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Venticinque anni di immobilismo siciliano in foto

Mara Trovato è una fotografa che per 25 anni ha immortalato la Sicilia, facendone emergere l'immobilismo, l'indifferenza e la bellezza.

di Giuseppe Francaviglia
12 aprile 2016, 3:40am

Stazione nell'entroterra, 1998.


Tutte le foto per gentile concessione di Mara Trovato.

Sono cresciuto in Sicilia, ma non ci sono nato. I miei genitori sono siciliani, così come i miei nonni e i miei zii. Io invece lo sono diventato. Anche per questo il mio rapporto con la questione è sempre stato così conflittuale: bisogna abituarsi a essere costantemente sballottati dal posto più bello del mondo al posto più brutto del mondo.

Se l'ISTAT dice che la Sicilia è la regione più povera d'Italia, o se le autostrade crollano una settimana dopo essere state inaugurate, o se la rete ferroviaria è la stessa del Ventennio, per molti l'unica risposta possibile è "Ma guarda che sole, guarda che mare." In questo senso è esemplare la risposta del Governatore della Regione Rosario Crocetta che, per rispondere a Roberto Vecchioni che aveva dichiarato che "La Sicilia è un'isola di merda," pubblicò questa foto.

È proprio questo sentimento di immobilismo che ho ritrovato nella serie Il viaggio non ancora concluso di Mara Trovato, fotografa anche lei siciliana, da poco pubblicata. Le foto sono state scattate nel corso di 25 anni seguendo il percorso fatto cinquant'anni fa dal giornalista Giuseppe Fava nelle sue indagini su mafia, tangenti e connivenza tra politica e criminalità organizzata raccolte nel 1967 in Processo alla Sicilia. Ho contattato Mara per parlare della Sicilia di oggi rispetto a quella di cinquant'anni fa, che mi sembra il modo migliore per spiegare perché mi è stato così difficile abituarmi alla vita di lì.

Letojanni, Messina, 2011.

VICE: Come nasce il progetto Il viaggio non ancora concluso?
Mara Trovato: Il progetto nasce dopo aver letto, più di vent'anni fa, Processo alla Sicilia di Giuseppe Fava, un documento costituito da 35 inchieste che nel 1966 apparvero sul quotidiano La Sicilia. Allora ho iniziato a fotografare la Sicilia con in mente le parole di Fava: il progetto nasce perché tutta la sua produzione è significativa oggi come lo era cinquant'anni fa. Infatti questo lavoro è stato possibile perché non è cambiato nulla, o poco, o solo apparentemente, né negli ultimi cinquant'anni né tantomeno negli ultimi 25.

Quali sono i luoghi che hai visitato?
Il Catanese, l'Ennese, il Palermitano, e poi l'entroterra, i boschi dell'Etna e dei Nebrodi. Ragusa, Priolo, Menfi e le baraccopoli di allora, Troina e poi la gente, soprattutto la gente.

Palermo, 2012.

Come mai nelle tue foto hai scelto di focalizzarti sull'entroterra?
Io personalmente lo trovo di una bellezza struggente, riesce a essere lontano da tutto e da tutti nonostante la costante presenza della tv e di internet. Quando arrivi in una cittadina come Agira, per esempio, ci trovi pochi giovani, circoli per anziani, le colline intorno. Così io la trovai nel 1996 e—dovrei tornarci, ma non credo sia tanto diversa da allora.

Fava nel suo viaggio incastra politici e amministratori ma anche i siciliani comuni, la cui colpa è quella di fare spallucce e girarsi dall'altra parte.
Nella sua ultima intervista a Enzo Biagi [Fava verrà ucciso nel gennaio 1984 dagli uomini del clan mafioso Santapaola], Fava disse: "Vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da secoli contro la mafia." E sicuramente i siciliani onesti sono tanti, tantissimi, più dei delinquenti, ma in quella condizione antropologica di cui parli c'è del vero: viviamo come "rassegnati al nostro destino" e non sappiamo unirci, fare fronte comune. È questo, secondo me, il motivo per cui il benessere non è mai arrivato nonostante tutte le potenzialità di questa terra.

Lavatoio di cibali, Catania, 1992.

In un certo senso la produzione di Fava si può riassumere nella frase "la Sicilia è un continente", e mi pare che dalle tue foto si percepisca lo stesso, no?
In Sicilia trovi un sacco di paesaggi diversi e quasi tutte le etnie. Perché se da Catania attraversi i boschi delle Madonie, o la costa che ti porta a Porto Palo di Capopassero, punta dell'estremo sud europeo, cambiano le architetture, cambiano i paesaggi, cambiano le caratteristiche fisiche degli abitanti e anche il dialetto. È un catalogo infinito.

Per quanto invece riguarda il modus operandi tipico siciliano, quello che da cinquant'anni ad oggi non è cambiato, quello del potente (politico e/o mafioso), della tutela del territorio, dell'attaccamento alla propria terra, lo trasporterei a livello nazionale, non è solo siciliano.

Ma non c'è solo negatività: c'è anche la bellezza del paesaggio, ci sono le tradizioni e in alcuni casi anche la caparbietà dell'uomo che ha prevalso sulla distruzione del territorio, come nel ragusano. In casi come questo, i contadini non si chinarono davanti alla promessa di un "progresso futuro" che in alcuni luoghi oltre a non essere mai arrivato, ha portato solo desertificazione e malattia, vedi Gela e Priolo.

Ucria, 1996.

Per questa serie hai collaborato con I Siciliani giovani, un mensile che recupera la rivista fondata da Pippo Fava—cosa pensi del modo in cui il sud Italia, e la Sicilia in particolare, vengono raccontati dai media oggi?
Quello che mi colpisce è il modo in cui i media siciliani stessi parlano della propria isola. Nel periodo in cui Fava portò avanti l'inchiesta su "I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa"—ovvero sulle attività illecite dei quattro imprenditori catanesi Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro—non c'era una voce a favore di Fava. Il giornalista, allora, quando prendeva di mira bersagli "scomodi" veniva denigrato in tutti i modi. E anche oggi non è cambiato nulla in questo senso: le voci fuori dal coro esistono ancora, ma spesso non sono supportate dai grossi gruppi editoriali. E a gestire l'informazione sono quelli di sempre, per dire, dai tempi di Fava ad oggi il "monopolio" dell'informazione siciliana è in mano alla stessa persona. Cosa potrebbe essere cambiato?

Cosa pensi di chi a tutte queste obiezioni risponde con la storia del sole e del mare, del "siamo la regione più bella del mondo, guarda che sole, guarda che mare"?
In genere chi risponde così, o sta bene economicamente o si è ritagliato il suo angolino e non esce di casa. Tra poco tempo però, se continua così, potranno rispondere solo "guarda che sole" perché il mare ormai, in tantissime zone, non è più balneabile.

Comunque, credo che per l'isola l'unica possibilità di salvezza sia quella che dicevo prima, quella di uscire dal proprio isolamento: che l'antimafioso si unisca al contadino ribelle che si unisce al letterato che si unisce al cittadino e così via.

Il libro Il viaggio non ancora concluso è disponibile in formato digitale qui.

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