta e supervisione erano gestibili. Volevo assicurarmi che tutto venisse compiuto alla luce del sole. In quel modo ognuno era coinvolto nel processo con un proprio livello di responsabilità.Il dibattito sulle possibilità o meno dell’esperienza psichedelica di andare oltre il viaggio mentale e raggiungere livelli esterni è ancora molto acceso. Può citare un esempio della sua ricerca che la porta a propendere per una di queste due conclusioni?
A questo punto non credo sia possibile determinare in maniera oggettiva quanto di quello che apprendiamo sotto l’influenza delle sostanze psichedeliche sia percepito internamente o esternamente. Secondo me ha più senso stabilire uno spettro del fenomeno. Ci sono volte in cui è la tua personalità a prevalere, piuttosto che la consapevolezza di qualcosa che ti circonda. Altre volte quello che vediamo non è ciò che genera la nostra mente, ma un qualcosa di esterno. È impossibile però avere una piena conoscenza di uno o dell’altro. Senza la nostra esperienza di vita personale non saremmo in grado di decifrare cosa vediamo.
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Ora come ora non sono membro di nessuna organizzazione zen. Pratico la meditazione quasi tutti i giorni. Sicuramente non sarei stato in grado di perseguire uno studio serio della Bibbia ebraica senza le conoscenze a me trasmesse dal buddismo. Anche se il materiale raccolto nell'esperimento andava ben oltre la mia compresione del buddismo, la pratica della meditazione mi ha aiutato a determinare come monitorare le sessioni di assunzione della sostanza. Dal punto di vista dei risultati, le mie sedute spirituali e il modo in cui ho acquisito e analizzato i dati a livello scientifico erano due cose prettamente connesse.Lo gnosticismo, in senso tradizionale, è una conoscenza empirica che rimuove la necessità di una “fede cieca”. Quanto è importante, se lo è, nella ricerca spirituale?
Se si parla di gnosticismo come un tipo particolare di esperienza spirituale, allora potrebbe essere inteso come l’obiettivo finale di una pratica spirituale. In ogni caso, perché lo gnosticismo venga considerato efficace bisogna che le informazioni al suo interno possano essere trasmesse ad altri, così da verificare che l’esperienza sia gnostica, ed esortare ed educare il prossimo.
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Le sostanze psichedeliche sono potenzialmente destabilizzanti e prenderle o somministrarle richiede una certa preparazione, in modo da garantire effetti positivi e minimizzare quelli negativi. Servirebbero centri specializzati in grado di offrire questo tipo di formazione. Il tutto può essere a sfondo religioso, creativo, psicoterapeutico e così via.Quanto influisce il credo sui risultati dei test, e come agisce lei, in quanto scienziato, per ricavare risultati il più possibile obiettivi?
In generale, i risultati dei test difficilmente variano in base al credo. Si potrebbe progettare un intero studio basandosi su determinate credenze, così da avere determinati risultati particolari che rinforzino quelle convinzioni di partenza. Più spesso ancora, le credenze possono andare a colpire l’interpretazione dei risultati. Per quanto riguarda i dati del nostro studio sul DMT, abbiamo diviso il tutto in due categorie: soggettivo e oggettivo. O meglio, abbiamo trasformato i dati soggettivi in oggettivi usando una scala di valutazione. Nella mia ricerca scientifica, le conclusioni erano in linea con il modello usato per gli studi: psicofarmacologia umana, psicometria e psicologia. Ho offerto alcune spiegazioni riguardanti le nostre scoperte, e ho esortato a portare avanti ulteriori indagini per rispondere alle domande irrisolte.Direi di concludere con una domanda esistenziale: cosa succede quando moriamo? Perché, secondo lei, ci troviamo qui?
Il fondatore della scuola buddista giapponese zen, Dogen, ha detto che la nostra morte è solo un altro momento nel corso del tempo. La vita va avanti anche senza di noi. Il nostro impatto però è potenzialmente immortale. Uno dei miei autori preferiti è Olaf Stapledon, il quale ha suggerito che il nostro compito sulla Terra è di interagire in modo creativo con il nostro ambiente. Maimonide, invece, ci ricorda che l’universo non fu creato per l’umanità. Questo ci lascia un po’ di margine.