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La storia della canzone italiana è una storia d'amore

Romantic Italia, il nuovo libro di Giulia Cavaliere, racconta le canzoni d'amore di Liberato e Ghali con la stessa dignità di quelle di grandi come Mina e Celentano.

di Patrizio Ruviglioni
29 novembre 2018, 2:16pm

Mina e Adriano Celentano.

Probabilmente ne avrete intravisto la copertina verso fine settembre, sulle bacheche dei vostri contatti che "ne sanno", giornalisti o musicisti che fossero; o magari ne avrete letto dei passaggi qualche settimana dopo, direttamente da qualche amico che la musica proprio no, che ad andar bene è fermo a De Gregori. È questa la forza di Romantic Italia - Di cosa parliamo quando cantiamo d'amore (283 pagine per Minimum Fax): è un libro di musica, sì, ma trasversale. Raccoglie 80 canzoni "d'amore" italiane disseminate in sessant'anni di storia, ciascuna spiegata in un capitoletto da 4-5 pagine. Si fa principalmente riferimento ai testi, nel libro (anche se poi di musica si parla eccome, perché sarebbe miope scindere i due aspetti), ma alla fine tutto diventa quasi un pretesto per raccontare l'Italia pop, la canzone d'autore, e come negli anni siano cambiati lo storytelling d'amore, i riferimenti culturali e la nostro memoria collettiva, fra Battiato, Celentano e i Baustelle. A volte ci sono passaggi à la Italian Folgorati, altre si restituisce dignità ad artisti snobbati; spesso, semplicemente, si affronta Liberato con la stessa passione di Mina, Carboni con la cura di De André.

L'ha scritto Giulia Cavaliere, che la terza di copertina ci passa come critica al servizio de Il Mucchio Selvaggio, Rolling Stone ed Esquire, fra gli altri. Difficile, però, renderle giustizia solo così: per chi non lo sapesse, Giulia è una delle massime esperte di musica italiana, una che non ha problemi a parlarti di Jovanotti come di Battisti, solo con la forza della ricerca, dell'onestà intellettuale e di un'analisi maniacale. Va da sé, allora, che Romantic Italia costituisca un tentativo di ridare davvero alla nostra musica a 360 gradi. Ho pensato potesse essere una bella occasione, allora, parlarne direttamente con Giulia, per definire un genere - il pop italiano - che forse sottovalutiamo un po' troppo, e per cercare di capire in che direzione sta andando la canzone d'amore.

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La copertina di Romantic Italia di Giulia Cavaliere, cliccaci sopra per acquistarlo sul sito di Minimum Fax.

Noisey: Partiamo dal libro in sé. Il criterio di scelta è personale, ma da dove nascono l’idea e l'ordine di questa struttura a jukebox? Dove vuoi portarci?
Giulia Cavaliere: Volevo tentare di ricreare il sistema casuale con cui, con una buona parte di queste canzoni, la nostra generazione e le precedenti, sono entrate in contatto. Che si trattasse, allora, di juke box, di radio, del Festival di Sanremo, di Canzonissima, di Studio Uno o che si tratti, ora, di Youtube, Spotify e tutti gli altri mezzi che sappiamo, queste canzoni sono arrivate alle orecchie degli italiani quasi per caso, hanno colpito o sono rimaste lì in sordina, entrando di petto, facendo irruzione, con una casualità spesso totale. Di frequente sono arrivate come singoli, come pezzi a sé stanti, come hit più o meno note. Questo ‘bombardamento’ che riguarda il ‘primo’ incontro con i brani volevo ricrearlo nel proporne un incontro nuovo, più approfondito, in questo mio libro.

“Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore”: bene, ma perché cantiamo così tanto d’amore? Talmente tanto che ti è servito da pretesto per ripercorrere sessant’anni di musica italiana.
Perché vogliamo provare a capirci qualcosa. Perché viviamo costantemente l’affanno umano di tentare di spiegare e raccontare l’inspiegabile e il non raccontabile e infatti le canzoni d’amore sono tutte più o meno tentativi, tutte spiegazioni e racconti parziali, che sposano determinate prospettive e a cui sfugge sempre la visione d’insieme di questo sentimento, di questa febbre perché quell’insieme è troppo grande per noi, che siamo molto piccoli. Non smetteremo mai e poi mai di cantare l’amore, di scrivere d’amore perché non si smette di amare, l’amore non è una cosa che c’è e poi non c’è più, non è un fatto generazionale, storico, è eterno, e l’eternità include passato e futuro. In buona sostanza siamo piacevolmente fregati da questa strada chiusa senza fine.

In generale, "Romantic Italia" mi è sembrato un libro molto pop. Non in riferimento a un genere specifico, ovviamente, ma in senso fluido: per il suo spirito "nazionalpopolare", per avere in sé tante canzoni che, per quanto diverse, hanno segnato la nostra memoria collettiva. E tu, devo dire, rendi loro giustizia, indagando la bellezza e l'importanza di brani che hanno raccontato talmente bene l'Italia da esserne parte integrante. Stiamo forse sottovalutando lo spessore del pop?
Non ho certamente alcun diritto di dire che lo stiamo sottovalutando. Non mi permetto. Certo è che alcune forme di snobismo resistono, un certo gusto che ho sempre trovato fastidiosissimo per il culto della nicchia. Io non mi interesso di nicchie, magari, per carità, ne avrò anche fatto parte, ma non le ricerco, le nicchie non sono la mia aspirazione e trovo che l’amore per la nicchia sia anche vagamente ridicolo, un po’ adolescenziale. Per me pop non vuol dire ‘vale ogni cosa’ o ‘tutto è bello’, piuttosto significa dare una possibilità a tutto, significa passare in rassegna ogni cosa e provare a capire se in quella cosa c’è qualcosa di interessante, di forte, di buono. Per me si tratta di dare una possibilità sempre, è una sorta di battaglia, quella del pop, contro l’esclusività. Non tutto può essere di tutti, è naturale, l’esclusione a priori di certi linguaggi o di certi spazi all’interno di quei linguaggi, però, per me è molto triste, l’apriorismo è limitante sempre, perché toglie, non aggiunge, impoverisce, non arricchisce.

A occhio, Battisti è l’artista che ritorna di più, ed è anche quello che metti in apertura con "Un'avventura". Sempre riguardo a cultura di massa e memoria collettiva, Emiliano Colasanti ragionava sul fatto che, per noi, Lucio è un po’ come i Beatles . Tu che ne pensi?
Discorso lunghissimo, quanti anni abbiamo? Qualche tempo fa ho tradotto uno speciale per Rolling Stone dedicato a David Bowie che, oltre a essere l’artista, il musicista di cui conosco meglio produzione, evoluzione, concezioni e mondi, è anche quello che mi ha aperto le porte della percezione, tanto per usare un’espressione ben nota, quello cioè che mi ha fatto scoprire cos’è l’arte, cos’è il mondo e tutto ciò che l’uomo può trovarci dentro. Eppure, nonostante le tantissime letture fatte su di lui in ogni lingua a me nota, traducendo la sua storia artistica disco per disco, anno per anno, mi sono resa conto più che mai di quanto Bowie fosse un trovatore, espressione utilizzata anche per Battisti nell’articolo che citi. Entrambi avevano gli occhi e le orecchie talmente aperti e ricettivi da riuscire a intercettare i movimenti del mondo e della musica, i suoni del presente e quelli del futuro, l’innovazione, l’onda in arrivo. Ed entrambi avevano così tanto naturale talento e così tanta personalità da riuscire a farli propri e farne qualcosa di nuovo e, generalmente, generare un risultato più pop della matrice di partenza. In questo senso è dunque verso Bowie che spingerei il paragone.

Con i Beatles certamente Battisti condivide la presenza, l’universalità, il fatto di essere un punto di non ritorno. Senza Battisti è difficile immaginare molto della musica italiana successiva, esattamente come è difficile immaginare la musica pop di tutto il mondo senza l’apporto e l’eredità dei Beatles. La scala è diversa, naturalmente, visto che la presenza massiccia di dischi di Battisti nelle casa si ‘riduce’ quasi esclusivamente all’Italia mentre quella dei lavori dei Beatles è arrivata massicciamente in tutto il pianeta.

