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Hipgnosis e l'arte della copertina

Lo studio grafico che ha illustrato i capolavori di Pink Floyd, Led Zeppelin e Black Sabbath ha creato tantissimi lavori meno conosciuti ma altrettanto affascinanti. Ne abbiamo raccolti dodici.

di Demented Burrocacao
22 gennaio 2018, 3:16pm

Era bella l’era degli mp3 e dei dischi da scaricare. Ci ripensavo oggi, mentre mettevo a posto i miei vinili che fra un po’ mi cacciano da casa: meno ingombro, più informazioni.

Eppure il ritorno in auge dei supporti, evidente e decisivo, ha voluto dire che la gente sta roba del digitale l'apprezza, ma mica più di tanto. Forse è un discorso umano: semplicemente, ci stanchiamo di tutto, per cui siamo in grado di abbandonare anche la più grande novità del mondo (e anche il vinile e il CD, quando uscirono, soppiantarono il precedente formato) appena ci fanno vedere qualcosa che luccica di più. È una questione di moda.

In realtà, in tutta questa storia commercial/musicale, a rimetterci è la questione grafica, che alla musica è strettamente collegata. Non si può pensare a un disco senza la sua cover art, in nessun caso, non ci sono storie. Anche se state su SoundCloud un minimo d’immagine è richiesta, soprattutto di questi tempi dove se non appari e fai apparire non vali una cippa di cazzo. Quando scarichiamo le copertine, per il 90 percento dei casi sono insufficienti ai nostri sensi, anche se fossero le cose più fiche del mondo sono pur sempre senza peso, senza corpo e senza odore. E poi vogliamo parlare delle dimensioni? Calcoliamo poi il fatto che di solito vediamo solo il fronte e il retro è abolito, ed ecco spiegato perché il vinile sta rientrando prepotentemente a bomba nelle hot list (forse non per la qualità sonora, ma proprio per tutto il discorso estetico). Il CD fa ridere, è piccolino, non si vede un cazzo. Sebbene ancora resista (probabilmente perché lo mettete in macchina mentre fate le code per andare in ufficio), vuoi mettere con il pezzo di plastica nero? La sua confezione è praticamente un quadro, è possibile notare e gustare ogni particolare della grafica senza stare a prendere lenti d’ingrandimento o roba simile. Nell’era di Photoshop poi, in cui tutto è fattibile, sarebbe auspicabile godersi una copertina come si deve visto che nei Settanta si faceva tutto a mano spaccandosi il culo. Ed è proprio in un momento storico come questo che ritorna attualissima un’esperienza come quella dello studio Hipgnosis, che ha fatto letteralmente l’avanguardia delle cover art dei vinili e che quest’anno compie ben cinquant’anni dalla sua prima copertina.

Per chi fosse a digiuno di questa roba, ma pensiamo sia impossibile, Hipgnosis ha reso famose le copertine dei Pink Floyd. Leggenda vuole che sia stato proprio Syd Barrett a dare il via all’attività di Storm Thorgerson e Aubrey Powell, suoi compagni di merende (Storm frequentava la stessa scuola elementare) che andarono ad abitare proprio con Barrett mentre l’uno studiava film e l’altro fotografia alla London Royal College of Art. Leggendo una frase scritta sul muro del loro appartamento nella quale le parole hip e gnostico si fondevano magicamente in un gioco di parole surreale ed esoterico, i nostri decisero che sarebbe stata adottata come ragione sociale, pensando che fosse stato proprio Syd a scriverla poiché con loro non ci abitava nessun altro. Il nostro crazy diamond, ovviamente, negava tutto, come da suo stile.

