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Cosa guadagnerà Milano da Expo 2015?

Da persona che vive a Milano sento ripetere ormai da anni che Expo 2015 ci farà bene. Per capire quanto è vera questa affermazione a meno di un mese dall'inizio di Expo, ho deciso di contattare alcuni esperti e farmelo spiegare da loro.

di Elena Viale
03 aprile 2015, 9:22am

Di sicuro guadagnerà un sacco di semafori in piazza XXIV maggio. Foto scattata in data 2 aprile 2015.

Qualche settimana fa ero sui Navigli, a Milano, e due turisti mi hanno chiesto indicazioni per il "naviglio vero," quello famoso. Gli ho detto che ce l'avevano davanti e mi hanno chiesto perché era vuoto. "Perché lo stanno pulendo," ho risposto, ma non ne ero così sicura, dato che era vuoto da mesi e non avevo mai visto nessuno pulirlo. Mi hanno anche chiesto se ce n'era un altro. "Sì, ma è uguale." Ecco, ora nel naviglio c'è effettivamente acqua, eppure non mi sento molto più tranquilla.

Da persona che vive a Milano sento ripetere ormai da anni, a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale (bipartisan), che passati questi cinque mesi di turismo enhanced Expo 2015 ci farà bene. Sarà l'ingranaggio che innescherà il circolo virtuoso dell'economia milanese e renderà la città più bella e vivibile (vedi rendering). E da persona che vive a Milano, dopo tutto quello che c'è stato nel frattempo, sono ormai convinta che se succederà dovrà succedere come la mattina di Natale, quando ti svegli e i regali sono saltati fuori dal niente.

Mettiamo anche di sopravvivere incolumi e portare a casa la faccia con gli stranieri. Ma a Milano cosa resterà di Expo? Dato che sembrano chiederselo in molti, ho deciso di contattare alcuni esperti e farmelo spiegare da loro. Ho quindi raggiunto Marianna d'Ovidio, docente di sociologia urbana al Politecnico di Milano, e gli ingegneri Angelo Rabuffetti e Carlo Castiglioni, titolari dello studio Fincon Consulting Italia, impegnati nei lavori per il padiglione Francia e per altre strutture di Expo, per capire che faccia e che tasche avrà Milano a novembre.

Incontrandoli, mi sono resa conto che non sono solo i cittadini di Milano a brancolare nel buio quando si pone la questione. Che non stiamo facendo quello che ci eravamo premessi di fare è ormai chiaro, ma importerebbe relativamente se finito tutto questo avessimo in lascito strutture nuove e funzionanti, una specie di payoff per aver dovuto fare a piedi corso di Porta Ticinese per un anno.

Rendering di Cascina Triulza (via).

E invece "Expo fa parte delle strategie di marketing urbano e di internazionalizzazione di Milano, ma resta una cosa isolata," mi ha detto d'Ovidio. Soprattutto perché le idee sul riutilizzo non ci sono, e quando ci sono, sono vaghe. "Quello che rimane è fuori Expo," aggiunge Rabuffetti: "la dotazione principale è piazza XXIV maggio [il link rimanda al sogno, non alla realtà], poi la cascina Triulza che viene ristrutturata e rimarrà in dotazione, e il padiglione Italia. Ah e poi le infrastrutture di Expo, cioè il parcheggio."

E i Navigli? Le vie d'acqua, da progetto, avrebbero dovuto essere rese navigabili. Milano, anzi, aveva vinto la gara per l'assegnazione proprio spiegando che avrebbe collegato la vecchia Darsena con i siti dell'Expo. Ma è sempre rimasto sulla carta. Tra l'altro, non tutti sono proprio d'accordo con questa prospettiva di Milano come Amsterdam—soprattutto chi ha un'idea di cosa comporterebbe per la viabilità cittadina: "Parlavano di scoperchiare un ulteriore tratto di Navigli, quello della cerchia intermedia [Col di Lana, per intenderci] ma mi sembra un discorso folle. Sclerotizzerebbe ancora di più il traffico."

