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Panama Papers

Ora l'Europa vuole costringere le grandi aziende a dichiarare i propri conti nei paradisi fiscali

La commissione vuole applicare le nuove misure a tutte le società con un fatturato annuo superiore ai 750 milioni di euro, incluse quindi compagnie americane come Google e Facebook.
12.4.16
Attivisti di Oxfam e Transparency International fuori dalla Commissione Europea. [Foto di Oliver Hoslet/EPA]

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La Commissione Europea vuole introdurre nuove regole per costringere le grandi aziende a pubblicare i dettagli dei loro guadagni, e chiarire dove esse paghino le tasse, in una mossa volta a frenare l'evasione fiscale in seguito alle rivelazioni dei Panama Papers.

Le aziende dovranno rendere note le loro attività nei paradisi fiscali, secondo un emendamento che è stato aggiunto ad alcune proposte precedenti. I promotori restano però dubbiosi, e pensano che la nuova misura potrebbe rivelarsi inefficace visto che gli stati dell'Unione Europea non concordano su cosa costituisca precisamente un "paradiso fiscale".

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La commissione vuole applicare le nuove misure a tutte le società con un fatturato annuo superiore ai 750 milioni di euro, incluse quindi compagnie americane come Google e Facebook – criticate in passato per i complicati meccanismi utilizzati per evadere il fisco.

Il piano originale prevedeva che le grandi aziende mostrassero soltanto i contributi versati in ogni stato membro dell'UE, trattando il resto del mondo come una singola categoria. Adesso, fanno sapere gli ufficiali dell'UE, la nuova proposta prevederà che venga dichiarato quanto del denaro extra-unione finisce col fluire nei paesi che l'unione considera paradisi fiscali.

Il problema, fanno notare gli attivisti per la trasparenza, è che non c'è un chiaro accordo tra gli stati membri su quale sia la definizione di paradiso fiscale.

Sebbene molti dei 28 stati abbiano stilato liste di giurisdizioni di cui non approvano le politiche fiscali, e benché esista un progetto comune per concordare una lista unica, non c'è consenso per tutto il blocco UE.

"La storia dell'Unione suggerisce che gli stati membri tenteranno probabilmente di ritardare o opporsi al processo di compilazione di una lista unica per i paradisi fiscali," dice Florian Oel di Oxfam.

Secondo Oel, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico - il club delle nazioni più ricche che raccoglie 21 stati membri - ha finora fallito nel concordare di aggiungere una qualsiasi nazione a una potenziale "lista nera" di paradisi fiscali.

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"Sembra che la commissione non abbia cambiato la proposta, in sostanza," dice Oel. "E continua a non proporre una soluzione che porti a una vera trasparenza in materia di tasse."

La scorsa settimana, il commissario del fisco europeo Pierre Moscovici ha invitato gli stati a stilare una lista nera unica di paradisi fiscali entro i prossimi sei mesi. In una lettera alla presidenza olandese, vista da Reuters, il presidente commissario Jean-Claude Juncker ha richiesto il "supporto univoco" dei 28 stati UE riguardo la lista unica.

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Organizzazioni anti-corruzione hanno richiesto che la commissione estenda l'obbligo per le aziende di dichiarare tutti i fondi destinati ad altre giurisdizioni, per evitare la complicazione di dover definire i termini di paradiso fiscale.

La commissione ha rifiutato la richiesta, sostenendo che secondo le proprie ricerche una regola del genere finirebbe con l'appesantire le società in maniera ingiustificata.

"La commissione ha sprecato un'opportunità di cambiare le regole del gioco dopo i Panama Papers," dice Elena Gaita di Transparency International.

"La lista dei paradisi fiscali potrebbe basarsi puramente su convenienze politiche, escludendo molti paesi. Permetterà che gli affari segreti continuino come sempre."


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