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Demented parla da solo

L'epica del pop: i Jacksons e il Victory Tour

Di come Michael Jackson si è smarcato dalla sua ingombrante famiglia e ha puntato dritto alle stelle.
12.9.13

Il mondo dello star system, per quanto lo si possa deprecare, non è affatto malaccio: accadono spesso e volentieri dei fatti incredibili, al limite del pardosso. Roba da esorcisti, come ben individuato da Kenneth Anger nel suo Hollywod Babilonia. Investimenti a cazzo, amori insensati, perversioni segrete, rivalità da asilo nido: come fare a meno di questa soap opera intrisa di sangue e nevrosi? Alla fine è come leggere Omero, quando "le ambizioni mordono le unghie del successo" (per citare una star del pop) ci ritroviamo di fronte al Colosso di Rodi, all'equilibrio inesistente fra stelle e stalle. Insomma l'Uomo come lo conosciamo noi è riflesso con tutte le sue luci e ombre nella starlette di turno, che il pubblico tratta appunto come un oggetto transizionale che coccola o prende a cazzotti a seconda dei casi. Bene, apro con questa premessa poiché io sto in fissa con la rapsodia che comporta quel mondo, alcune volte mi fa strabuzzare veramente gli occhi. E in questo caso c'è un evento in particolare che trovo degno di nota, ovvero il Victory Tour dei Jacksons che ebbe luogo nel lontano 1984, a luglio.

Sapete tutti che nella corrente estate 2013 sono partiti i festeggiamenti per l'anniversario della morte di Jackson, con una serie di spettacoli a base di imitatori che ripercorrono le sue gesta, no? Be', a me interessa più che altro celebrare il ventinovennale di questo tour, i cui avvenimenti sono a dir poco epici. Trattasi infatti di uno dei primi tour più costosi e grandiosi della storia.

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Partiamo dall'inizio: conoscete tutti i Jackson 5 aka Jacksons, ovvero ragazzini di colore vessati da un padre aguzzino allo scopo di trasformarli in una macchina da soldi. E certo, visto che il padre Joe Jackson era lo specchio del fallimento umano come musicista e come uomo, educa i suoi figli a colpi di mazzate al canto al ballo e al suonare, col risultato di maciullargli la psiche e far diventare suo figlio Michael Jackson (8 anni)—la futura star—una specie di nano di 40 anni.

Alla fine tutto ciò paga, i Jackson 5 fanno una cifra di soldi trainati appunto da Michael, Joe si gode una rendita fondamentalmente immeritata e pare che tutto debba proseguire su questa linea. Ma non viene calcolato l'enorme dirompente successo di Michael Jackson come solista: dapprima timidamente, poi ecco una bella botta con Off the wall, disco vendutissimo. Certo, vendutissimo ma non tanto da separarlo dai fratelli: quindi torna con loro a registrare Triumph, che sebbene in misura minore di Off the wall vende una cifra pure lui grazie al video di "Can you feel it", motivetto che conoscono anche i sassi.

Un promo spettacolare che è l'inizio della passione di Michael per il videoclip come arte a sé stante.

Ma dopo Thriller (1982) non ce n'è per nessuno, il disco rimane in classifica per QUASI 3 ANNI e continua a vendere anche ora che sto scrivendo, alle premiazioni praticamente Jackson fa incetta di qualsiasi premio, soldi a palate, potere d'acquisto illimitato. Insomma la sedia di Joe comincia a scricchiolare, i fratelli sentono che fra poco dovranno fare un concorso alle poste: urge correre ai ripari. E quindi cosa fare se non proporgli un bel nuovo disco insieme? La proposta a Michael non alletta più di tanto: da una parte è sicuramente stordito dal successo planetario, dall'altra si rende conto che i Jacksons sono una specie di sanguisuga sulla sua schiena. Ma tant'è, alla fine per quieto vivere familiare accetta: Victory esce nei negozi e raggiunge il numero quattro di Billboard vendendo abbastanza, ma è evidente che viene acquistato solo per la presenza di Michael. Il disco in sé non è affatto male, trattasi di power funk elettronico di nuova generazione, in cui da una parte i Jacksons scopiazzano le soluzioni del fratello più famoso e dall'altra si cerca di portare il tutto sull'ultrasintetico. È come al solito Michael però ad avere le idee migliori e le tracce più interessanti, fra le tante "State of shock" che presenta il primo mattone per la costruzione di "Bad", cioè uno speed r'n'b mischiato al metallo.

Originariamente pensato come duetto con Freddie Mercury, Jackson preferì poi la voce di Jagger in quanto piu' rock.

Che ci sia qualcosa che non va nei Jacksons è evidente quando nei video promozionali mancano le facce dei due fratelli più famosi, ovvero Michael e Jermaine (che negli anni Ottanta aveva un discreto successo). Una specie di sabotaggio al progetto, diciamo. Eh ma la vita mica è così semplice: ed ecco che i Jacksons (in grosse difficoltà finanziarie) propongono un bel tour di supporto all'album, che si preannuncia titanico. Michael a questo preferirebbe un trapianto di uccello, è riluttante. Ma alla fine accetta, sempre per i soliti intricati nodi familiari, convinto forse solo dalla promessa che il tutto si sarebbe imperniato principalemente sui suoi dischi solisti. Ecco che quindi "Michael Jackson and The Jacksons" prendono il via in questa impresa, anche se Victory non verrà performato—a parte un video di "Torture" in apertura—poichè probabilmente a Michael gli fa schifo al cazzo e/o non ha nessuna voglia di provare roba nuova. Soprattutto quella dei fratelli.