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Nilla Pizzi, foto via Wikimedia Commons, cliccaci sopra per ascoltare "L'edera" su YouTube.

A livello cronologico, invece, poni la nascita della canzone d’amore italiana nel 1958, con "L'edera" di Nilla Pizzi, proseguendo poi coi vari Tenco, Endrigo e, soprattutto, Paoli. Che ci ha lasciato quella generazione?
Scelgo di partire dal 1958 perché quell’anno è unanimemente, e a ragione, riconosciuto come l’anno della prima rivoluzione della canzone italiana e quindi, dovendo scegliere sono partita anche io da lì ma anziché iniziare con Modugno, autore riconosciuto di quella rivoluzione formale, sono partita da una love song secondo me travisatissima nel tempo, cioè appunto "l'Edera" di Nilla Pizzi. Poi chiaro, la canzone d’amore è nata molto, molto prima, in qualche modo esattamente quando abbiamo iniziato a cantare.

La generazione di cui parli, cioè quella degli autori che hanno iniziato a scrivere e cantare all’inizio dei ’60 e che, dove possibile, ancora lo stanno facendo, ha veramente rivoluzionato in modo totale il linguaggio, la parola della canzone. In alcuni casi, penso a Tenco specialmente, ha portato anche un approccio al racconto completamente nuovo, irripetuto. Tenco ha spostato il racconto in canzone dalla descrizione all’analisi, è come se avesse scritto saggistica mentre gli altri facevano narrativa, per intenderci. Questa cosa è ancora oggi sorprendente, ogni tanto Fossati è riuscito in questa stessa cosa ma Tenco, in questo senso, è ancora esempio principe di un rinnovamento radicale e profondissimo. In termini generali gli autori che citi sono quelli che hanno saputo squarciare un velo, un’opacità formale che avvolgeva la canzone italiana e la teneva immobile, incapace di raggiungere un cuore profondo del racconto, sia attraverso la parole che attraverso la musica – con arrangiatori di livello in prima linea, da Boneschi a Morricone a Bacalov, solo per menzionarne alcuni.

Da lì, un altro snodo lo trovi, più avanti, nei cantautori: Guccini, Dalla, De André, De Gregori... In realtà dovrei citarli tutti, perché non te ne perdi uno. Cos’hanno rappresentato per la canzone d’amore e la musica italiana in generale?
Molte cose, essenzialmente l’ingresso di una struttura verticale della canzone, l’inclusione dell’indecifrabile, dell’ermetico o, al contrario, di una narrazione più ampia, aperta, dettagliata e slegata dalla necessità di entrare in un juke box, di diventare potenziale hit. Più ampiamente, direi che ha significato una crescita delle possibilità e degli approcci, l’approfondimento, l’introduzione dei riferimenti culturali su larga scala, una connessione stretta con la scrittura letteraria. L’aspetto cruciale, di base, è che ognuno di questi nomi, aggiungo naturalmente Conte, Fossati e potremmo fare molti altri nomi ancora, ha portato un modo completamente nuovo di scrivere rispetto agli altri, queste discografie sono uniche, nel senso che davvero non sono in alcun modo paragonabili l’una all’altra se non per il fatto che chiamiamo tutte queste persone ‘cantautori’.

A parte questi "grandi nomi", secondo me la forza di "Romantic Italia" sta comunque anche nella sua assenza di snobismo. Tu parli senza problemi di Baglioni e Carboni, ad esempio, nomi che la critica ha sempre ignorato e con cui un certo pubblico è stato ingeneroso. Quali sono gli artisti, secondo te, che in questo senso meriterebbero una rivalutazione?
Riprendo quanto ti dicevo su rispetto allo snobismo, onestamente non vedo perché dovrei trattare Claudio Baglioni o Luca Carboni diversamente da Francesco Guccini o Enzo Jannacci. Mi pare ridicolo, peraltro rendiamoci conto, era Jannacci stesso a dire che gli sarebbe piaciuto essere bravo come Baglioni perché Baglioni era secondo lui il più bravo di tutti. Baglioni, per esempio, infatti, è un raffinatissimo compositore oltre a essere un cantante di raro livello – all’interno della cerchia dei cantautori – e un autore di testi che, siamo seri, ce li possiamo scordare altrove. Il problema dello snobismo è che, come ti dicevo su, spesso nasconde pregiudizi, preconcetti e non ascolti, non approfondimenti cui sono seguite valutazioni e gusti – e i gusti, per carità, sappiamo bene che non si discutono.