Da lì nacquero le copertine di Saucerful of Secrets, Ummagumma e di The Madcap Laughs, in un’escalation che li porterà in breve al successo. Uno stile chirurgico in cui le copertine si aprivano al mondo del contenuto musicale in modo pressoché perfetto, incredibilmente pulito e allo stesso tempo delirante che se le guardi ora sembrano appena sfornate da qualche pischello col Photoshop in mano, mentre all’epoca il lavoro era quasi del tutto manuale. Non solo collage ed esperimenti con le più disparate tecniche inventate a volte sul momento, ma soprattutto foto incredibili dove la realtà viene fermata in situazioni che sembrano appunto fuori dalla grazia di dio (la famosissima inlay card di Wish You Were Here, col tuffatore perfettamente fermo nell’acqua che non crea assolutamente increspature e addirittura vi si specchia come se fosse una creatura acefala, è entrata nella storia). E invece sono una specie di metarealtà, delle “extallazioni” come amava dire Storm.

La cosa che dà un grande valore aggiunto al collettivo è che dal '74 entra a far parte dell’entourage Peter Cristopherson, poco più tardi membro fondamentale dei Throbbing Gristle, degli Psychic TV e dei Coil, portando con sé in Hipgnosis tutto il bagaglio che poi farà la fortuna dell’industrial. Sarebbe anzi da dire che l’industrial, a livello iconografico, nasce proprio da Hipgnosis, non solo per le ambientazioni spesso oscure, malate e post-capitaliste delle cover più allucinate dei Floyd fine Settanta, ma anche di notevoli cover robospaziali degli Alan Parsons Project e di altri gruppi più o meno importanti che si sono avvalsi delle loro invenzioni per potenziare la loro musica (tra i quali ricordiamo gli Yes, i Black Sabbath e sir Paul Mc Cartney con i suoi Wings).

Insomma, hanno influenzato intere generazioni che ancora oggi cercano di stare al loro passo al livello di coraggio inventivo e di sintesi totale tra contenuto e messaggio. Chiaro che la copertina di Dark Side of the Moon, opera loro, senza una tale mano sapiente avrebbe fatto schifo al cazzo. Un prisma triangolare? E che merda è? Invece no, loro con mano fredda creano una vera e propria opera d’arte inattaccabile. Certo è che di Hipgnosis ci si ricorda solo delle copertine dei Pink Floyd, al massimo dei Genesis e dei Led Zeppelin (l’allucinata cover di Houses of the Holy, con tanto di sacrificio di bambini, è ancora oggi incredibile, per non parlare del monolite/transfer negativo di Presence).

Se ci dice bene anche di quelle di Peter Gabriel (le cui copertine sono davvero micidiali: lui schiacciato in macchina, lui che graffia la copertina dall’interno, lui che si scioglie letteralmente), ma ci sono un sacco di lavori commissionati da gruppi meno blasonati o dimenticati dai più che rappresentano delle punte di controversia e sperimentazione che ancora oggi non hanno eguali.

Ci siamo permessi quindi di fare una top ten fra le copertine meno conosciute di Hipgnosis, sicuri di fare un favore alla comunità. Riuscite o non riuscite, queste copertine rappresentano sempre un tentativo di andare al di là della mera immagine e catturare il disco in un istante, aspetto importantissimo per concentrare l’ascolto e veicolare l’immaginario. Le definirei quasi “video statici” (e infatti negli Ottanta i nostri, una volta sciolta la loro ragione sociale, si ricicleranno nel campo dei videoclip con grandi risultati) che a volte superano le annate e ti viene da dire "cazzo, ma sta roba l’hanno fatta oggi?". E quindi andiamo con la nostra carrellata.

