FYI.

This story is over 5 years old.

Stuff

Come imparare a leggere

Intervista a Francesco Pacifico sul suo nuovo manuale, 'Seminario sui luoghi comuni – Imparare a scrivere (e a leggere) con i classici'.
09 maggio 2012, 2:00pm

L'ultima cosa che vorresti trovare in libreria (se ancora ci vai) è l'ennesimo manuale di scrittura, qualcosa per la cui esistenza e grazie al cui acquisto il tuo vicino di casa riesca a vincere l'imbarazzo di consegnarti il plico col romanzo semi-autobiografico che scrive da anni, quello in cui ha riversato il viaggio in India dopo la storia finita male, quello in cui mette in bocca ai personaggi quanto si sente fico e superiore a tutti, e quanto male lo nasconda.
Che in Italia si scriva molto e si legga poco è un dato di fatto, ma uno di quelli che si acquisiscono a forza di sentirlo ripetere e a forza di trovarci a ripeterlo noi stessi a qualcuno dopo che per la terza o quarta volta ci si è addormentati col manoscritto di un amico sul comodino. Lo stesso amico che per Natale ti ha regalato l'ultimo Umberto Eco perché 25 anni prima gli era piaciuto il film de Il nome della rosa.

Quando le proporzioni di un fenomeno diventano preoccupanti lo si capisce da una cosa: nessuno si stupisce più di niente. Quindi figuriamoci del fatto che scrivi: lo fa anche lui, e anche sua sorella. Al limite la differenza è nel fatto che ti pagano per farlo, ma di soldi in Italia non si parla volentieri. Sia perché ultimamente ne girano pochi, sia perché quando ne parlano gli americani ci imbarazziamo. Francesco Pacifico, che con la scrittura ci campa e non se ne vergogna, sta pubblicando per minimum fax un libro in cui fin dal titolo scongiura il timore di trovarsi di fronte a un banale manuale di scrittura: Seminario sui luoghi comuni – Imparare a scrivere (e a leggere) con i classici. È un manuale di scrittura, ok, ma è anche e soprattutto un manuale di lettura. Cioè ti insegna a leggere. Lo fa sia se la tua aspirazione è semplicemente quella di leggere, sia se vorresti anche trasformare le tue letture in mini-seminari privati di scrittura creativa. E lo fa snocciolando gli aspetti principali dell'analisi di un testo (letto o in fase di scrittura che sia): come scegliere di cosa parlare; come avvicinarsi all'oggetto della scrittura; come vampirizzare la propria famiglia e gli amici a scopi letterari; come gestire le digressioni qualora se ne senta la necessità; eccetera. Il tutto con un insieme di capitoli brevi e puntuali, la cui abbondanza si intona alla varietà di sfaccettature dello scrivere e del leggere, e la cui autorevolezza è data (anche) dalla sistematica riproposizione di brani di autori “classici”.

A Francesco Pacifico, che è un amico, avevo più volte esternato entusiasmo per la sua rubrica sul blog di minimum fax da cui gran parte di questo libro è tratta. E finché l'entusiasmo era trasmesso per via privata non c'è stato problema, ma come sfuggire alle accuse di piaggeria se lo stesso entusiasmo è riportato in un pezzo in cui si parla bene del libro? Semplice, forse: si dichiara il legame amicale, si tenta di spiegare perché il libro in questione sia bello e importante e utile, e ci si affida all'intelligenza del lettore, dal quale ci si aspetta che sia meno smaliziato del solito. Ma ci si affida anche alle parole dell'autore, di qui l'idea di un'intervista.

VICE: Quanti aspiranti scrittori conosci?
Francesco Pacifico: Sto cercando di ricordare chi è l'ultima persona... Ah sì, l'altra sera ero a un concerto e una ragazza che organizza concerti mi faceva delle domande sul mio lavoro. Simpatica, gentile, intelligente, buone letture. A un certo punto ha detto: “Ovviamente anch'io come il 70 percento degli italiani vorrei scrivere.”
Perfino il mio migliore amico snob che faceva filosofia una volta si fece sgamare, aveva una stampata nel cassetto, aveva davvero il romanzo nel cassetto. Ma non so, io tendo a conoscere persone nel mondo rappresentato dai Cani in Velleità, quindi lì (qui) tutti vogliono pubblicare racconti.

