Recensione: Giorgieness - Siamo tutti stanchi

Siamo tutti stanchi di questo indie italiano: fotocopie di fotocopie di sentimenti, arrangiamenti da catalogo, estetica più che musica.
25.10.17

Premessa: io non ho nulla contro i dischi generazionali. Ogni era ha i suoi eroi e antieroi, ogni giovine ha la sua dose di malessere da tirare fuori, e i matusa invece non fanno altro che dire "quanto era meglio ai nostri tempi". Ok, ci siamo. Ma poi mi dicono "recensisci i Giorgieness" e io dico ma mannaggia al cazzo, perché proprio a me? Perché devo ascoltare sto indie spacciato per rock, che per inciso tutte le riviste di settore diciamo più main chiamano proprio ROCK? Io pensavo che il rock fossero che so… i Misfits? Ma davvero oggi il rock è diventato un bignami dello stare male infarcito di retorica? Certo che no. Questa roba si chiama indie pop.

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I Giorgieness suonano bene, questo è un dato di fatto. Sono anche abili a costruire i pezzi rubando di peso giri e andazzi (in primis "Boys Don't Cry" dei Cure e buona parte del repertorio degli Skunk Anansie) e per questo non godono di grande originalità. Oscillano però fra queste paraculate e il tentativo di cercare linee melodiche personali, ma, visto che il pubblico vuole fuffa e loro sono determinati a farsi amare dal pubblico, il tentativo è castrato da arrangiamenti alla moda, curatissimi come unghie dall'estetista e altre pupazzate, tra le quali cantare senza assolutamente pensare a trovare un modo per farlo, come se fosse una questione di estetica, appunto, invece che di musica. Tutto questo blocca le loro potenzialità come il thalidomide ai neonati.

Ma c'è un altro grosso problema, ed è che non posso sopportare sti testi in cui si parla di amorazzi, di quanto sono strette le magliette e di tutti questi sentimenti fotocopiati da altre fotocopie, quasi di maniera. Qui non è questione di sensibilità, ma di pornografia della sensibilità, e ultimamente nell'indie si sta esagerando in questo senso. L'effetto Melissa P. è inevitabile e devastante. Quando si parla di Georgie, preferisco quella di Cristina D'Avena. Citando i CCCP: "tempi moderni sporchi nuovi e sanguinanti, volevo dirti / Tien An Men è deserta". E purtroppo il carrarmato è l'indie italiano.

Siamo tutti stanchi è uscito il 20 ottobre per Woodworm.

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