Un'auto in Iran
Foto di Jake Burghart.
Cultura

Abbiamo girato un documentario sull'Iran prima che tutto cambiasse per sempre

La Guida di VICE all'Iran è stata girata in un momento che credevamo tumultuoso, ma che si è rivelato estremamente pacifico rispetto a quanto è avvenuto dopo.
17 aprile 2020, 8:47am

A novembre del 2019, insieme a uno dei fondatori di VICE, Suroosh Alvi, siamo partiti per l'Iran per girare un documentario. Per nostra fortuna non avevamo una missione dettagliata, e ne abbiamo approfittato per visitare varie zone del paese in un momento che credevamo tumultuoso, ma che si è rivelato estremamente pacifico rispetto a quanto è avvenuto dopo.

Volevamo incontrare persone di ogni tipo, così abbiamo deciso di usare una troupe ridotta e di viaggiare leggeri. Insieme alle telecamere che usiamo normalmente abbiamo portato con noi una Handycam Sony, una piccola videocamera non professionale, che di solito si usa per fare i filmini delle vacanze.

Il risultato è stato La Guida di VICE all'Iran, un documentario che mostra la vita quotidiana in Iran in un modo che come VICE, nonostante molte visite precedenti, non eravamo davvero riusciti a catturare. Nelle 22 ore di treno per Bandar Abbas, la città portuale da cui l'Iran domina lo strategico Stretto di Hormuz, per esempio, siamo stati in grado di fare interviste e filmare tutto il viaggio senza i classici problemi di folla radunata attorno alle telecamere o fermi da parte della polizia. Oggigiorno tutti fanno video con cellulari o piccole telecamere, quindi nessuno ti nota.

Quando abbiamo incontrato il capo della milizia governativa dell'Iran, o abbiamo girato dentro l'ex ambasciata americana con un uomo che nel 1979 si occupava di torturare i diplomatici USA (e che poi è morto di Covid-19), abbiamo usato le solite Sony FS7 a spalla.

Ma volevamo vedere anche le zone dove le normali troupe dei media internazionali—nelle rare occasioni in cui vanno in Iran—non arrivano. Così siamo stati sull'isola di Qeshm, nella già citata Bandar Abbas, sullo stretto di Hormuz e in alcune parti meno conosciute della capitale, Teheran. Abbiamo parlato con tutti, dalla band metal Chaos Descent all'ex capo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, alla viceministra delle Donne e della Famiglia Masoumeh Ebtekar.

Nelle nostre interviste ci siamo concentrati soprattutto sulle conseguenze delle sanzioni americane sul paese, e sul rapporto tra questo e gli Stati Uniti.

Pochi giorni dopo il nostro ritorno, il paese è stato investito da rivolte e proteste—e qualche settimana dopo, dall'arrivo del coronavirus. Così, a posteriori, il viaggio è stato l'ultima grande opportunità di vedere questo paese prima che cambiasse, come è cambiato il resto del mondo nel 2020.

Queste foto sono state tutte scattate da Jake Burghart con la Pentax K1000 di suo nonno e ci sembrano una bel modo per raccontare i retroscena del viaggio. Speriamo che vi piacciano che vi piaccia il documentario, che trovate poco sopra o direttamente su YouTube.

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Foto: Jake Burghart

Appena atterrati siamo saliti su un treno su cui saremmo rimasti 22 ore, da Teheran, nel nord del paese, allo Stretto di Hormuz, all'estremo sud. Questa foto ci ritrae alle 6 del mattino, appena usciti dalle cuccette. Il servizio del tè iniziava alle 7, il personale di bordo ce lo ha comunicato con molta severità, prima era proprio impossibile, neanche pagando... e poi ce lo hanno portato di loro spontanea volontà. (Nella foto: Suroosh Alvi e Alex Chitty.)

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Foto: Jake Burghart

Keegan Gibbs era il nostro secondo cameraman/fonico/assistente alla produzione... quando la troupe è di quattro persone, tutti fanno tutto. Abbiamo comprato questa piccola handycam pochi giorni prima di partire. E per fortuna che l'abbiamo fatto, perché filmare sul treno era assolutamente vietato, ma quando abbiamo tirato fuori questa telecamerina il personale di bordo ha detto "Ah, con quella va bene".