La velleità del racconto è più velleitaria di quella di scrivere un romanzo, però. Ha un che di tenero.
Non so. Voler scrivere un romanzo è una velleità epica. Ci vuole un sacco di tempo. Quella di scrivere un racconto può andare di pari passo con altre velleità come la fotografia o il teatro, le classiche. Quindi preferisco colui/lei che si rovina con la velleità di scrivere un romanzo. Oltretutto, le tue foto qualcuno le guarda, allo spettacolo teatrale ci vengono, sono comunque cose più sociali, ma la stampata mastocca col tuo romanzo dentro in Times New Roman non se la vuole leggere nessuno.

Eppure chi scrive dentro di sé sa di essere quasi sempre un pessimo lettore, e ciononostante vuole scrivere perché spera... cosa? Che per lui si faccia un'eccezione?
No, chi scrive non sa di essere un pessimo lettore. La condizione mentale di noi esordienti (qui come fai sbagli: se dici "degli esordienti" te la stai tirando; se dici "di noi che siamo stati esordienti" sei leccato; se dici "di noi esordienti" sembri ipocrita—è un tema scandaloso, parlare dell'esordio è come parlare di sesso, e cambia tantissimo vederlo davanti a sé o alle spalle) è una nebbia in cui ci perdoniamo tutto e non perdoniamo nulla agli altri. Qualcosa l'abbiamo letto, e ci adoriamo per quello, e ogni nostro esordio nasce dalla lettura attenta dei classici—tipo le poesie di Bukowski o Il partigiano Johnny. Però di fatto è vero che nella maggior parte dei casi si inizia a scrivere in un periodo in cui si legge poco, oppure tanto e male. A me è capitato così. Quando ho iniziato a scrivere, a 16 anni, non leggevo classici perché le persone che li leggevano erano brutte persone. Mi riferisco ai compagni del liceo della ragazza di cui ero innamorato. Persone che leggevano Delitto e castigo e poi dicevano solo "Perché Delitto e castigo..." e non aggiungevano mai niente di interessante. Allora io iniziai a dirmi che non leggevo per principio.

Ti sei lasciato influenzare dalla cosiddetta "bruttezza del lettori"?

Questo è un tema che andrebbe affrontato, anche se non nel mio libro. In uno dei locali che frequento di più a Roma, di care persone con cui vado molto d'accordo, c'è una scritta sul muro che non condivido. È tra due scaffali di libri e invita allo scambio, poi dice di non rubarli. E fin qui ok. E poi alla fine dice una cosa del tipo: l'importante è leggere, sempre. Io non sono per niente d'accordo. Sarebbe come dire che l'importante è vedere quadri, sempre, o film, sempre. Solo dirlo mi pare un incubo. Allo stesso modo, la passione eccessiva per la lettura può portare a non sviluppare il gusto. Non si può leggere troppo. Bisogna soprattutto rileggere certi libri fondamentali con cui ci si è costruiti, con cui si è diventati adulti occidentali, rileggere quelli e dedicarsi alle altre arti, sperando di trovare qualcuno che ci aiuti a sviluppare il gusto anche lì.

**Sembra quasi che la scritta in quel locale sia figlia di chi ha interiorizzato l'adagio radical chic per cui qualunque cultura è cultura? **

Sì, condivido. Il problema però è che esaltare la cultura della lettura tende a creare un ambiente di parole, un ambiente molto confortevole che può schermare il lettore appassionato dalle altre forme d'arte. La passione per la lettura a tutti i costi di solito si sviluppa in collegamento diretto con la "passione civile". Leggere diventa politica.

È come se dessero per scontato che tutti, più o meno segretamente, siano aspiranti scrittori, e che quindi si debba leggere. O no?

Questa domanda mi fa ridere. Sembra quasi che tu voglia perversamente dar voce all'inconscio del giovane e della giovane cresciuti in licei o famiglie col mito del leggere. La loro voce dice: ok, va bene, leggeremo, ma almeno fateci diventare aspiranti scrittori. Ma parlare di questo argomento mi sta facendo impallidire. Stavo per scrivere: "... eppure diventare scrittori è una cosa così flebile, quasi impercettibile." Poi ho visto che non ho abbastanza onestà intellettuale per pronunciarmi sulla questione, perché anch'io ho sviluppato il mio desiderio di scrivere negli ambienti di cui ci stiamo qui prendendo gioco, e infatti quando uno mi chiede come ho cominciato rispondo: "Sono finito nella classe dei secchioni di un liceo di sinistra e nella mia fila leggevano tutti, da Dumas a Bukowski, e alla fine in vari ci siamo messi a scrivere."

