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Sei domande a una Pussy Riot

Dato che le Pussy Riot stanno arrivando in Italia abbiamo parlato con una di loro per capire come funziona il gruppo punk e collettivo di protesta più celebre di Russia e del mondo.

di Elena Viale
21 gennaio 2019, 10:08am

Fotografia di Sacha Lecca via i-D

Noisey è partner dei concerti italiani delle Pussy Riot, che si terranno il 13 febbraio al Legend Club di Milano e il 15 all'Estragon di Bologna.

In un’intervista rilasciata a Bloomberg, parlando del nome ‘Pussy Riot’, l’attivista Nadežda Tolokonnikova spiega che c’è una parte di divertimento nel costringere gli uomini politici e delle forze armate con il loro bagaglio di vergogna e machismo a pronunciare la parola ‘Pussy’ ogni volta che vogliono parlare della repressione (violenta) che hanno messo in atto contro le azioni del collettivo di protesta e gruppo punk. Pensiamoci, sentire dire "Nuclei Armati Vagina" a Salvini a ripetizione potrebbe essere divertente.

Le Pussy Riot sono nate nel 2011 (alcuni dicono su idea del marito di Nadežda) per protestare contro la rielezione di Putin al terzo mandato. Sono state arrestate per la prima volta nel 2012, in seguito alla performance non richiesta di una canzone intitolata "Vergine Maria, Ti Prego, Liberaci Da Putin" nella cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca. A seguito di uno strano e lungo processo per “teppismo motivato da odio religioso”—ovviamente l’odio religioso era molto più funzionale a sollecitare lo sdegno dell’opinione pubblica, rispetto ai motivi politici—Marija Alëchina e Nadežda Tolokonnikova sono state condannate a due anni di carcere duro (Yekaterina Samutsevich è uscita su cauzione). Sul processo e la detenzione il mondo occidentale si è schierato nettamente.

In otto anni di attività, mentre c’è chi le accusa di essere ‘vendute’ (io ho sempre trovato che fare qualcosa sia meglio che lamentarsi di quanto male fanno le cose gli altri), le Pussy Riot hanno fatto scioperi della fame, denunciato le inumane condizioni di detenzione delle prigioni russe, invaso le Olimpiadi invernali di Sochi e il campo della finale dei mondiali, protestato contro l’omofobia e il maschilismo dominanti nel loro paese, e sono andate in tour.

In occasione delle date italiane del loro tour mondiale, il 13 febbraio al Legend Club di Milano e il 15 all'Estragon di Bologna, abbiamo sentito brevemente Marija “Masha” Alëchina, che oltre a fare parte delle Pussy Riot ha fondato le organizzazioni Zona Prava, per la tutela dei diritti dei prigionieri, e Mediazona, per la libertà di stampa online.

Noisey: Il vostro collettivo nasce più di sette anni fa per protestare contro il regime di Putin. Ora siete in tour in un’Europa dove la situazione politica è sempre più preoccupante. Come vi sentite?
Marija "Masha" Alëchina: È un po’ strano, perché dopo la nostra ultima azione e conseguente arresto io non potevo lasciare il paese. Cioè, non potrei ancora lasciare il paese. Comunque non potevo lasciarlo nemmeno quando siamo andate a Edimburgo al Fringe Festival e abbiamo vinto tre premi—non è stato facile uscire dalla Russia. Be’, dato che comunque ne siamo uscite, spero che anche stavolta avremo lo stesso successo…

E come hai fatto a lasciare la Russia?
Magia! Per noi è importante andare in giro e fare arrivare il nostro messaggio, la nostra storia al mondo, perché la vicenda delle Pussy Riot è avvenuta in Russia ma sarebbe potuta succedere ovunque. La gente non è più capace di combattere per la propria libertà; e anche una situazione stabile e democratica può facilmente ribaltarsi. È quello che sta succedendo ora in Europa.

Sì, in Europa, in Brasile… Com’è la situazione in Russia, è cambiata da quando avete iniziato?
È cambiata, ma in peggio. Sei anni fa le Pussy Riot hanno fatto scandalo, sono state un vero shock. Ma ora tutti i giorni le autorità muovono accuse contro gli oppositori politici, è normale. Per esempio una delle mie più care amiche, Olga, fa l’attivista, e recentemente ha dato vita a un’azione molto brutale e molto forte dove, nell’ambito di una specie di esposizione di uniformi e mezzi della polizia, è arrivata tenendo un microfono e raccontando gli omicidi e le torture che avvengono nei carceri russi. Infatti noi ci eravamo conosciute proprio in carcere, e adesso lei ci è tornata con la stessa accusa che gravava su di no: “odio politico”. Ecco, questo è solo un caso di cui non si parla, ma per me è molto importante perché lei è come una sorella per me.

Uno dei grandi problemi è che queste notizie, nei paesi che hanno problemi con la libertà di informazione (e ricordiamoci in che posizione sta l’Italia ), non arrivano al pubblico, e se ci arrivano sono distorte.
Noi cerchiamo di farle arrivare, e le persone che ho incontrato in carcere [come prigionieri politici, NdA]—artisti, politici—pensano che sia una loro, una nostra, responsabilità.

Perché avete deciso di usare la musica come mezzo per fare arrivare la vostra protesta al pubblico?
Per me è una domanda strana, perché non mi identifico come musicista. Non ho idea del ritmo e non so suonare nessuno strumento. Tutto quello che ho è il mio messaggio, che reputo un messaggio necessario. La musica e l’arte sono strumenti importanti. Se dovessimo considerare solo la storia del movimento punk, è stato un movimento politico fin dall’inizio—un po’ come il rap, che per stile e per contenuti ha spesso un valore sociale e politico. Oggi, forse, quando ci relazioniamo alla musica la consideriamo più intrattenimento… Ma io non la penso così. perché la musica è un microfono potentissimo, e penso che dovremmo usarla per le cose che sono importanti per la nostra vita e la nostra arte. Io vivo in un paese in cui puoi finire in carcere o ammazzato per quello che credi, ed è per questo che penso sia fondamentale continuare a parlare di queste cose e non rimanere in silenzio.

Un’ultima domanda: internet e la tecnologia come entrano in tutto questo?
La condivisione! Che altro se no?

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