Reinassance – Prologue (1972)

reinassance prologue cover art hipgnosis

Questa copertina poco conosciuta in odore vapor ma uscita, come vedete, duemila anni fa, fu commissionata a Hipgnosis dai Reinassance, una band nata dagli Yardbirds, avvezza a un rock sinfonico con influenze miste dal folk alla musica classica (Rachmaninoff e Debussy in primis), e chiaramente anche a certe evoluzioni vocali stile libraries, non disdegnando anche inserimenti un po’ più psych come ad esempio la comparsata al sintetizzatore di Francis Monkman dei Curved Air in “Rajah Khan”, il brano più particolare del lotto. Ebbene, queste figure quasi ufologiche che si librano su un mare artico come se fossero delle nuove tavole della legge (osservate quei pallini di lato alle tavole, sono o non sono un linguaggio a noi sconosciuto? Osservate quella sfera in alto, non è forse dio?) evocano scenari alla Magritte (evidente punto di riferimento dei nostri insieme a Dalì), ma anticipano anche un immaginario filosofico che poi sarà alla base di artisti neometafisici come Pier Augusto Breccia. Insomma, si vola in un immaginario di purezza, come una new age dell’umanità appunto, cose che all’epoca ancora non erano del tutto centrate e lo saranno solo nei fine Ottanta con il movimento omonimo. Tanto di cappello (di Magritte appunto).

Quatermass - S/T (1970)

Questa immagine micidiale tra l’imponente e il catastrofico caratterizza il primo lavoro dei Quatermass, ed era solamente l’anno domini 1970! I grattacieli tempestati da pterodattili sono un contrasto che si sente in primis nella musica, in cui a cavalcate rock post beat si contrappongono sintetizzatori a spappolo e un metal progressive ai primi vagiti. Inquietante se pensiamo a quello che succederà l’11 settembre 2001, a guardarlo sembra prodotto in questa era, anche per l’immaginario distopico/fantascientifico/post-nucleare e chi più ne ha più ne metta. Oggi siamo abituati ai gabbiani assassini alti quanto un uomo, che rovistano nella monnezza. Ma se continua così la previsione di Hipgnosis si rivelerà ahimè più che esatta e dovremo lanciare le molliche di pane a dei sauri volanti.

UFO - Force It (1975)

ufo force it cover art hipgnosis genesis p-orrdige cosey fanny tutti

Copertina di culto negli ambienti underground per l’apparizione niente affatto fugace di Genesis P. Orridge e Cosey Fanni Tutti, ovverosia i membri centrali dei COUM Transmissions (che proprio nel 1975/76 diventeranno i Throbbing Gristle), intenti a sfruguliarsi in una vasca da bagno circondati da sanitari. Impreziosisce in maniera inquietante il disco degli UFO, la storica band di passaggio fra l’hard rock e l’heavy metal che tanti act di “mezzo” ha influenzato (tra i quali anche Metallica e Smashing Pumpkins) ai quali Hipgnosis ha spesso confezionato copertine. Di questi tempi #MeToo il disco, pieno di allusioni sessuali spinte, sarebbe bandito ("Force it"?), ma anche all’epoca la censura impose di rendere “trasparenti” i due performer sulle copie smerciate in America a causa della nudità spicciola e dell’identità sessuale ambigua che li caratterizzava. Tutto In linea appunto con l’estetica industriale ma nello stesso tempo pop, è una copertina assurda in cui persino i rubinetti da soli emanano una fortissima carica erotica. Forse anche per merito di questa copertina gli UFO otterranno il loro primo ingresso nelle classifiche statunitensi.

Golden Earring - To The Hilt (1976)

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I nostri amici di Hipgnosis erano famosi per scattare delle fotografie dal vero quando volevano ottenere, paradossalmente, il maggior concentrato di surrealismo. Ricordiamo la copertina di Wish You Were Here, in cui gli uomini d’affari si stringono la mano e uno di loro prende fuoco, ma non è un trucco di postproduzione: trattasi invece di un vero stuntman che finisce davvero flambé, giurando dopo lo shooting che non si sarebbe più azzardato a fare una cosa simile. In questo caso supponiamo che la stessa sorte sia capitata al modello della foto, incatenato e con la testa sui binari, per citare Umberto Tozzi, mentre sta arrivando davvero un treno (d’altronde siamo proprio nell’anno successivo a WYWH). Copertina macabra quanto si vuole ma subito identificativa del rockaccio proghedelico di questi olandesi in odore di Led Zeppelin, che non disdegnavano i synth e qualche stranezza assortita. Eroi in patria già dagli anni Sessanta, nei Settanta riuscirono a sfondare nel mercato americano fino al definitivo declino nel 1984.