Non volevo fare un discorso snobistico. È che mi sembra che in Italia sia impensabile pensarsi "semplici" fruitori di qualcosa: se ritengo di conoscere "la letteratura" me ne sento parte integrante e voglio dire la mia. Così come sono (siamo) tutti allenatori, assessori, legislatori, registi. Cioè è proprio il sentirsi sempre e comunque chiamati in causa, no?

Mumble mumble. È interessante provare a rispondere a questa domanda sul sito di VICE. Di solito rispondo a domande sulla scrittura in contesti in cui TUTTI sono aspiranti scrittori. Mentre qui c'è la vaga possibilità che chi legge sia solo aspirante fotografo (ok, di certo non è arrivato a leggere fin qui). (Oddio, in effetti chi è arrivato a leggere fin qui non può non essere un aspirante scrittore). Allora non è interessante provare a rispondere a questa domanda sul sito di VICE, perché ogni discorso sulla letteratura attiva è un discorso che può interessare solo un aspirante scrittore. A quel punto stiamo solo parlando fra persone che hanno sbavato troppo per qualcosa di immateriale come la scrittura. Stiamo parlando solo fra noi bavosi che non vediamo o vedevamo l'ora di diventare parte attiva del magico mondo della lettura. E ti giuro, e per questo ho rallentato il ritmo delle risposte, pensare che un non interessato possa capitare in una discussione fra/su/per aspiranti scrittori di ieri e di oggi mi fa imbarazzare, mi blocca, e ho già il fiato corto.

Ma che mi dici dello status di classico? Non temi che venga affibbiato dagli stessi che poi scrivono sui muri dei locali?

Sì, me lo sono chiesto molto. In realtà, quelli sono i miei classici: sono i libri che rileggo e non diventano mai più stupidi della volta prima. Ci cresco dentro. Però ti faccio un esempio: una delle puntate più deboli della rubrica era quella su Dostoevskij, un autore cui ho dedicato un anno intenso della mia vita, il ventiduesimo. Dieci anni dopo non riuscivo più a sentire niente di quello che scrive. E l'ho tolto dal libro. Cosa sia Dostoevskij è per me un grande problema. Dopo aver letto le Lezioni di Nabokov, in cui lo smonta, dice che non è davvero un romanziere e che non scrive bene, ho provato a rileggere I fratelli Karamazov, che mi avevano cambiato la vita, e ho trovato il libro retorico e del tutto privo del gusto di raccontare. È vero? Non lo so. Mi ha plagiato Nabokov? Probabile. Insomma, su cosa sia un classico non so che dire. Potremmo pure non chiamarli classici, ma grandi autori. Dopodiché, ci sono autori a cui voglio bene e autori a cui voglio male. Io voglio bene a Proust ma non a Musil, però si impara tanto da entrambi. I vice-classici, come possono essere Thomas Bernhard e David Foster Wallace, mi danno l'impressione che la letteratura sia una forma d'arte debolissima, in cui ci si perde per entusiasmo ma che lascia sempre la sete di verità e bellezza in balia della retorica di una persona ispirata, l'autore di cui mi sono appena innamorato. L'unica cosa che so è che la letteratura è una cosa che ruota intorno al racconto delle cose più ovvie, dei luoghi comuni. Soldi, malattia, sesso, morte, desideri.

Senti, una domanda in chiusura: visto che anche noi diamo per scontato che in Italia tutti scrivano e nessuno legga, il tuo libro ha un mercato potenzialmente enorme. Sei in aria di best-seller?
No: perché nessuno legge. 

Però potrebbero comprarlo gli aspiranti scrittori. E senza doverlo necessariamente leggere ti manderebbero in classifica. Io comunque te lo auguro.

_Gli aspiranti scrittori. _

_Gli aspiranti scrittori. _

_Gli aspiranti scrittori. _

Il nuovo libro di Francesco Pacifico, Seminario sui luoghi comuni – Imparare a scrivere (e a leggere) con i classici esce domani, giovedì 10 maggio, per minimum fax.