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Foto: Jake Burghart

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Foto: Jake Burghart

La fermata per la preghiera. Il treno si è fermato, tutti sono scesi, e la gente si è messa in fila per entrare a turno in una piccola moschea. Nessuno si è preoccupato di noi e dei nostri obiettivi.

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Foto: Jake Burghart

Appena scesi dal treno ci siamo trovati davanti questa scena sulla spiaggia. Le petroliere che passavano all'orizzonte in un tratto di acqua tra i più controversi del mondo, mentre i bagnanti si immergevano e si scattavano foto a vicenda.

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Foto: Jake Burghart

Poi abbiamo preso un traghetto per Qeshm—se volevamo fare un documentario di viaggio, quella parte ci stava riuscendo benissimo. Qui siamo dentro un furgone in attesa che la polizia doganale ci dia il via libera, in un'atmosfera decisamente più da isola rispetto a Teheran.

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Foto: Jake Burghart

Nel piccolo porto di Qeshm abbiamo visto questo ragazzo tuffarsi da una barca affondata. Abituati com'eravamo all'atmosfera di Teheran, vedere i piedi nudi di una persona ci è subito sembrato strano, ma ci siamo velocemente liberati di quel sentimento e delle nostre magliette, buttandoci in acqua insieme a lui.

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Foto: Jake Burghart

Questa spiaggia era evidentemente quella per le feste. C'erano grigliate, gente che fumava narghilè, cammelli a noleggio, parasailing, musica. Da cameraman, è facile perdersi in una scena così. Io ho dimenticato che stavamo lavorando e ho iniziato a girare a caso.

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Foto: Jake Burghart

Con il tramonto è arrivata la bassa marea, che ha rivelato un sentiero percorribile a piedi verso un'isola più piccola. La festa si è trasferita là.

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Foto: Jake Burghart

Uno shisha bar improvvisato sull'isola più piccola. Un tizio aveva portato un po' di narghilè e di tavolini e li aveva messi vicino a un muretto abbandonato. Dietro di me c'è l'oceano, a sinistra c'è un tizio che cucina carne alla brace, e dietro di loro il cielo è affollato di paracadute noleggiati da un tizio con l'aria losca. Non avrei mai voluto andarmene da qui.

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Foto: Jake Burghart

Ma poi siamo tornati a Teheran. Il pensiero di viaggiare in aereo dopo la nave e il treno non ci piaceva per niente. Questo è Suroosh nella moschea dell'Imam Khomeini a Teheran. Rispetto alla spiaggia, ovviamente, l'atmosfera era molto diversa. Ma comunque c'era un negozio di souvenir e vendevano anche gelato, quindi non è che sia tutto così serio come ci si potrebbe aspettare.

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Foto: Jake Burghart

Gli iraniani chiamano questo posto la Tana delle Spie o il Nido dello Spionaggio, entrambi nomi più affascinanti rispetto a quello vero, cioè Ambasciata degli Stati Uniti. È un museo-capsula temporale che non sembra nemmeno aperto al pubblico. È qui che abbiamo incontrato Hussein Sheikholeslam, un importante politico iraniano che ha preso parte alla presa in ostaggio dell'ambasciata nel 1979. È morto a marzo di Covid-19.

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Foto: Jake Burghart

Questo è l'esterno dell'ambasciata. Dopo la rivoluzione gli artisti hanno dipinto i muri esterni di murales anti-americani; per il 40esimo anniversario della rivoluzione ne hanno fatti di nuovi. Qui potete ammirare la loro versione antisemita e antiamericana del logo dei Ramones.

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Foto: Jake Burghart

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Photo: Jake Burghart

I ragazzi di tutte le scuole di Teheran partecipano con grande entusiasmo alle proteste anti-americane. Sono tutti super cordiali e ci tengono ad assicurarti che odiano solo il governo americano e non il popolo.

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Photo: Jake Burghart

“Khomeini, sono al tuo servizio". Queste studentesse religiose la prendono un po' più sul serio.

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Foto: Jake Burghart

La fine della parata o carnevale o protesta—non sappiamo che termine usare per descriverla. Un venditore ambulante pulisce le macchie di paintball dal suo poster di Trump.

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La troupe al mercato all'ultimo giorno in Iran. Da sinistra a destra: Suroosh Alvi, Alex Chitty, Keegan Gibbs, Katty Arsinjani, Jake Burghart.

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