Ashra – Correlation (1979)

ashra correlation cover art hipgnosis

Copertina che segna la svolta degli Ashra, da progetto solista (era il solo Manuel Göttsching, reduce dai grandissimi Ash Ra Temple) a band a tutti gli effetti, spiazza un po’ tutti con una chiarissima verve erotica smorzata però dal fatto che il getto d’acqua sembra un alieno informe che sta cercando di entrare nel corpo di una donna, roba stile Alien o Insemination per intenderci… e allora uno dice vabbè, sarò malizioso io. Ma poi nel retro si nota che addirittura si palesa una copertina stile Squallor di Cappelle. Sì, avete capito bene, infatti uno scatto perfetto coglie il getto d’acqua trasformarsi in un vero e proprio pene scoperto. Pecoreccio quanto si vuole, ma è assurdo e incredibile che siano riusciti a fissare un’immagine del genere, probabilmente neanche frutto di troppi scatti ma, come al solito, del caso. Perfetta per la musica contenuta nel disco, tra l’alieno, lo space kraut e il sexy.

Hawkwind – Quark Strangeness and Charm (1977)

hawkwind quark strangeness charme cover art hipgnosis

Gli Hawkwind non hanno bisogno di presentazioni, sono la storia. Certo, nel '77 non erano già da un pezzo quelli di Lemmy, ma il loro space rock teneva botta producendo ad esempio questo eccellente disco probabilmente all’epoca ascoltato a rotella da Gary Numan per le sue future scorribande sintetiche, ma anche da buona parte del post punk che verrà (il punk l’avevano già bello che influenzato). La copertina di Hipgnosis riprende l’ambientazione fantascientifica dei testi del grande cantante e poeta Robert Calvert, seguendo una linea grafica che, se non fosse per il nome della band in copertina, potrebbe essere tranquillamente quella di un disco degli Alan Parsons Project (curata ovviamente da Storm e compagnia). Uno strano reattore dalle sembianze antropomorfe trama alle spalle dello scienziato che dovrebbe controllarne l’attività, emanando fasci di energia sospetti e marziani. Nel retrocopertina infatti il nostro scienziato viene tranquillamente neutralizzato dalla macchina: cartella dei dati calata sulla fronte, appare svenuto mentre il reattore sembra ridere di lui in maniera grottesca.

Strawbs – Deadlines (1977)

strawbs deadlines cover art hipgnosis

Si può annegare in una cabina telefonica? Beh secondo Hipgnosis sì, soprattutto se non rispettate le “deadlines”. Scherzi a parte (ma neppure troppo), ci troviamo di fronte a un concept album sul fatto che nella vita ci si ritrova continuamente in situazioni dalle quali non si torna indietro: la copertina evoca proprio questo stato d’irreversibilità, con un paesaggio tanto desolato quanto inserito in un beffardo e splendido tramonto dai colori quasi fluo, simbolo di un definitivo cambiamento in arrivo. Gli Strawbs, partiti nei Sessanta come gruppo bluegrass, dopo tante emanazioni si ritrovano a fare della roba fra il pop sintetico, i Supertramp e un prog di facile presa stile Genesis post-Gabriel, quando volevano scalare le classifiche. Dopo quest’album vireranno verso un sound più punk per poi sciogliersi definitivamente (sì, più avanti ci sarà una reunion ma vabbè... come da concept, non si torna indietro).

