Il paese alla fine del mondo

I 59 residenti inuit di Niaqornat non vivono solo alla fine del mondo, ma potrebbero anche vederla prima degli altri.

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27 maggio 2013, 12:55pm


Niaqornat, Groenlandia.

A Niaqornat, in Groenlandia, ogni mattina un uomo raccoglie barili pieni degli escrementi dei vicini, li sistema su una carriola e va a scaricarli in un'apposita fossa. Questo perché il minuscolo paesino non ha fognature. Le sue infrastrutture sono così minimali che quando i residenti hanno bisogno di spostarsi lo fanno con elicotteri Huey messi a disposizione dal governo, mentre una nave si occupa di rifornirli di beni di sussistenza. L’unico adolescente della città cazzeggia su Google Earth, ascolta rap groenlandese sul suicidio e scolpisce statuette tupilaq in preda alla rabbia.

I 59 residenti inuit di Niaqornat passano mesi nel buio completo e mesi di luce perenne e sono talmente tagliati fuori dal resto del mondo che verrebbe da pensare che la loro vita sia relativamente semplice. Nonostante questo, la modernità sta lentamente iniziando a penetrare, e i problemi socio-economici del Paese—come i suicidi giovanili e la disoccupazione—non risparmiano l’area. A ciò si aggiungono le conseguenze del cambiamento climatico. A Niaqornat c’è una cosa in particolare che sta profondamente influenzando le vite dei suoi abitanti: lo strato di ghiaccio si sta sciogliendo, e ciò sta minando l’attività di caccia e quindi il loro sostentamento.

L’anno scorso, la regista Sarah Gavron e l’operatore David Katznelson sono andati in questo piccolo centro a girare un documentario sulla collisione tra antico e moderno, la lotta quotidiana dei locali contro il cambiamento climatico e le nuove politiche del governo. Il film si chiama Village at the End of the World. Volevo saperne di più, così ho chiamato Sarah.

VICE: Uno dei punti su cui si concentra il vostro documentario è la chiusura (appoggiata dal governo) dell’unica industria del pesce di Niaqornat, vitale per la sopravvivenza del paese. Ci si vuole sbarazzare dei piccoli centri?
Sarah Gavron: Non è così esplicito—non si tratta di una politica ufficiale. Il nuovo governo, da parte sua, dà molto più sostegno alle comunità tradizionali. Ma i paesini come Niaqornat costano. Hanno bisogno di sussidi, per sopravvivere. Gira voce che il governo, in modo non ufficiale, stia limitando i rifornimenti—se la popolazione scende sotto un determinato numero, bloccano i sussidi e le barche. La lotta per riaprire l’industria del pesce non ha aiutato gli abitanti, ma è essenziale all’economia.


Lars, l’unico teenager del villaggio.

I sussidi di cui parli sono danesi o groenlandesi?
Il governo danese dà alla Groenlandia una determinata quantità di sussidi, e la Groenlandia sceglie come distribuirli tra i paesini. Quindi sì, i soldi vengono dalla Danimarca.

Niaqornat è tra i centri colpiti dal provvedimento europeo del 2009, quello che mette al bando il commercio dei prodotti derivati dalla foca?
Certamente. Il sistema delle quote ha influito su ogni fronte, in termini di caccia di balene e di foche. I cacciatori sono contrari perché limitano e modificano il loro sostentamento. Sembra che ci sia qualcuno che caccia più del dovuto, ma non in queste piccole comunità. I cacciatori sono l’unico mezzo di sostentamento per questi posti: si procurano ciò di cui hanno bisogno. E di quella foca che cacciano ogni anno—che ha vissuto libera per tutta la vita—usano ogni singola parte. Ed è legittimo chiedersi, “Dovrebbero fornirgli del pollame da allevamenti intensivi o lasciarli cacciare quella foca di cui usano ogni parte?” Le quote non hanno proprio facilitato le cose. Secondo me, non sono necessarie per comunità così piccole, che cacciano il minimo necessario per sopravvivere.