Insomma, io sfido chiunque abbia ascoltato dischi come La vita è adesso o Strada facendo a discutere il valore artistico di Baglioni. Poi nel libro ho inserito persino Tozzi, per dire, che con Bigazzi ha fatto un lavoro interessantissimo, con dischi che andrebbero riascoltati da cima a fondo, come appunto Notte rosa, di cui parlo diffusamente. Lì vicino ci sono nomi meno noti: Mauro Pelosi, Flavio Giurato per indicarne due. Meno noti ma non di minor valore.

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Vasco Rossi, foto via Wikimedia Commons, cliccaci sopra per ascoltare "La nostra relazione" su YouTube.

Poi c'è anche Vasco Rossi, che secondo me è un altro sottovalutato: tu lo chiami in causa con un pezzo come “La nostra relazione”, una canzone che usa l’amore come pretesto per raccontare milioni di condizioni esistenziali con una semplicità disarmante...
Ho messo pochissimo Vasco Rossi e me ne sono pentita, ma d’altronde è così che è andata, non potevo mettere tutto tutto e ho dovuto fare delle scelte, per esempio in questi giorni sto riascoltando molto il suo live Va bene, va bene così dove appunto c’è questo pezzo extra, la title track e mi dispiace molto non averla inserita, non solo perché veramente credo che sia uno dei brani d’amore più interessanti della canzone italiana ma perché racconta un istante dell’amore, della relazione molto preciso che avrebbe meritato uno spazio. Ho messo "La nostra relazione" perché è un pezzo disarmante, anche lui su una precisa fase del percorso amoroso, composta con alcuni accorgimenti nell’arrangiamento così anni Settanta che rendono la canzone ancora più straziante, nuda. Di base è un brano che ti mostra senza scuse e senza remore una condizione penosa in cui ci si ritrova spesso in amore ma, come dici tu, anche nella vita, da soli.

Sui temi, ho notato che parli molto di sessualità. Effettivamente, la canzone italiana è piena di tensione erotica, da “Pensiero Stupendo” di Patty Pravo a “Sentimento Nuevo” di Battiato, per dirne due. Eppure è un aspetto che, a conti fatti, non è mai stato enfatizzato dagli ascoltatori, non trovi?
Sono d’accordo e volevo tanto che questo “romantic” del titolo finisse con l’avere un significato letterario e non vicino alla solita traduzione della parola che materializza cioccolatini e petali di fiore e chitarre e falò. Sangue, sudore, lacrime, passione, struggimento, desiderio: questa è l’Italia romantica che racconta questo libro, questa è quella rappresentata dal gelato colante e un po’ soft porn della copertina. Quindi, nel libro, l’amore si muove moltissimo in quella direzione. In fondo l’amore non esiste se non passa dal corpo, se non passa in un certo modo dalla pelle, dai sensi. E anche le canzoni lo sanno molto bene.

A proposito di Battiato: anche lui è un nome che evochi spesso; che peso ha avuto nella canzone d'amore italiana?
Battiato ha sempre cercato di starne fuori, di evocare l’amore, diciamo, di parlare d’amore in modo mai troppo relazionale, mai troppo umano ma, piuttosto, animato, mosso e volto a una spinta continua verso l’alto, l’elevazione, la crescita. Per me, quindi, ha parlato d’amore in modo molto più profondo di altri visto che, siamo onesti, l’amore che spinge in basso e non in alto, che non accresce ma sminuisce è amore per modo di dire, magari è relazione, di certo non è eternità.