Il video ufficiale di "Torture": cantano Jermaine e Michael ma di loro non c'è traccia. Per quanto i fratelli cerchino di vestirsi come loro, non ce la danno a bere.

Che l'operazione sia a scopo di lucro è evidente già dalle cifre assurde: il promoter Chuck Sullivan (affiancato da Don King che a differenza sua è un furbacchione) offre ai Jacksons un anticipo di 80 milioni di dollari (!!!) e gli assicura che si prenderanno l'83 percento sui biglietti sia venduti sia no, con dei punti percentuale all'epoca impensabili, roba da capogiro. Stadi enormi, location faraoniche, soldi spesi con eccessiva facilità affinché tutto sembri opera di Dio sceso in terra. Che il promoter sia un deficiente è da queste poche righe già chiaro, ma diventa evidente a proposito del sistema delle vendite dei biglietti: 30 dollari che all'epoca era già una cifra inaccessibile, con un sistema di lotteria per cui per comprare un biglietto ne dovevi per forza ordinare quattro (!). Padre, fratelli e promoters tutti a fregarsi le mani pensando agli interessi, l'unico a opporsi è Michael: sempre criticato per questa storia dello sbiancarsi—quando poi aveva solo la vitiligine—pensava alle sue origini di poveraccio negro sapendo che la gran parte del pubblico era del ghetto. A questo punto Michael dopo una lettera di protesta di una bambina, per la vergogna, rinuncia a essere pagato devolvendo il suo onorario in beneficienza: non prima di aver predetto un disastro imminente a causa di questo boomerang pubblicitario. Le cose quindi fra i Jacksons partono malissimo. Anche perché il promoter—da una spesa iniziale di un milione di dollari per spese legali e assicurazioni—si accorge di cominciare a spenderli alla settimana: molto presto si troverà ad abbassare il feed dei Jacksons del 75 percento, ma i casini non sono finiti.

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Michael è in rotta totale con i fratelli: vola con un jet privato mentre loro con un aereo di linea, sabota iniziative multimiliardarie perché non sotto il suo controllo, si porta babystars ai concerti senza autorizzazione, insomma pare proprio che dei fratelli non gliene fotta più un cazzo. Tant'è che durante il tour nessuno si parla, vivono tutti in camere separate a chilometri di distanza e arrivano ognuno con le loro auto personali. Forse anche imbestialito dal famoso incidente sul set della pubblicità della Pepsi—bibita che non beveva e sponsor che gli era stato imposto—quando gli andò letteralmente a fuoco il cuoio capelluto a causa di un guasto, imbestialito anche dal fatto che oltre a dispensare coreografie all'avanguardia—come il moonwalk, il moonwalk reverse—e aver disegnato il palco gli tocca anche vedere date cancellate per assenza di biglietti, farsi il culo per pagare gli eccessi dei fratelli e vedere il pubblico visibilmente poco entusiasta a parte quando il set prende la piega di Thriller, non ne può più. Gli prende un attacco acuto di stress tanto da disidratarsi totalmente e affidarsi alle cure mediche.

Un'esplosione a cazzo dei fuochi d'artificio rende Michael un flambé ambulante: ustioni di terzo grado assicurate (in ogni senso).

Non è il solo, il fratello Jackie si perde praticamente tutto il tour a causa di un incidente alla gamba, si vocifera per le troppe prove. Verso la fine del tour la situazione è totalmente fuori controllo, come da previsione di Michael: Victory smette di vendere, molte date sono nuovamente cancellate a causa di Jermaine che si prende l'influenza con il risultato di 50.000 biglietti invenduti. A questo punto a Sullivan gli prende un simpatico infartino, lo ricoverano al volo e mentre lo stanno riacchiappando col cucchiaino è già dai Jacksons a rinegoziare la loro paga. Col risultato che gli toccherà vendere la squadra di football americano di cui è proprietario mentre Don King e i Jacksons fanno il bagno nei biglietti di banca. Se il megashow fosse sbarcato in Europa le cose sarebbero andate diversamente: ma Michael, con un colpo di scena da maestro, nella storica data al Dodger Stadium di Los Angeles annuncia in pubblico lo scioglimento dai Jacksons, con tanto di magliette strappate dal petto dei fratelli e atteggiamenti di netta umiliazione nei confronti degli stessi. Vedere per credere.

Una stupefacente reazione di Michael alle vessazioni familiari, poteva finire in rissa sul palco senza dubbio alcuno.

È in questo momento che nasce il vero Michael Jackson: vaffanculo fratelli e padre, vaffanculo a tutti. Il risultato lo sapete: i fratelli alla fine faranno un ultimo album imbarazzante che sembra scritto—per quanti complimenti fanno al padre—da uno di Scientology col cervello lavato. Sullivan sarà completamente rovinato, in bancarotta, con in più la ciliegina di un divorzio. Addirittura in seguito manderà delle lettere a Michael supplicandolo di aiutarlo economicamente: lettere che il nostro eroe getterà nel cestino non prima di averne fatto degli aereoplanini. Questa bella storia induce a una riflessione: da ogni fallimento epico nasce un successo altrettanto epico. In quanto star del pop per molti Michael è sempre stato un pazzo, un alieno, un bruciato, un megalomane. E in effetti lo era. Però provate a non esserlo voi con alle spalle tutti questi casini. Nessuna star, d'altronde, è tale se dietro non ci sono i topi: provate a scrivere quella parola al contrario e ne avrete conferma.

L'ultimo orribile singolo dei Jacksons con Michael che fa un cameo, ovviamente spinto a pietà umana. Notare il fatto che gli sono risparmiati i versi agiografici sui genitori.

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