Cosa abbiamo visto al corteo No Expo del primo maggio a Milano

Il corteo No Expo del primo maggio a Milano doveva rappresentare il punto di arrivo di una mobilitazione che dura da diversi anni. Ma di ieri sono rimaste sono le fiamme, il fumo e i lacrimogeni.

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mag 2 2015, 9:30am

Foto di Stefano Santangelo.

Sono circa le due e mezza di pomeriggio e piazza XXIV Maggio è piena di persone radunate per il corteo No Expo del primo maggio, che in un certo senso rappresenta il punto d'arrivo di una mobilitazione che dura da diversi anni e che si svolge in concomitanza con l'apertura dei cancelli dell'Esposizione universale.

Nel frattempo altre componenti della variegata rete No Expo continuano a ingrossare il concentramento, passando per il viale che costeggia la nuova Darsena inaugurata il 26 aprile.

L'elicottero della polizia sorvola la zona, e l'atmosfera generale—oltre alle bande musicali, i camion che sparano e gli striscioni con gli slogan dei No Expo—è comunque nervosa. Tutto il centro di Milano, infatti, è completamente blindato da camionette della polizia e agenti in assetto antisommossa.

Del resto, è dall'inizio dell'anno che questa data ha assunto sfumature apocalittiche e concentrato ogni tipo di presagio negativo. Lo scorso 22 gennaio, ad esempio, Repubblica aveva riportato le valutazioni dei servizi segreti, secondo i quali la manifestazione avrebbe addirittura avuto una "capacità di interdizione e di danneggiamento dieci volte superiore a quella del G8 di Genova."

La stessa velina era stata ripresa a marzo da quasi tutti i giornali, e arricchita con la minaccia di un "blocco nero" internazionale "temuto dalle polizie di tutta Europa." Sempre a marzo, inoltre, sulla stampa si era parlato delle informative della Digos, che avevano tracciato un riquadro ben preciso di una certa area "antagonista" milanese in vista del May Day.

Tra il 28 e il 29 aprile, la polizia ha effettuato una serie di blitz mirati al quartiere Giambellino e altrove, sgomberando due centri sociali e perquisendo alcuni appartamenti occupati e la sede di una radio. Il corteo studentesco del 30 aprile—dove, a parte le famose uova contro il tricolore e le scritte su muri e vetrine, non è successo praticamente nulla—aveva comunque evidenziato la tensione che si respirava in città. Qualcuno, come il governatore della Lombardia Roberto Maroni, aveva rispolverato ancora una volta il G8 di Genova, chiedendo alle forze dell'ordine la "necessaria durezza" contro chi "scende in piazza per fare violenza agli altri."

A ogni modo, il corteo molto nutrito (si parla di circa 30mila persone) inizia a muoversi verso le tre, percorrendo corso di Porta Ticinese. Ad aprire il tutto ci sono i vari comitati territoriali contro le grandi opere. Più indietro, all'incirca nelle le retrovie, dei manifestanti lasciano dei segni con la vernice verde sulle vetrine del McDonald's di Porta Ticinese.

Dopo una mezz'ora buona si arriva al primo punto "caldo" della manifestazione—l'incrocio tra via De Amicis e via Torino, dove tradizionalmente il corteo gira per dirigersi verso piazza Duomo. Questa volta, però, la questura ha vietato quel tratto e ha bloccato il passaggio con grate e blindati.

Qualche manifestante scrive slogan sulle vetrine della filiale di Intesa San Paolo. A un certo punto, un blocco formato da qualche centinaio di manifestanti incappucciati—che nel frattempo si erano "vestiti" di nero—si posiziona davanti allo schieramento di polizia e fa partire petardi e fuochi d'artificio. Nell'arco di qualche secondo, gli idranti della polizia interrompono l'azione.

Più avanti, sempre su via De Amicis, si sentono diversi colpi: gli incappucciati hanno iniziato a sfasciare le vetrine di diversi negozi—tra cui oreficerie, agenzie immobiliari, filiali e un negozio di surgelati—e a lanciarci dentro fumogeni.

Il corteo prosegue compatto fino a via Carducci. Sono all'incirca le quattro e tre quarti, e io rimango relativamente vicino allo spezzone degli incappucciati. All'angolo di corso Magenta, alla fine della via, si leva il fumo dei fumogeni ed esplodono bombe carta.

È in quel momento che la situazione precipita. I manifestanti iniziano a lanciare oggetti contro la polizia, che risponde con un'impressionante raffica di lacrimogeni (alla fine della giornata ne saranno sparati all'incirca 400).

Nel giro di qualche minuto si forma una nube impenetrabile, e l'aria si fa letteralmente irrespirabile.