Non tutti infatti sanno che Milano ha costruito le sue circonvallazioni sopra dei vecchi navigli. Questi tratti sono stati ritombati nel periodo fascista, tra la metà degli anni Venti e gli anni Trenta. Sotto è tutto vuoto, il che comporta occasionali cedimenti perché le strutture di ferro arrugginite danno problemi e vanno periodicamente sistemate. "Non credo qualcuno ci abbia mai creduto davvero a questa storia di rendere la cerchia intermedia navigabile, era tutto a livello di carte," commenta Rabuffetti.

Rendering della nuova Darsena (via).

Al momento, inoltre, la destinazione post-Expo di area e strutture della Fiera non si conosce ancora. Nel novembre del 2014, infatti, il bando sulle aree Expo (da più di 300 milioni di euro) è andato deserto, e il timore principale è che le banche "potrebbero presto avanzare le loro pretese e diventare attori protagonisti del post-Expo."

"Non hanno ancora deciso, c'è un think tank con il Politecnico per farne magari un polo universitario," dice d'Ovidio, "ma non so se utilizzeranno le strutture che già ci sono o solo gli spazi." E se è tradizione che le nazioni riportino a casa i loro padiglioni, nessuno sa bene quale sarà il destino del padiglione Italia."Avrà sicuramente sale interne per esposizioni, magari un auditorium. L'architettura che proponeva era importante, anche se è andata persa nelle parti più qualificanti."

Anche nel caso di questo edificio, comunque, non sono state poche le contestazioni— per plagio, stavolta. Il progetto iniziale per la facciata è stato ridimensionato, ma sono comunque stati realizzati i pannelli di calcestruzzo con capacità catalitiche che in presenza di luce solare sono in grado di fissare l'inquinamento eliminandolo dall'aria. Piuttosto ironico, dal momento che l'Expo intera sorge in un ex terreno agricolo che per l'evento è stato trasformato in una colata di cemento. Ancora più ironico considerando che il claim di Expo è "Nutrire il pianeta."

"Magari è la volta buona che fanno un nuovo stadio," suggerisce Castiglioni.

Rendering del Padiglione Italia (via).

Come sottolinea d'Ovidio, dunque, "la città dal punto di vista urbanistico non guadagna niente." Gli unici progetti di riqualificazione che stanno andando avanti a Milano, quelli di Isola, sono legati ancora alla giunta Moratti e alla volontà di richiamare a Milano popolazione. "Quella ricca però, che usa i servizi privati e magari è sempre all'estero e non sporca," aggiunge.

Eppure l'equazione Expo = promesse da marinaio non vale in assoluto, perché ci sono città, tra quelle che hanno ospitato Expo prima di noi, che hanno sfruttato al meglio l'opportunità di rinnovamento. Castiglioni cita l'Expo di Lisbona, "che è stata fatta negli anni Novanta, ma ha lasciato tutta una zona nuova sul Tago, un nuovo ponte, un centro congressi che è ancora lì a vent'anni di distanza, con la linea della metro e la nuova stazione del Calatrava. Noi smonteremo e lasceremo lì il cardo e il decumano in mezzo alla brughiera. A patto che resistano." Che qualcosa di più si potesse fare in questi sette anni lo dimostra anche il caso di Smirne, a cui Milano ha soffiato l'Expo di quest'anno—ma che comunque ha portato avanti le opere proposte nel dossier di candidatura.

Se dunque non sarà la veste estetica urbana a trarre beneficio dai prossimi mesi, sembra che comunque Milano e la sua economia vivranno un'estate di discesa in folle, per poi tornare alla vita di sempre. Certo, da parte dei commercianti, e soprattutto dei ristoratori, c'è molta speranza. Forse anche troppa. "L'altro giorno mi è capitato di mangiare fuori," dice d'Ovidio. "La persona con cui ero ha l'American Express e non l'hanno accettata, e il ristoratore ha iniziato a lamentarsi che non è possibile che ancora American Express non abbia accettato di entrare nel loro circuito, 'perché con Expo chissà quanta gente arriva che vorrà pagare con questa carta di credito.' Ed era un barettino, il posto più di quartiere, perché sembra che ci sia questa aspettativa che tra maggio e ottobre tutti vorranno mangiare cibo design. Ovunque."

