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carcere

Sono nel braccio della morte da 30 anni per aver preso a pugni un uomo

Non mi hanno ancora giustiziato, è vero, ma è come se stessi morendo di una morte lenta e inesorabile.

di J.T. Kirksey; come raccontato a Maurice Chammah
16 ottobre 2018, 6:25am

Illustrazione di Haejin Park.

È il 1988. Io e il mio amico—Schoolboy—siamo in auto a Las Vegas, e stiamo bevendo. Una donna che conosciamo ci si avvicina: ha un occhio nero, le chiediamo cos'è successo. Il suo uomo l'ha picchiata e lei vuole cacciarlo dalla camera d'albergo che condividono, ma ha bisogno del nostro aiuto.

Così andiamo con lei in hotel ed entriamo in camera. Il tizio salta in piedi e alza i pugni davanti al volto, in segno di sfida. A casa mia questo vuol dire che vuoi fare a botte, e così iniziamo. Gli do qualche pugno bello forte, ma quando vado via mi sembra che stia bene, perde solo un po' di sangue. Anche lei fa la sua parte, poi ci addormentiamo in macchina.

Il giorno dopo ci svegliamo circondati dai poliziotti: dicono che abbiamo ucciso uno. Non avevo idea che fosse morto. Pare che abbia avuto un aneurisma.

Io alla fine ho confessato e mi sono dichiarato colpevole. Schoolboy è stato accusato di omicidio colposo, a me è toccata l'accusa di omicidio e basta. L'avvocato dell'accusa aveva raccontato una versione diversa della rissa, sfruttando dichiarazioni che avevo fatto in momenti di scarsa lucidità, in un periodo in cui tra l'altro avevo pensieri suicidi. Hanno sostenuto che ero andato lì con l'intento di ucciderlo e che non avevo fatto altro che portare a termine il mio piano.

Ero già stato in carcere prima ed era stato orribile. Avevo 19 anni, e avevo sentito storie di gente violentata e uccisa. Quando sono uscito ho giurato che non sarei mai più tornato. Ero fuori di testa, non stavo bene. Perciò quando mi hanno arrestato ho pensato, preferisco morire piuttosto che tornare in prigione. E ho cominciato la mia missione suicida. Mi volete uccidere? Mi fate un favore.

Ho iniziato ad assumermi la responsabilità di altri omicidi, crimini che non erano mai accaduti, solo per procurarmi una condanna a morte. Ho scritto una lettera al giudice, sfidandolo a uccidermi.

Quando un medico è venuto a parlare con me in prigione ha concluso che non fossi in grado di collaborare con il mio avvocato difensore, ma nel report finale il giudice ha scritto che lo ero e ha finto che fosse stato un medico a dirlo. In seguito avremmo dimostrato in tribunale che quel documento era stato redatto dal giudice. (So che sembra tutto una follia, ma se non ci credete leggete le carte)

Una volta arrivato nel braccio della morte, pensavo che mi avrebbero giustiziato a breve, o almeno nel giro di pochi mesi. In realtà gli anni passavano, e la mia mente iniziava a placarsi. La gente mi diceva, "Non ha senso che tu stia qui per colpa di una rissa." Ho iniziato a leggere, a informarmi. Ho scoperto che la legge prevede che la sentenza sia emessa da un "tribunale imparziale" che "preservi l'apparenza ma [appuri] anche la realtà dei fatti." Ho letto di casi in cui un tribunale aveva condannato uomini per una rissa risultata in una morte con la stessa mia pena, ma allora perché a Schoolboy era stato dato l'omicidio colposo? Tra i detenuti nel braccio della morte c'era chi aveva ucciso due o tre persone.

La mia famiglia mi ha convinto a lottare. Mio fratello era in prigione, all'epoca, e mi ha detto, "Quando esco da qui, non voglio venirti a trovare al cimitero." Mia mamma mi incoraggiava, "Vedrai che ce la farai."

Qualche tempo fa ho sentito dire che Kim Kardashian è riuscita a convincere il presidente a revocare un'accusa nei confronti di una donna per spaccio di droga e riciclaggio di denaro, e così mi sono chiesto: Cosa devo fare per farmi aiutare? Dopo trent'anni qui dentro, mi sento come se stessi morendo di una morte lenta e inesorabile. Mia madre e mio fratello intanto sono morti entrambi, e così molti altri miei parenti.

Io sono sempre stato abbastanza lento. Non ho mai imparato né a leggere, né a scrivere, nemmeno al liceo—tanto ero nero, e nessuno mi considerava. Ho imparato a leggere quando sono arrivato in prigione. Il mio avvocato difensore mi ha detto che avrebbe potuto tentare di opporsi alla condanna a morte facendomi dichiarare mentalmente instabile. Ha funzionato. Il prossimo anno ci sarà una nuova udienza, e recentemente il nuovo giudice ha fatto una ricerca per risalire agli altri casi di omicidio collegati al mio nome—quelli che avevo inventato—senza trovarli.

Nonostante tutto, nessuno si è mai opposto all'accusa di omicidio. Per la mia difesa è già un successo che non mi abbiano giustiziato. Ma la verità è che per una rissa ora passerò la vita in prigione—per una cosa folle che ho fatto trent'anni fa.

J.T. Kirksey è detenuto nel carcere High Desert State Prison a Indian Springs, in Nevada, in attesa di una perizia medica. Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con il Marshall Project.

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