Il gas si propaga per buona parte di via Carducci, spingendo indietro una parte del corteo che rimane bloccato. Dove si stanno verificando gli scontri, intanto, i manifestanti tirano su un abbozzo di barricata.

Su via Carducci, mentre il gas brucia la gola e si cerca di rifiatare, davanti ad alcuni spezzoni si posizionano dei manifestanti con bastoni e il volto coperto, a protezione del resto del corteo. Da un camioncino di una sigla sindacale di base, un uomo parla con il megafono e cerca di invitare alla calma: "Più avanti ci sono degli scontri, rimanete fermi."

Lo stallo va avanti per un po', mentre in lontananza vedo colonne di fumo nero che si levano da corso Magenta e si mischiano a fumogeni e lacrimogeni: si tratta delle prima macchine date alle fiamme dai manifestanti.

Un suv viene bruciato anche in via Vincenzo Monti; da un'altra parte di corso Magenta, invece, vengono sfasciate una filiale di Cariparma e una delle Poste.

Gli scontri—o meglio, l'inseguimento degli incappucciati da parte della polizia—proseguono in piazza Virgilio, dove la polizia continua a sparare lacrimogeni.

In via Caradosso e in via Boccaccio, intanto, vengono danneggiate e bruciate altre macchine.

Non appena arrivo sulla scena, ossia quando è possibile ripassare per corso Magenta, noto che qualche residente (presumibilmente) piange, il clacson di una Jaguar distrutta suona all'impazzata e i passanti scattano foto e si fanno scattare foto sulle carcasse dei suv.

Alcuni passanti si fermano a osservare una sede della Bnl sfasciata con un palo della segnaletica stradale e una macchina parcheggiata lì davanti, che ha tutti i vetri sfondati e una scritta sulla fiancata che recita: "Smash capital."

Gli scontri proseguono in piazza Giovine Italia, piazza Conciliazione e in via D'Arezzo, dove la polizia carica un'ultima volta gli incappucciati. Questi ultimi formano una specie di cortina protettiva con i fumogeni, che permette loro di cambiarsi e di confondersi con il resto del corteo, lasciando per terra una distesa di abiti neri, maschere antigas, bastoni e quant'altro.

I tafferugli non finiscono lì. All'altezza di via Giotto, una manifestante viene arrestata e le telecamere dei giornalisti presenti sul posto registrano gli epiteti della polizia: "Prendiamo 'sta stronza, arrestiamo 'sta puttana."

Il corteo finisce a Pagano verso le 18.30, e una parte dei manifestanti torna al campeggio No Expo al Parco di Trenno. Il bilancio finale, nonostante l'intensità della giornata, non è particolarmente pesante né in termini di feriti—se ne contano 11 lievi tra le forze dell'ordine—né di arresti (cinque in flagranza), né di fermati (una decina).

Questo è dovuto principalmente al fatto che la polizia si è limitata a "contenere" gli incappucciati utilizzando una quantità enorme di lacrimogeni ed evitando il contatto—una tattica simile a quella impiegata a Cremona lo scorso 25 gennaio. La procura, comunque, è orientata a indagare per il reato di devastazione e saccheggio, che prevede fino a 15 anni di carcere.

A livello politico e d'immagine, invece, è tutta un'altra storia. Me ne accorgo immediatamente scorrendo i siti e i social sul cellulare sulla via del ritorno.

Da destra a sinistra, e dal Presidente della Repubblica in giù, la politica si è scagliata all'unisono contro la "violenza teppistica" e i "farabutti col cappuccio," mentre Alfano—di cui Salvini e il M5S hanno chiesto le dimissioni—ha elogiato l'operato delle forze dell'ordine.

Twitter, invece, trabocca di indignazione per quello che è successo, in moltissimi invocano il pugno duro verso chiunque e qualsiasi cosa, la mamma di Baltimora è ovunque insieme all'intervista al ragazzino che si esalta per la violenza. Le prime analisi a caldo rispolverano i "cattivi maestri" e si chiedono chi abbia armato la mano degli #idiotineri; qualcuno arriva anche a dire che ieri "i fascisti sono tornati a marciare su Milano." Nella foga si spreca ogni tipo di parallelismo, spesso e volentieri a cazzo di cane.

Chiudo il cellulare e imbocco la metro, completamente saturato da questo primo maggio. Di quello che è successo oggi probabilmente si parlerà a lungo, e forse solo più avanti lo si analizzerà con un minimo di lucidità.

Per ora, e per i prossimi giorni, di quello che è successo all'inaugurazione di Expo (davvero ci sono stati 200mila ingressi, o è una cifra inflazionata?) non ne parla nessuno; e tantomeno si parla delle ragioni dei No Expo, perse—almeno momentaneamente—tra fiamme, fumo e lacrimogeni.

Segui Leonardo su Twitter: @captblicero

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