Battiato lotta con l’animale che si porta dentro, che vuole, brama, desidera e in questo senso il suo racconto d’amore aggiunge un tassello in più rispetto a quello di tutti gli altri. Io lì volevo stare. Poi ha fatto cose enormi, ha enunciato in pochissimi versi verità emotive del sentimento: lo racconto quando parlo di "La stagione dell’amore" o di "E ti vengo a cercare". Facile no? Cerchiamo qualcuno perché ci piace ciò che pensa e che dice, perché vediamo noi stessi, la nostra radice, il nostro snodo più profondo e primigenio. Non male, Franco.

Fra gli Ottanta e i Novanta salti tutto l'alternative: CCCP e Afterhours su tutti. Mi riferisco alle varie "Mi ami?", "Dentro Marilyn": canzoni d’amore sbilenche, ma pur sempre canzoni d’amore. Mettiamoci pure quel punk innamorato di Federico Fiumani.
Fiumani è uno dei più grandi autori di canzoni, anche d’amore, italiani, avevo ben tre suoi pezzi pronti per il libro. Alla fine, però, ho dovuto per motivi di spazio e di forma finale del libro, lasciar fuori la new wave, il rap, il rock anni ’90, mondi paralleli su cui avrei voluto fare una lunghissima indagine che, peraltro, mi piacerebbe molto fare ma che avrebbe portato il libro a uscire nel 2020, cosa impossibile. Quindi, ecco, i nomi che citi non ci sono nel libro ma li ho tutti naturalmente presenti nella loro forza, bellezza e complessità storica e poetica.

In compenso, però, mi parli tanto dei Baustelle. Io, figurati, sono fra quei talebani che reputano Bianconi la miglior penna della sua generazione, in questo caso per la sua capacità di raccontare l’amore mescolando pathos e lucidità (o forse, meglio: mettendo lucidità nel pathos). Tu che ne pensi?
Penso che Francesco, al momento, sia davvero tra i due, tre nomi più bravi di tutti. Non so se ho reso giustizia alla sua scrittura che davvero ha accompagnato larghissima parte della mia crescita – andata di pari passo con i Baustelle, in termini temporali – ma lavorare sul suo lavoro, in varie situazioni e momenti di scrittura della mia vita lavorativa, è stato importante. Credo che, oltretutto, Bianconi continui a crescere artisticamente, che faccia un lavoro sempre diverso, proprio a livello di scrittura, che quindi mantenga, all’interno della propria cifra, qualcosa di sorprendente ogni volta, questa è una cosa piuttosto rara, specie di questi tempi e di grosso valore. In particolare aggiunge qualcosa al racconto emotivo che, per definizione, non può mai essere statico.

Per il resto, in riferimento agli ultimi anni citi tanta musica indipendente: Iosonouncane, Dente e i primi Thegiornalisti. Manca, invece, tutta la musica leggera “generalista”: pensi che un certo pop italiano, valido e in grado di raccontare la propria epoca, si sia per la prima volta spostato lì, in un sottobosco, e da lì poi abbia trovato la forza la rinascita degli ultimi anni?
Mi sono limitata a prendere i brani e i mondi che reputavo più interessanti da inserire nel mio racconto, alcuni li ho lasciati fuori perché non mi interessavano altri perché non ci stavano ma, di fatto, penso che oggi la discografia sia così cambiata che i Thegiornalisti sono “musica generalista”, e quindi va bene così. Iosonouncane resta nel mondo indipendente ma non avevo grande interesse a pescare in un lago o in un altro, volevo solo pescare bene.

A proposito di rinascite, mi è piaciuta molto la chiusura con Liberato. Moderno, ma anche tradizionale, e in ogni caso difficile da collocare. Ti chiedo: dove vedi il futuro della canzone italiana?
Nella trap, nel rap, nel pop, potenzialmente ovunque ci continuerà a essere il "Chiaro di luna", bellissimo, di Lorenzo Jovanotti e accanto a lui ci saranno gli "Habibi" di Ghali. Io sono curiosa, spero ci saranno grandi, grandissime canzoni: sono quelle che voglio ascoltare, il resto è marginale.

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