Synergy - Cords (1978)

synergy cords cover art hipgnosis

Hipgnosis, avvezza a un immaginario sci-fi, non poteva certo non collaborare con quello che è il papà del glo-fi, Larry Fast, tutto sintetizzatori gonfi e immaginario teso verso il Tremila. E, infatti, in questa cover notiamo vere e proprie code di luce da un lontano futuro proteggere gli esseri umani che vagano nudi in un contesto urbano neoprimitivista, hauntologico o quello che vi pare, ma comunque buio e apparentemente ostile. A salvarlo solo le scariche elettroniche dei suoni che potrete ascoltare in questo disco veramente degno di Geova che, come la sua copertina, sembra cristallizzato nella sezione "classici senza tempo".

UK – Danger Money (1979)

uk danger money cover art hipgnosis

Dopo lo scioglimento dei King Crimson da parte di Robert Fripp, il bassista John Wetton e il batterista Bill Bruford misero su questo supergruppo dal nome “nazionalista” (vizietto che comunque il nostro si porterà appresso anche quando fonderà quell’altro supergruppo bestseller dal nome Asia, stavolta virando verso la sezione “continenti”). Una band atipica in cui si mescolava l’hard rock progressive alla fusion, più innesti di sintetizzatori allucinati e sbuffi di violino, con membri pescati tra i migliori musicisti tecnici del momento. Il primo disco vedeva alla chitarra, ad esempio, Alan Holdsworth (ex Gong) e Eddie Jobson (ex tastierista e violinista di Zappa e dei Roxy Music). In questo disco invece il gruppo è ridotto a un trio con la sostituzione di Bruford con “polipo” Terry Bozzio, all’epoca batterista di Zappa. In questo caso Hipgnosis decide per una copertina che interpreti sia il titolo dell’album che il peso del supergruppo in questione. Lavandino di marmo, oggetti d’oro pesanti e soprattutto mani in primissimo piano che si lavano con abbondante sapone dopo aver toccato senza dubbio bigliettoni di banca sporchi di sangue. Un’immagine che buca tutto, forse una delle più adatte a dimostrare come i nostri eroi grafici riescano con un solo scatto a catturare tutte le intenzioni di un progetto in un atto apparentemente banale (ricordate la loro copertina di Atom Heart Mother con la mucca? Beh, non è facile fotografare le mucche, sapete? Sembra una cosa da niente ma in quel caso era la mucca che fissava la macchina fotografica e non viceversa: da lì il cortocircuito). Dopo questo disco gli UK smetteranno di esistere fino a una recente reunion tirata su ovviamente per fare un po’ di soldi pericolosi.

Wishbone Ash - Just Testing (1980)

wishbone ash just testing cover art hipgnosis

Gli anni Ottanta sono per Hipgnosis il canto del cigno. L'attività si arresterà, infatti, nel 1983. I motivi sono principalmente dovuti a un cambio di costumi decisivo e inarrestabile. Dopo l’avvento del punk, l’idea di creare delle copertine come le loro, così costose e particolari, rappresentava per il music business un suicidio annunciato, viste le schiere di ragazzini pronti a prendere a pietrate i dinosauri del rock. Si favorivano dunque immagini in cui i riferimenti psichedelici non avevano molto spazio. Ragion per cui Storm e compagnia cercheranno di adeguarsi a modo loro alla faccenda, a volte riuscendoci, altre volte invece si nota chiaramente che la cosa va loro un po’ stretta. In questo caso l’estetica musicale Ottanta dei rockettari Wishbone Ash, gonfia di chorus e di chitarre synth coatte, è perfettamente simboleggiata da una serie di scienziati che testano a debita distanza un nuovo tipo di chitarra elettronica esplosiva che, come potete costatare, sembra proprio avere le sembianze dell’astronave di Interstella 5555 dei Daft Punk. Copertina sintetica che già mostra un cambio di rotta nel collettivo aprendosi a un’estetica “videogiocosa” tipica dell’era di MTV.