Più che in un circolo virtuoso che si innesta, secondo d'Ovidio nel più roseo dei casi possiamo sperare in un "modello Fuorisalone": chi ha un'attività potrà ambire ad arricchirsi in questi cinque mesi—o in virtù di quelli. "Be', noi da un punto di vista egoistico stiamo lavorando a Expo, quindi sì, ci guadagniamo, ma non vedo oltre il vantaggio nostro e momentaneo," sottolinea Rabuffetti. "Certo è un vantaggio per l'indotto, per chi ci lavora, gli albergatori, ma finito l'Expo, spento il fuoco di paglia, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato." E chi ha affittato casa su AirBnB si è fatto un po' di cento euro e un po' di recensioni positive.

Ma guardando al di là dell'utile dei pochi fortunati non-volontari impiegati da Expo e di chi in un modo o nell'altro gravita intorno all'evento, la prospettiva di rientrare delle spese del pubblico è quasi impensabile, anche storicamente parlando. I dati parlano chiaro, e dopo Siviglia 1992 non c'è Expo in Europa che non abbia lasciato dietro di sé una scia di debiti. Ciononostante, ci si ostina a parlare ancora della ripresa che verrà innescata dall'evento. "Il famoso circolo virtuoso dell'economia è una questione ideologica, una favola del neoliberismo. Se ci rifacciamo a quella, siamo tutti felici perché aumentano gli introiti, aumentano le tasse, aumentano i servizi e siamo tutti più ricchi," dice d'Ovidio. "Ma io non ci credo. È pura ideologia. Certo, il mondo sta andando in quella direzione, perciò non mi stupisco."

In effetti, bisogna considerare i soldi che il pubblico ha investito per Expo, anche per supportare i privati, e i soldi che entreranno ai privati—che non possiamo essere certi torneranno alla città, perché chissà se i privati vivono o dichiarano a Milano o reinvestiranno qui. I finanziamenti a Expo2015 sono quasi totalmente pubblici, e il risultato non potrà che essere un aggravarsi del debito.

Un'altra bella immagina di come sarà la Darsena un giorno (via).

Inoltre, nel caso specifico del comune di Milano, si può affermare che sono stati i cittadini a farsi carico delle spese legate all'evento. "È un meccanismo tipico di questi grandi eventi, come le città della cultura, le grandi fiere, le olimpiadi." Il neoliberismo dice: investi i soldi nell'Expo invece che in servizi alla cittadinanza, così quei soldi tornano e ci puoi costruire non una, ma due scuole. Cosa cambia rispetto al solito andamento dell'economia meneghina? Niente, i ricchi saranno ancora più ricchi e i poveri ancora più poveri. Anche perché la detta tassazione non è stata imposta in modo proporzionale al reddito, ma quasi indiscriminatamente su tutti i cittadini.

Forse, come il Fuorisalone, Expo potrebbe essere una vetrina per la creatività italiana, un momento in cui si crea un network di giovani creativi con centro a Milano. Se non fosse che la cultura che viene sponsorizzata in questi eventi deve essere venduta alla classe media internazionale, e per questo è una cultura omologata e sempre uguale—insomma, dato che pare che dobbiamo guadagnare in cinque mesi l'equivalente di un risorgimento economico, bisogna proporre una cultura che venda.

Ma di chi è la cultura di Expo, chiedo in chiusura a d'Ovidio, che in mercati creativi urbani è specializzata? "Non delle persone che fanno cultura a Milano, ma dei produttori di cultura che sono già nei circuiti internazionali e fanno cultura che già normalmente si vende."

Io comunque spero di svegliarmi il primo maggio, e che sia Natale.

Realizzato con la collaborazione di Giovanni Rabuffetti. Segui Elena su Twitter.