L’unico teenager della città, Lars, non sembra esattamente voler preservare le tradizioni. La sua impazienza è legata a internet? Credi che internet abbia una buona o cattiva influenza?
Ci sono due correnti di pensiero. Penso che Lars, individualmente, avrebbe scelto in ogni caso di andarsene; lui non vuole fare il cacciatore, e in quella comunità devi continuare la tradizione, altrimenti non ha molto senso rimanerci. È difficile, per lui. Penso che internet, in qualche modo, apra gli orizzonti degli abitanti del villaggio. È stato usato per la campagna di riapertura dell’industria del pesce. Ha permesso alla gente del paese di comunicare con i politici e gli esponenti dell'industria. Ma ovviamente ha anche fatto sì che Lars se ne andasse, contribuendo alla scomparsa di queste comunità. Puoi vederlo come una cosa positiva o negativa. È una realtà del mondo moderno, e loro devono capire come affrontarla.


Ilannguaq, l'uomo che si occupa della raccolta delle acque reflue.

In una scena, un turista in visita all’isola accenna all’endogamia locale. C’è un po’ di verità in questo suo commento?
È una domanda che chi viene da fuori pone spesso, dato che Niaqornat è una comunità piccola. La verità è che ci sono due grandi famiglie e poche altre persone, che per incontrare altra gente vanno negli altri paesi vicini. Sono consapevoli di dover espandere il loro pool genetico. Quindi per loro è un problema. Per Lars non ci sono donne della sua età.

La reputazione si basa soltanto sulla caccia? Trovo interessante che, anche se probabilmente è il più istruito, Ilannguag, quello che si occupa delle fogne, abbia il lavoro peggiore. È perché è esterno alla comunità?
Come hai detto, lui è arrivato da fuori; il posto era disponibile e lui si è offerto di prenderlo. Non è un cacciatore, e nel villaggio o vai a caccia, o non c’è molto altro da fare: ci sono un fruttivendolo, un maestro di scuola, l’amministratore del villaggio, una persona che si occupa delle fogne, e basta. Non esistono classi sociali, ma, per tradizione, il cacciatore è la figura più importante.



La Groenlandia ha un tasso molto alto di disoccupazione e di alcolismo. Ovviamente, la disoccupazione è l’elemento principale del tuo documentario. Ma che ne pensi dell’alcolismo?
Esistono certamente problemi del genere. Ma in villaggi come Niaqornat la gente fa una vita sana. Lars parla di suicidio, a un certo punto, perché si era appena verificato un caso. Quindi è rimasto colpito.

Quanto influiscono sul sostentamento della Groenlandia il mutamento climatico e lo scioglimento dei ghiacci?
La cosa interessante di questi posti è che il problema è molto evidente. Alcuni anni sono più caldi, altri più freddi, ma generalmente c’è una tendenza al surriscaldamento, e il ghiaccio è sempre più sottile. Si sta sciogliendo senza ricostituirsi come faceva un tempo, quindi il ghiacciaio si sta ritirando. Questo ha delle conseguenze per la comunità: bisogna riadattare il metodo di caccia. Per esempio, nell’anno in cui eravamo lì non potevano usare le slitte coi cani per andare a cacciare, perché il ghiaccio era troppo sottile. Inoltre, la Groenlandia si trova su potenziali giacimenti minerari e di petrolio, che, se estratti, possono portare a uno scioglimento ulteriore dei ghiacci. È una situazione complessa. Noi inquiniamo il mondo, non loro, e questo è il risultato. È un circolo vizioso.

Dato che il mutamento climatico non è più soltanto una teoria, il politico eschimese Aggaluk Lynge ha affermato, “Ciò che accade nel mondo accade prima nell’Artico”. Ha un che di romantico, ma non lo è per niente.
Sì, è il barometro del mondo.