Toe Fat - Two (1971)

toe fat two cover art hipgnosis

Copertine costose, dicevamo. Il lavoro di Hipgnosis pesava sul portafoglio non solo per l’accuratezza delle manipolazioni fotografiche, ma anche per le idee assolutamente bizzarre, come ad esempio quella di librare un maiale gonfiabile sulla centrale di Battersea per la copertina di Animals dei Pink Floyd e perderselo nei cieli di Londra. E soprattutto per il fatto che, per i servizi fotografici, prediligevano mete esotiche assurde per ottenere paesaggi e scenari altrettanto surreali, cosa che rendeva perplesse le case discografiche. Eccoli quindi, ad esempio, trovarsi nel deserto del Sahara con dei palloni gonfiabili (per la metafisica copertina di Elegy dei Nice) senza però avere nulla con cui gonfiarli. Insomma il più delle volte in loro la creatività non faceva rima con praticità, nonostante il pane venisse comunque portato a casa. Nel caso però di questa copertina dei Fat Toe (band dedita a un hard rock psichedelico parecchio buzzurro, fu il primo gruppo di Ken Hensley che subito dopo formerà i celebri Uriah Heep) il paesaggio è letteralmente costituito da resti. Resti di cibo, principalmente, e di altri materiali organici dei quali non c’è dato sapere. A ogni modo il risultato è qualcosa di veramente weird e disgustoso. In mezzo a questo disastro spiccano i membri del gruppo, miniaturizzati e piazzati a mo di vedetta, alcuni dei quali presentano al posto della testa il tipico “pollicione antropomorfo” che caratterizzava la copertina del loro primo album, sempre ovviamente illustrata da Hipgnosis. Forse una delle copertine che più anticipano l’antiestetica “junk culture” del noise fine Novanta/inizio Duemila.

Yumi Matsutoya - Sakuban Oaishimasho (1981)

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Pochi sanno che Hipgnosis ha lavorato anche in Giappone, nello specifico per la cantante/pianista e pioniera del citypop Yumi Matsutoya, già compagna di scorribande di Harumi Hosono e compagnia cantante dei Tin Pan Alley, che le suoneranno tutto il primo album. La copertina in qualche modo rappresenta il doppio mood della nostra eroina: inserita in un paesaggio terrestre sereno ma sterminato, si staglia letteralmente rapita da un fascio lunare che trasforma tutto quello che tocca in un mood freddo e blu. La cosa più bella è l’inner, in cui davvero il tipico taglio fantatecnologico giapponese si unisce a paesaggi marziani e alla tipica evanescente spiritualità orientale, in una stasi che però ribolle. Un’altra bella prova dei nostri, verso la fine del loro mandato, nel 1981.

Come già detto la missione di Hipgnosis terminerà (per citare i TG) nel 1983, ispirando altri creativi a prendere il loro testimone (uno per tutti Martyn Atkins, autore di grandiose copertine quali ad esempio quelle dei Depeche Mode nelle quali l’influenza dello studio Hipgnosis è ben evidente). Ciascuno dei nostri eroi prenderà la sua strada in ambito video musicale, pubblicitario (Powell e Christopherson si uniranno nell’Aubrey Powell productions), e nel caso di Thorgesson non si mollerà la presa continuando a sfornare copertine col suo StormStudios fino alla morte nel 2013.

Ma il loro non era solo un lavoro, era cuore. Tanto che spesso le commissioni delle copertine non avevano un prezzo fisso, era la band che decideva quanto valeva l’opera che gli veniva consegnata. Un atteggiamento che, tutto sommato, va contro l’odierno andazzo in cui si pagano miliardi per orrende croste di pupazzi blasonati e ai geni sconosciuti vanno le briciole. D’altronde, come disse Aubrey Powell in un’intervista a Rolling Stone dell’anno scorso, “L’età dell’oro delle copertine dei dischi è finita”. Ma essendo finita anche quella dei dischi in sé, forse possiamo ripartire dal niente, come dal niente sono nate le dirompenti idee di questi immortali visionari.

Si ringrazia Jonida Prifti per l'assistenza; dedicato alla memoria Antonio De Vincenzi.

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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