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Aggiornamenti dalla Siria, nona settimana

Nonostante il sì al piano di pace, il regime sembra continuare la repressione dei civili.
11.4.12

La scorsa settimana ricorreva il ventesimo anniversario dall’inizio della guerra in Bosnia, e nell'aria c'era una strana sensazione da "storia che si ripete". Come in Siria, il conflitto in Bosnia ha causato la morte di migliaia di persone, mentre il resto del mondo è rimasto a lungo immobile, assistendo al disastro attraverso gli schermi televisivi.

Un paio di settimane fa, il presidente Asad ha accettato il piano di pace proposto da Kofi Annan per conto di Nazioni Unite e Lega Araba. Nel documento si stabiliva che l’esercito siriano si sarebbe dovuto ritirare ieri, martedì 10 aprile, e che entro 48 ore sarebbe entrato in vigore un cessate il fuoco generale. In molti erano scettici riguardo al piano di pace, e infatti Asad lo ha usato come una scusa per uccidere più persone possibili. Il Presidente ha inoltre richiesto una garanzia scritta affinché l'Esercito Siriano Libero cessi le operazioni militari prima del ritiro delle forze regolari, ben consapevole dell'impossibilità di raggiungere un accordo tra i ribelli.

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Nonostante questo, sembra che al momento non ci siano piani alternativi nel caso Assad non tenesse fede ai patti. Le Nazioni Unite non possono intervenire contro il regime senza ripercussioni disastrose sulla popolazione, e la comunità internazionale continua a rifiutare il passaggio alle armi. Che fare allora?

Da una parte, la Turchia ha dichiarato che “prenderà provvedimenti” nel caso le violenze proseguano anche dopo il termine ultimo fissato dal piano di pace. Non c’è da meravigliarsi che la Turchia sia così risoluta, dato che migliaia di rifugiati (attualmente 24.000) continuano a riversarsi entro i confini nazionali, esasperando la situazione nei campi profughi e negli ospedali già sovraffollati. Una delle soluzioni discusse a livello internazionale consiste nella creazione di una “zona franca” in territorio siriano, protetta da truppe turche, al fine di controllare il flusso dei rifugiati. Si è inoltre parlato dell'istituzione di una no-fly zone nel nord della Siria, per impedire agli elicotteri e ai caccia del regime di bombardare le aree controllate dai rivoltosi.

La scorsa settimana l’alleanza degli “Amici della Siria” ha deciso di pagare uno stipendio ai combattenti dell'Esercito Siriano Libero in modo da spingere i soldati del regime a disertare. La manovra può essere interpretata come un tentativo indiretto di armare i ribelli, col rischio di scatenare una guerra per procura tra gli Amici della Siria da una parte e il regime con i suoi alleati (Russia, Iran e Cina) dall'altra.

Un portavoce dell’opposizione ha dichiarato al Guardian: “Inviati dell'Esercito Siriano Libero si trovano a Istanbul in attesa delle consegne.” Fonti riportano inoltre che i ribelli di Douma e Damasco hanno già ricevuto del denaro.

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Di fronte agli ultimi sviluppi, se c'è un Paese che non sembra temere granché, questo è la Russia. Il ministro degli esteri Sergei Lavrov ha dichiarato che “Anche se i ribelli verranno armati fino ai denti, non riusciranno mai a sconfiggere l’esercito siriano”—affermazione piuttosto pomposa per uno Stato sconfitto in Afghanistan dalle truppe di mujaheddin. L’unica paura di Lavrov e della Russia è che, nel caso l’Occidente armi i ribelli, loro saranno costretti a fare altrettanto, e con equipaggiamenti ben più all’avanguardia di quelli a disposizione del regime siriano.

Come già detto, Asad ha cercato disperatamente di uccidere il maggior numero possibile di ribelli prima della tregua. Scontri si sono registrati a Idlib, Homs e Damasco. Interi villaggi sono stati spazzati via, e i profughi continuano a riparare in Turchia—a volte anche al ritmo di più di un migliaio al giorno. Un citizen journalist che lavora per Avaaz ha commentato: “La situazione è terribile. Quello che sta subendo la popolazione siriana è inaccettabile, e intanto il resto del mondo è fermo a guardare. Nonostante le ferree scadenze proposte da Kofi Annan non c’è stato alcun miglioramento. Negli ultimi giorni, gli attacchi sui villaggi e le città si sono fatti ancora più brutali.”

Pur indebolito dall'uso congiunto di artiglieria pesante e aviazione, l’esercito ribelle è riuscito a contrattaccare:

Ancora una volta, Homs ha assistito a bombardamenti e arresti di civili.

Dopo il ritiro di un mese fa, i ribelli sono di nuovo penetrati in città e hanno preso il controllo dell’ospedale di Homs. Purtroppo, una volta all'interno della struttura hanno scoperto come questa fosse stata trasformata in fossa comune, con più di 70 corpi congelati nell’obitorio.

Secondo alcuni analisti, l’Esercito Siriano Libero necessita di un cambiamento dal punto di vista tattico. Prima che il regime iniziasse a usare l’artiglieria e gli elicotteri, i ribelli erano in grado di contrattaccare, mentre ora sono sempre più costretti a ritirarsi dalle aree che controllano. Questo ha portato molti combattenti a spostarsi verso la Turchia per riarmarsi, riorganizzarsi e intraprendere azioni di guerriglia.

Riassumendo, Asad può ancora sorprenderci e mantenere la parola, ma a giudicare dai precedenti, sono convinto che la repressione continuerà.

Altre notizie:

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Il fotoreporter freelance John Cantlie ha trascorso due settimane a Idlib per documentare gli attacchi dei ribelli ai carri armati del regime, nella città assediata di Saraqeeb.

L'intervista del Global Post al tredicenne siriano Hossam  ha confermato le accuse di tortura sui minori mosse contro il regime e le milizie degli shabiha.

Le forze di Assad rubano biancheria intima come dei veri duri.

Domenica sera un membro delle forze di sicurezza ha diffuso un video che mostrava un interrogatorio delle truppe del regime nei confronti di un civile successivamente picchiato, bruciato vivo e infine sgozzato.

Lunedì è giunta notizia che le forze del regime hanno aperto il fuoco contro un campo profughi in Turchia.

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